Sonno dei bambini secondo Estivill

Ho riletto di recente il libro Fate la nanna di Eduard Estivill e vorrei condividere qualche riflessione con voi.

Non sono un pediatra e non sono una psicologa, quindi queste riflessioni non riguardano la salute o la psiche dei bambini.

Sono una giornalista, la mia professione si serve delle parole ed è sulle parole di Estivill che mi sono soffermata. Sull’uso che lui fa delle parole, in questo libretto che spiega come far sì che i bambini quando si addormentano la sera o si svegliano durante la notte, non chiamino i genitori ma gestiscano da soli bisogni e paure notturne.

Il metodo in sé non è nulla di nuovo, Estivill lo ha ripreso dall’americano Richard Ferber, ma il condizionamento (ottenere un certo comportamento riproponendo più volte lo stesso stimolo), è stato sperimentato con successo anche prima, negli esperimenti con cani e topolini.

Credo che ogni genitore debba trovare il proprio modo di accudire il suo bambino di giorno e di notte. Tutti sappiamo che un bimbo piccino non si “spegne” alla sera e non si mette via fino al giorno dopo. La maggior parte dei bimbi la notte si sveglia alcune volte e ha bisogno di mamma e papà per riprendere sonno.

Funziona così, i suoi ritmi sonno-veglia non sono ancora come quelli degli adulti. Come gestire i bisogni notturni del proprio figlio sta alla famiglia deciderlo, e ogni genitore saprà trovare soluzioni rispettose e di buon senso per garantire il miglior sonno possibile a grandi e piccini.

Se una mamma nota che, aspettando un paio di minuti per intervenire, il suo bimbo si riaddormenta sereno, perchè il suo era più che altro un borbottare nel dormiveglia, bene. Viceversa, se una mamma nota che è meglio rassicurare subito il piccolo con una carezza, delle parole sussurrate, una ciucciatina di latte, altrimenti si sveglia del tutto, ancora bene. A ognuno la sua soluzione.

Ma veniamo al punto. Che non è tanto cosa ha scritto Estivill, ma COME lo ha scritto. Estivill dà le istruzioni per il “programma di rieducazione” del bambino (lasciarlo piangere perchè impari ad addormentarsi e riaddormentarsi da solo), ma contemporaneamente mette in atto un altro programma di rieducazione, il cui inconsapevole oggetto è il genitore/lettore.

E chiarisce: “Prima di cominciare tenete ben presente che per ottenere risultati potrete fare solo ciò che vi spiegheremo. In altri termini seguite alla lettera quel che avete letto senza prendere iniziative di testa vostra”.(1)
Estivill vuole convincere entrambi i genitori: “Se solo uno di voi sa come agire a chi si appoggerà in caso di dubbio?”. E mette in guardia dalle interferenze di parenti che potrebbero tentare di dissuaderli: “… i terzi che vivono in casa (ivi inclusi i fratelli maggiori e, per chi ha la fortuna di averlo, il personale di servizio) devono essere avvertiti di non interferire in alcun modo nel programma di (ri)educazione”.

Estivill vuole convincere il genitore ad applicare il suo metodo, ma sa che il genitore per natura, per istinto, per amore, mostrerebbe delle resistenze dovendo eseguire le sue istruzioni.

Allora cosa fa? Usa le parole per rendere accettabile – no di più, necessario – qualcosa che altrimenti ci risulterebbe non accettabile.

Per ottenere il risultato desiderato cammuffa i dati del problema. I dati del problema sono due: il bambino e il pianto con cui esprime il suo bisogno del genitore. Su questi due binari si sviluppa l’operazione fatelananna.

L’identità del bambino viene progressivamente svilita grazie a un sapiente uso dei termini che spersonalizza il piccolo privandolo delle caratteristiche – fragilità, vulnerabilità, dipendenza, tenerezza – che sarebbero d’intralcio nel conseguimento dell’obiettivo.

Il bambino viene definito marmocchio (“veder singhiozzare un marmocchio è avvilente”(2)), brigante, astuto, demonio.

E, cosa importante, gli vengono attribuite consapevolezza e cattive intenzioni (che fanno di lui una persona non solo fastidiosa, ma in qualche modo cattiva): “Sa bene quanto questi comportamenti disturberanno i genitori…”(3)

“Per farvi rinunciare all’impegno di insegnargli a dormire il bambino è capace di combinarne di tutti i colori”.(4)

“Piangere; e accompagnare il pianto con il faccino più desolato del suo repertorio mimico. È la sua arma letale e lui lo sa”.(5)

“(…) riesce a manipolare i genitori”(6)

“A quali altri trucchi ricorrerà?”(7)

Il pianto, unico strumento di comunicazione a sua disposizione, viene presentato non come espressione di bisogno, ma come arma. Il rapporto tra il genitore e il figlio non è più una relazione d’amore tra persone che ‘stanno dalla stessa parte’, ma uno scontro tra parti opposte.

