Il bambino morto in gravidanza vive nel cuore

Qualche giorno fa mi ha scritto una mamma. Come spesso accade, ne è nato un breve scambio di email. “Quanti bimbi hai?” le ho chiesto.

E lei mi ha risposto: “Tre. Il più grande ha quattro anni, il secondo l’ho perso in gravidanza, la piccola ha un anno”.

Mi ha tanto colpito la risposta di quella madre. E mi ha fatto tornare in mente quando, dopo aver perso il mio bambino nell’attesa, avevo sempre voglia di rispondere “Ho tre bambini e uno in Cielo”.

E mi ha anche fatto tornare in mente qualcosa che ho potuto constatare raccogliendo le testimonianze destinate al libro Quando l’attesa si interrompe: i bimbi persi non sono persi per le loro mamme. Restano per sempre nella loro memoria e nel loro cuore. Fanno parte di loro.

Questa consapevolezza forse potrà aiutare, almeno un pochino, chi ora sta soffrendo per un bimbo non nato. Una sofferenza troppo spesso ignorata, incompresa e banalizzata dalla nostra società. “Eri solo di tre mesi! Be’ ne avrai altri! È la natura!”, queste le frasi di “non consolazione” che spesso si sentono dire le donne che hanno perso un figlio in gravidanza…

A tutte le donne che non hanno potuto stringere tra le braccia il proprio bambino, ma lo custodiscono gelosamente, al sicuro, nel loro cuore, è dedicata questa riflessione tratta da Quando l’attesa si interrompe:

“Quando il processo di lutto si conclude, al dolore per la perdita della persona amata si sostituisce la dolcezza del ricordo.
Può accadere che, con il succedersi delle settimane, mentre la donna pian piano si accorge di star meglio possa temere di dimenticare. Questo timore è causa di un intenso disagio: piuttosto che dimenticare, meglio continuare a soffrire.

Ma il rischio di dimenticare, in realtà, non esiste.

Un bambino perso non è perso per la sua mamma. Lei lo custodisce per sempre, al sicuro, nel suo cuore. Credeteci perché è proprio vero, l’ho scoperto parlando con tante, tante donne, oggi madri felici, che hanno vissuto questa esperienza cinque, dieci, vent’anni fa.

Donne a cui il trascorrere del tempo non ha rubato alcun ricordo, che sanno dire quanti anni avrebbe oggi quel figlio perso, che conservano nella memoria le date legate alla sua breve esistenza terrena (il giorno della diagnosi, o il giorno del raschiamento, o del parto), che mentre dicono quanti figli hanno, sentono il loro pensiero volare là, al loro bambino speciale che non hanno potuto abbracciare, ma che c’è, fa parte di loro e della loro storia di madri”.

Giorgia E.Cozza

Per approfondimenti

Quanto l’attesa si interompe

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