Bambini a scuola: ecco come farla odiare

L’anno scolastico è al termine, e credo di non sbagliarmi quando dico che saremo in molti a tirare un sospiro di sollievo.

Sì sì, non solo i nostri figli, ma anche noi genitori!

Per le corse su e giù ad accompagnarli e ad andarli a riprendere, per i vari impegni extrascolastici, le riunioni, gli incontri…ma soprattutto – ditemi se non è così – per i compiti a casa, le verifiche e le interrogazioni!

Ogni giorno uno sforzo in più per motivare i nostri ragazzi a prendere libri e quaderni e leggere, scrivere, ripetere, in vista di…

Voti. Eh sì, alla fine l’impegno e gli sforzi dello studente, a partire dalle elementari, si quantificano con un numerino- sul compito in classe, sul diario dopo l’interrogazione, sulla pagella finale.

Sarà forse un caso, sarà la risposta al mio sempre più profondo disagio e malcontento, ma una lettrice giorni fa sembra aver risposto a questo mio stato d’animo segnalandomi un articolo di un autore a noi molto caro – Alfie Kohn – proprio sul tema scuola e voti.

Un pezzo che prende spunto da un testo di Kohn (Feel-bad Education) che ho avuto modo di leggere e condividere profondamente tempo fa, e che quindi vorrei proporre anche a voi.

Il titolo dell’articolo pubblicato dal Daily Riff parla da sé: come far odiare la lettura… Direi che il quadro non è molto incoraggiante, e purtroppo confermato dalla mia personale esperienza di studentessa -ieri – e di mamma di un ragazzino che frequenta le elementari -oggi.

E voi vi ritrovate con quanto descritto dall’autocritico ex professione di liceo?

Ora vi propongo la parte più dura e scoraggiante…ma se il tema vi sta a cuore, niente paura: l’autore offre alcune soluzioni “salvavita” – o meglio, “salvalettura” – per fare dei nostri figli studenti finalmente brillanti e motivati.

COME FAR ODIARE LA LETTURA

Riflessioni su motivazione, apprendimento e potere condiviso.

di Alfie Kohn

Gli insegnanti che prediligono l’autonomia cercheranno l’iniziativa dello studente
per contro gli insegnanti che prediligono il controllo ne cercheranno l’obbedienza
J. Reeve, E. Bolt, Y. Cai

Sebbene non me l’abbiate chiesto, il proverbio spagnolo che prediligo – attribuito al poeta Juan Ramón Jiménez, può essere tradotto così: “Se ti danno un foglio squadrato, scrivici sopra dall’altro lato”. Restando su questo tono, vorrei iniziare il mio contributo a uno dei temi trattati da questa rivista – ossia “come motivare gli studenti” – ventilando che è impossibile motivare gli studenti.

Di fatto è praticamente impossibile motivare qualcuno, se non forse se stessi. Di certo se si possiede abbastanza potere si sarà in grado di far fare agli altri, studenti compresi, quello che si vuole. Per questo esistono premi (leggi voti) e punizioni (leggi voti). Tuttavia non si riuscirà a farglielo fare bene. Come affermò una volta Donald Murray: “Puoi imporre di scrivere, ma non puoi imporre di scrivere bene”, né è possibile far desiderare di fare quello che vuole qualcun altro. In realtà più ci si affiderà alla coercizione e all’induzione estrinseca, più sarà improbabile che gli studenti nutrano interesse per quello che sono obbligati a svolgere.

(Tutto) quello che può fare un insegnante è lavorare con i suoi ragazzi alla realizzazione di una cultura, un clima e un programma di classe che alimentino e incoraggino le inclinazioni di base dalle quali partono tutti: dare un senso a se stessi e al mondo, essere sempre più competenti in compiti considerati sequenziali, entrare in contatto (ed esprimersi) con gli altri. La motivazione – quantomeno la motivazione intrinseca – è una dote da incoraggiare, se necessario rinvigorire. Non è possibile instillarla nello studente agendo in una qualche maniera su di lui. Si potrà far appello alla sua motivazione, ma non “motivarlo”. E se ritenete che si tratti di una distinzione puramente semantica, beh, temo di non essere d’accordo con voi.

Da un lato, quello che – in maniera evidente – gli insegnanti riescono a fare con la motivazione degli studenti è sopprimerla. Non si tratta soltanto di un’ipotesi teoretica. E’ quanto avviene in questo esatto momento in un numero di classi troppo alto da quantificare. Quindi, sempre tenendo presente l’imperativo di “scrivere dall’altro lato” del foglio, vorrei entrare più nello specifico nelle modalità attraverso cui un insegnante di perverse inclinazioni riesca di fatto a uccidere nei suoi studenti l’interesse per la lettura e la scrittura. Vi darò sei suggerimenti tutto d’un fiato, per poi soffermarmi sul settimo.

