Mamme cattivissime o normalissime?

Ho appena finito di leggere il libro di Elisabeth Badinter e se da una parte devo dire che è ben scritto e che è ricco di riferimenti bibliografici da un’altra mi ha profondamente colpito per la parzialità dell’analisi e per la mancanza totale di indagine della dimensione affettiva legata alla maternità.
Nella mia esperienza le mamme si sono stufate di essere analizzate, studiate, giudicate, criticate, catalogate, sottovalutate. Le mamme sono capaci di scegliere e di ragionare con la propria testa.
Non esistono mamme in assoluto “naturaliste” o “in carriera”. Basta con le dicotomie riduzioniste di cui la nostra cultura è stracolma.
Tutto deve essere estremo e categorizzato per forza, le mezze misure sono ignorate o tacciate di poca profondità perché non uniformano.
L’essere umano in realtà è plurimo. Una mamma può allattare tre anni anche se non conosce La Leche League o non ha mai chiamato una consulente di allattamento; un’altra mamma può felicemente scegliere di non allattare affatto ma essere del tutto un’ottima madre e lavorare con soddisfazione.
Scagliarsi contro La Leche League non tiene conto del fatto che queste associazioni riempiono un vuoto istituzionale che le mamme avvertono profondamente e che necessita di essere colmato.
Le donne quindi si organizzano e trovano una soluzione propria eppure questo per Badinter è simbolo di mediocrità.
Non esistono categorie assolute di esseri umani come non esistono verità assolute di accudimento dei neonati e dei bambini. Questo libro propone l’ennesima etichettatura del genitore che invece ha diritto di compiere scelte proprie in libertà, senza essere per questo giudicato o omologato da un’analisi sociale non completa.
Le mamme vogliono essere LIBERE di scegliere quello che fa per loro e per la propria famiglia.
La particolarità di ogni essere umano diventa ancora più sfaccettata quando un uomo e una donna si incontrano, uniscono i propri passati e pensando al futuro mettono su famiglia e decidono di far nascere un figlio.
Non possiamo ricondurre tutto al bianco o al nero. Esistono miliardi di possibilità di crescere un figlio: secondo cultura sì, ma ancora di più secondo coscienza e con tanta flessibilità sia di giudizio che di scelta.
Basta creare sul mercato strumenti di adesione collettiva e di apparente delega forzata del ruolo di madre come le Tate televisive o certi libri che “tidicoiocosadevifarecontuofiglio”.
Questi non fanno altro che sminuire la potenza insita in ogni madre, sia che lavori, sia che non lavori, sia che allatti, sia che non allatti, sia che dorma coi propri figli, sia che non lo faccia, sia che abbia un compagno o che sia separata o divorziata.
Il libro della Badinter è tutt’altro che neutro. Ridicolizza una certa direzione di scelte che etichetta come “naturaliste” peraltro dimostrandone una conoscenza profonda che le fa onore da un punto di vista di correttezza di analisi sociale; ma dà chiari segnali di preferire scelte pseudofemministe basate sulla donna che secondo lei non è solo madre.
La scoperta dell’acqua calda. Quante donne conosciamo che sono solo madri? Che non hanno vita sociale, che non lavorano affatto, che non hanno amici e che magari non leggono? Che non hanno altri interessi? Che non hanno altro in testa che i figli e soccombono al senso di colpa di non essere una buona madre?
La Badinter è di parte tanto quanto i suoi sminuiti naturalisti. Non considera neanche per sbaglio una prospettiva individuale, serena e integrativa della donna che sia madre o meno. Ne risulta un messaggio fazioso che si traduce nel ricorso continuo alla citazione del senso di colpa che, secondo l’autrice, le mamme proverebbero in seguito ad orde naturaliste che gli annebbierebbero il cervello indicando loro la strada irraggiungibile della “madre perfetta che segue la natura”.
Anche questo può far sentire in colpa chi invece scegliesse modalità di accudimento secondo il proprio istinto e il cuore, ma per carità la Badinter mette in guardia ed esalta anche la tesi che l’istinto materno è merce rara, per non dire che non vale nulla.
