Perché portare i piccoli

Oggi vi propongo una riflessione scritta da Erika, mamma e istruttrice portare i piccoli in formazione, che condivido pienamente.
Buona lettura, buona riflessione.

Perché portare?
Ci sono cascata pure io.
Nel tranello dell’elenco dei vantaggi del portare.
Quella lista di motivazioni che fanno apparire fascia&co come la panacea di tutti i mali, gli strumenti miracolosi che mentre si annodano sciolgono mille altri nodi.

Ci son cascata come una golosa di fronte a una piscina ripiena di caramelle.
Perché per chi come me crede fortemente nella bellezza del portare, avere sotto mano un elenco di vantaggi scientificamente provati pare una leccornia alla quale è impossibile rinunciare.

Così portare:
– riduce il pianto dei bambini,
– contribuisce a renderli più autonomi,
– è comodo, pratico ed ecologico,
– migliora lo sviluppo corporeo dei nostri cuccioli,
e così via.

Con argomenti tanto ben articolati quale genitore giudizioso può astenersi dall’avvolgere il proprio bimbo nelle amorevoli fibre di una fascia, magari in tessuto biologico certificato?

E’ vero, molti studi avallano la pratica del portare i piccoli attribuendone numerosi vantaggi, sia pratici, che fisiologici che relazionali. Ma…

Anche in tanta positività si insinua un “ma”.
Il “ma” che sta nel pericolo che s’incontra ogni volta che si semplifica. Che si attribuiscono allo strumento le proprietà del fine.
Perché portare è solo uno stile, un metodo, una via.
Un modo, uno dei tanti possibili, per amare.

L’essenza del portare non sta negli obiettivi che ci poniamo nel farlo (porto perché pianga meno, porto per essere più comoda, porto così sarà più stimolato…).

Credo che in fondo chi decide di portare lo faccia fondamentalmente perché ama il proprio figlio e crede che la maniera più forte, bella, completa per dargli amore sia tenerlo il più possibile vicino a sé. Che lo si faccia tenendolo in braccio, che ci si aiuti con un supporto di stoffa, che nel frattempo si cammini o si lavori in casa, o che si rimanga sdraiati sul divano… poco importa.
Ciò che conta è la vicinanza.

E’ da questa vicinanza che nascono tutti gli effetti positivi del portare, che sono gli effetti dell’amore. E da qui ne derivano tutte le difficoltà. Perché tenere tanto vicino una persona non è facile. Richiede di fare spazio, sul corpo, nella testa, nel cuore, nella pancia. Risveglia bisogni soffocati, richiama paure sommerse, impone rivoluzioni, risucchia energie.

Se fosse una mera questione di praticità, una semplice valutazione di benefici, perché tanti genitori rinunciano a portare? Perché preferiscono “trasportare”?

Non che questi amino meno i loro figli. Assolutamente no. Che non si osi operare l’odiosa equazione: portare sta a bravo genitore come non portare sta a genitore degenere.

Ognuno sceglie il proprio stile d’amore, il linguaggio con cui esprimerlo.
E dietro ogni scelta sta un percorso.

Davanti a ogni scelta ne parte un altro.

Buon cammino.

Erika Lerco

www.alberoestella.it

(introduzione di Esther Weber)

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