“La ‘grande guerra’ è appena incominciata”.(8)

“Non abbassate la guardia (…) rischierete di cadere come allocchi nelle sue piccole ma astutissime trappole”.(9)

“Per perdere la partita basterà fare una sola volta quello che vi chiede”(10)

“… comincerà a urlare fino a lasciarci i polmoni (e noi i timpani)”.(11)

“Per non uscirne con le ossa rotte, dovrete sistemarlo come meglio credete e poi lasciarlo lì, a sfogarsi a suo piacimento. Basterà non dargli retta…”(12)

Il bisogno stesso del bambino, di avere un genitore accanto, perchè ha paura, fame, sete, e perchè lo ama, viene trasformato in negativo:

“Il piccolo approfitterà di qualunque situazione ‘diversa’ per sabotare con astuzia il programma di rieducazione”.(13)

“Oltre a chiedere da bere, a dire ‘bua’ e a tutti gli espedienti di cui abbiamo parlato, può darsi che vomiti. Non spaventatevi non ha niente: i bambini riescono a procurarsi il vomito con grande facilità. (…) Pulite il disastro (…) e perseverate con tetragona volontà nel vostro programma educativo”.(14)

Le pagine non sono molte, l’operazione deve necessariamente svilupparsi con un ritmo sostenuto per arrivare all’obiettivo. E l’obiettivo, spiace dirlo, ma è quello di riuscire a far fare ai genitori qualcosa che altrimenti, molto probabilmente, non farebbero.

Invece, dopo aver subìto inconsapevolmente l’operazione linguistica di Fate la Nanna, il lettore/genitore può prendere in considerazione il metodo proposto. Il discorso, così come viene fatto da Estivill, fila.

Se a rovinare le nostre notti è una persona piccola ma astuta che usa tutti i mezzi a sua disposizione per fregarci, manipolarci, soddisfare i propri immotivati capricci, forse farlo piangere per qualche notte non sarà così terribile. In fondo è anche per il suo bene, no? Così impara le buone abitudini, dice Estivill.

Ma il genitore lo farebbe ugualmente se il libro avesse usato una terminologia diversa? Ad esempio, questa:

Il tuo bambino nasce completamente dipendente, la presenza della mamma (o del papà) gli è indispensabile per sopravvivere e per stare bene. La solitudine per una creatura di pochi mesi è qualcosa di terribile, fonte di angoscia e di paura.

Per un bimbo che non ha ancora compiuto un anno la mamma che è nell’altra stanza semplicemente non c’è più e, non avendo ancora sviluppato una percezione del tempo come la nostra, cinque minuti sono un tempo infinito, un mai o un sempre.

Anche quando è più grandicello, per il bimbo la notte con il buio e i suoi fantasmi può essere difficile da affrontare (spesso è così anche gli adulti, la notte ingigantisce i malesseri e le preoccupazioni).

Addormentarsi è più facile se la mamma o il papà sono vicini e scacciano mostri e paure. Perchè la mamma e il papà sono speciali, sono magici. Se c’è la mamma tutto andrà bene. Per un bimbo piccolo i genitori sono come il sole, fonte di gioia, calore e vita. Ha bisogno di loro e li ama immensamente.

Detto ciò, concludete con: “Piangerà come la fontana di Trevi aspettandosi che la mamma corra a consolarlo. Ma la mamma non ci andrà”.(15)

Così non funziona, vero?
Quando si dice che le parole sono potenti… quanto è vero!

Nel secolo scorso c’è stata una persona che con un’operazione ideologica e un capace uso delle parole è riuscito a uccidere sei milioni di uomini, donne e bambini.

Cosa vi chiede questo articolo? Non di intervenire subito quando vostro figlio piange, no. I tempi li decidete voi, li sapete voi. Volete bene al vostro bambino e sapete accudirlo al meglio. Quello che vi chiedo è, se leggerete questo libro, di notare l’operazione che viene effettuata tra le righe e di sentire un brivido lungo la schiena.

Giorgia Cozza

Per approfondimenti
Facciamo la nanna di Grazia Honegger Fresco
Di notte con tuo figlio, di J.J. McKenna
Bebè a costo zero di Giorgia Cozza

Note:

1. Estivill E. e de Béjar S., Fate la nanna, Mandragora, 1999, pag. 55
2. Op. cit., pag. 106
3. Op. cit., pag. 110
4. Op. cit. pag. 106
5. Op. cit., pag. 64
6. Op. cit., pag. 62
7. Op. cit., pag. 64
8. Op. cit., pag. 65
9. Op. cit., pag. 68
10. Op. cit., pag. 68
11. Op. cit., pag. 108
12. Op. cit., pag. 64
13. Op. cit., pag. 111
14. Op. cit., pag. 64
15. Op. cit., pag. 109


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