Questo non aiuta la libertà delle mamme e non le rafforza. Questo non serve alle mamme né alle donne che non sono ancora mamme e neanche a quelle che non lo diventeranno mai più o meno per scelta.
La Badinter parla di crisi delle nascite ma la analizza soltanto come crisi della maternità. I figli si fanno in due, questo le sfugge. E si dimentica anche di citare i preoccupanti dati che sta raggiungendo la sterilità di coppia.
In Italia si stima che una coppia su 5 non possa avere figli. Un dato ben degno di un’analisi sociale neutra e corretta che comprenda non soltanto la filosofia e i dati statistici europei. Credo che queste coppie non sarebbero molto felici di leggere ciò che scrive la Badinter: reputo questo libro una grande mancanza di rispetto per queste persone, neanche citate nella sua analisi.
E se cominciassimo invece a dire che le mamme sono normalissime, che i loro figli lo sono altrettanto, che il latte prodotto dai seni è la norma biologica della specie umana e di tutti mammiferi? Che è normale sentirsi in colpa se qualcuno ci giudica e che si può reagire? Che è normale cambiare qualcosa di sé e del proprio mondo quando nasce un figlio ma non per questo sarà una perdita di identità? Che non deve per forza essere tutto come prima?
E se mandassimo messaggi alle mamme che esaltino la differenza dei ruoli genitoriali e l’immensa diversità insita nel femminile e nel maschile intesi non come categorizzazione dell’essere umano ma in prospettiva integrativa?
L’uomo e la donna per natura non sono uguali altrimenti la specie umana si estinguerebbe: dovrebbero avere uguali diritti e uguale peso nella società questo certamente sì. E c’è poco da parlare ma tanto da fare perché questo avvenga.
Visto che la Badinter è una filosofa poteva anche considerare che la filosofia orientale ha dato origine a due concetti illuminanti ovvero quello dello yin e dello yang; non intesi come dicotomia assoluta ma in termini comparativi.
Niente può essere completamente yin o completamente yang: per esempio, ogni uomo ha dentro di sé una parte femminile così come una donna una parte maschile. Lo yin e lo yang hanno radice uno nell’altro: sono interdipendenti, hanno origine reciproca, l’uno non può esistere senza l’altro. Per esempio, il giorno non può esistere senza la notte.
I due concetti esistono ma senza una netta distinzione, poiché esistono in quanto combinati fra loro. Nessuno avrebbe vita senza l’altro così come l’uomo non esisterebbe senza la donna e viceversa.
Smettiamola di strumentalizzare le donne per indirizzarle verso la chimera del “devi lottare e scrollarti di dosso i figli ed essere uguale all’uomo”. I figli non sono un obbligo, si può anche scegliere liberamente di non farli ed essere felici e non è affatto scontato che la donna che decide di non avere figli indossi la lettera scarlatta come afferma la Badinter.
Ci sono donne e mamme in grado di organizzarsi autonomamente, proprio perché la società non le aiuta, che non fanno mancare nulla (o almeno ci provano e già per questo sono da ammirare) né alla propria famiglia, né a se stesse, né al datore di lavoro se hanno un impiego.
Sono le relazioni affettive umane e la pienezza dei ruoli maschile e femminile integrati e complementari che danno quel qualcosa in più di una semplice e banale analisi sociale come quella della Badinter: analisi che certamente è specchio della nostra società. Una società dove i valori affettivi sono considerati marginali e superflui, roba da persone mediocri, in confronto al lavoro, al denaro, al marketing e al far girare l’economia.
Come uscirne? La Badinter auspica una “maternità parziale” di una donna che così finalmente si libera dalla mediocrità di allattare al seno o di dedicarsi totalmente ai figli. Poi però non spreca una pagina per spiegare dove inizia e dove finisce questa parzialità.
Io non sono d’accordo: smettiamola di teorizzare utopie e piangerci addosso denunciando e analizzando la crisi. Lo sappiamo tutti come è fatta la nostra società. Ma sappiamo anche quanto valore c’è dentro ogni testa pensante.
Le mamme non hanno bisogno di guru, ayatollah o di essere adepte di chicchessia se la cavano benissimo anche senza, perché pensano e provano sentimenti. Secondo la Badinter, invece esiste l’arte di vivere senza figli perché il bambino è un ostacolo all’identità della donna. Badinter parla di donne mediocri se fanno scelte naturaliste: donne childfree se provano disgusto nei confronti dei bambini e se restano incinte abortiscono e/o si fanno sterilizzare; donne childless se scelgono di non avere figli.
Poi ci sono donne diventate mamme che arrivano a sera magari stanche ma felici e appagate nel loro ruolo di madri e di donne anche se compiono scelte di accudimento dei bambini definite naturaliste dall’autrice. E la loro identità non è in pericolo ma arricchita da un’esperienza unica nella vita. Ma queste non rientrano nell’analisi sociale di questo libro.
Forse è giunta l’ora di smettere di parlare in questo modo delle donne e di cominciare ad agire. Smettiamo per favore di confrontare, giudicare e catalogare le mamme e facciamo qualcosa per loro, per rafforzarle e per dar voce alla loro unicità di esseri umani.
La crisi della donna non è colpa loro, né dei loro bambini. La nostra società fa sentire in colpa chiunque si discosti dalla media, non si omologhi, non deleghi agli esperti e scelga un’alternativa che vada controcorrente.
Infatti chi si omologa non si sente in colpa; è un fenomeno che riguarda tutti, non solo le madri, nessuno escluso.
Analizzare solo la maternità è semplicemente parziale. Ridurre tutto ad un ipotetico senso di colpa significa postulare l’incapacità delle persone di pensare autonomamente, soccombendo senza speranza al giudizio degli altri, incapaci di reagire.
Allora che fare?
L’analisi della Badinter mi ha fatto pensare a Claudio Naranjo.
Psichiatra, antropologo, musicista già con la sua formazione multidisciplinare ci dà un esempio di come uscire dalla crisi sociale ed affettiva in cui versa la nostra società: ampliando i propri orizzonti e aprendo la mente e il cuore.
La parola d’ordine secondo questo illustre personaggio è uscire dall’ego patriarcale: unico responsabile di tutti i mali della nostra società. Il patriarcato è un forma di organizzazione sociale gerarchica, basata sul potere, con ampi riflessi sulla rappresentazione mentale degli individui. Il sistema patriarcale ha soppiantato le culture matristiche incentrate su una serie diversa di valori quali: la comunità, la collaborazione, la solidarietà, l’agricoltura e più in generale le funzioni di nutrimento e di sostegno della vita.
Nelle società patriarcali, il dominio maschile che si esprime sia a livello sociale che intrapsichico, rappresenta – secondo Naranjo – l’ostacolo principale per la salute mentale e per l’equilibrio interiore.
A livello sociale la risoluzione di questa crisi epocale non passa attraverso un semplice ribaltamento dei sistemi organizzativi e mentali, cioè ad esempio da una organizzazione patriarcale della civiltà ad una matristica, bensì dalla realizzazione di un equilibrio tra l’aspetto paterno, materno e filiale, nella società, nella famiglia ma soprattutto nelle nostre menti.
Ancora una volta la soluzione quindi sarebbe da ricercare nell’equilibrio, nell’integrazione e nella collaborazione fra esseri umani valorizzandone le risorse, sviluppando empatia e partendo ognuno dalla propria esperienza di vita individuale.
Ebbene il libro della Badinter è pieno zeppo di ego patriarcale, è rabbioso, non accompagna verso una soluzione, la impone; e di nuovo diventa una posizione gerarchica di un autore che si mette in cattedra e giudica.
Io ne ricavo  tante riflessioni, tutte con un denominatore comune: è un libro privo di femminilità, un libro in cui il grande assente è il cuore di mamma che soccombe in nome della ragione, dei numeri e della battaglia sociale.
Alessandra Bortolotti


Potrebbero interessarti anche