1. Quantificare le letture assegnate. Niente coltiva l’interesse (e la competenza) nella lettura di uno studente meglio della possibilità di leggere i libri che si sono scelti da sé. Tuttavia compromettere i vantaggi della lettura libera è semplice. Basterà solo stabilire, ogni sera, che si debbano leggere un certo numero di pagine, o per un determinato numero di minuti. Se si dice a uno studente quanto leggere, egli si limiterà a “sfogliare le pagine”, “leggendone il numero assegnato e stop”. Queste le parole di Christopher Ward Ellsasser, insegnante di scuola media superiore della California. E se gli si dice per quanto tempo leggere – pratica più diffusa tra gli insegnanti dei più piccoli – il risultato non è tanto migliore. Come riferisce Julie King, mamma: “Ai nostri bambini viene richiesto di leggere 20 minuti ogni sera, e di annotarlo sul diario. Noi genitori scopriamo che (sorpresa!) i ragazzini abituati a mettersi a leggere per piacere – quelli che si perdevano in un libro tanto da dover dire loro di smettere per mangiare, giocare, o fare altro – adesso regolano il timer e smettono quando scatta la suoneria…Leggere è diventato un dovere, come lavarsi i denti”.
2. Far redigere schede di lettura: Jim DeLuca, professore di scuola media, è conciso: “Il miglior modo di far odiare la lettura agli studenti è chiedere loro di dar prova di aver letto. Alcuni insegnanti ricorrono a fogli chilometrici dove annotare la pagina dove lo studente ha iniziato la lettura, e la pagina in cui ha smesso di leggere. Altri utilizzano schede-libro o altri tipi di metodi, tutti facilmente raggirabili, che implicano di non aver letto quasi per nulla. In molti casi compiti come questi fanno sì che lo studente odi il testo appena letto, a prescindere dalla sua opinione prima della lettura”.
3. Isolare lo studente: Per 25 anni ho frequentato lo stesso gruppo di lettura, leggendo soprattutto narrativa, sia classica sia contemporanea, a ritmi di quasi un libro il mese. Rabbrividisco al pensiero di quanto avrei letto meno in tutto quel periodo, e di quanto sarebbe stato meno gratificante (e stimolante) leggere gli stessi romanzi senza la presenza dei miei compagni di lettura. Gli abbonati a questa rivista probabilmente hanno familiarità con circoli letterari e altre realtà che aiutano gli studenti a formare comunità di lettori. Sarebbe vostro auspicio ostacolare novità come queste – e impedire che i vostri ragazzi leggano (e scrivano) soprattutto per volontà propria – se il vostro obiettivo fosse far perdere loro interesse in quello che fanno.
4. Concentrarsi sulle competenze: I bambini amano leggere quando ciò ha un senso, quando affrontano in modo diretto idee provocatorie, personaggi impegnativi, una prosa accattivante. Ma quest’amore non sboccerà mai se tutti questi pregevoli elementi vengono soffocati dall’eccessiva attenzione all’intero apparato – o, peggio, al vocabolario approvato per la descrizione di tale apparato. Conoscere la definizione di ironia drammatica o di pentametro giambico sta all’essere colti quanto memorizzare il peso atomico dell’azoto sta alla scienza. Quando torno con la memoria alla mia breve carriera di professore di inglese al liceo, penso che avrei riscosso un successo di gran lunga maggiore se avessi posto assai meno domande che prevedessero un’unica risposta esatta. Avrei dovuto aiutare i ragazzi a lanciarsi a testa bassa nel regno della metafora invece di far perder loro tempo sulle differenze tra metafora e similitudine. “La scuola insegna che la cultura consiste in una serie di competenze, non in uno strumento per essere protagonisti di una fetta di mondo”, scrivevano di recente Eliot Washor e colleghi. “Ne consegue che molti giovani associno la lettura alla scuola invece che alla possibilità di conoscere meglio i propri interessi”.
5. Offrire loro incentivi: I crediti scolastici hanno dato conferma che i premi tendono a indurre le persone a perdere interesse in tutto quello che si è dovuto fare per accaparrarseli. Tale sistema è stato riproposto in molte popolazioni diverse (di tutti i generi, età e nazionalità), con vari tipi di compiti così come con svariati incentivi (soldi, “10”, cibo e lodi, per dirne quattro).Riuscirete a far leggere un libro a uno studente sventolandogli un premio davanti agli occhi per convincerlo, tuttavia è probabile che l’interesse per la lettura fine a se stessa svanirà – o nel caso dei ragazzini che hanno scarsa propensione a iniziare, difficilmente prenderà piede – dal momento che il messaggio da voi trasmesso è che leggere è un’attività a cui non ci si vorrebbe dedicare (Duh: “Se fosse divertente, per quale motivo mi corromperebbero per farlo?”). Complessi programmi in commercio (pensate a Accelerated Reader o Book it!) saranno lo strumento più efficace per insegnare ai ragazzi che leggere non è gradevole di per sé, ma se è proprio necessario ci riusciranno benissimo anche i normali voti. Per quanto mi riguarda tutti gli studi che abbiano preso in esame voti e motivazione intrinseca hanno rivelato che i primi influiscono negativamente sulla seconda.
6. Prepararli a esami e verifiche: Così come il voto dell’insegnate può avere la stessa efficacia, sul fronte della morte dell’interesse, degli incentivi esterni, allo stesso modo una verifica da lui assegnata può compromettere gli esami finali. Non è la prova in sé a creare il danno, quanto ciò che la precede. Heidegger diceva che la vita viene vissuta in base, come anticipazione e in funzione della morte (Sein zum Tode). Per analogia una classe in cui l’apprendimento è sempre mirato a una verifica (Lernen zum Examen?) è una classe dove le idee, e l’atto della lettura, sono vissuti come tanti mezzi per raggiungere un fine. Che, ovvio, è esattamente il medesimo risultato ottenuto con i premi, per cui se nella vostra classe viene dato risalto a compiti in classe e voti, il danno è, di fatto, doppio. E se tali verifiche e voti si concentrano soprattutto sulla memorizzazione di dati e sulla padronanza di competenze meccaniche, beh, vi siete aggiudicati il Primo Premio per aver fatto odiare la lettura a un’intera classe.
7. Limitarne le scelte: Mai come oggi gli insegnanti dispongono di poca autonomia. La versione predominante della riforma scolastica, con l’enfasi sulla “responsabilità” e il ricorso a programmi standardizzati e molto precisi da svolgere attraverso prove scritte e orali, si basa sulla premessa che ai docenti si debba dire cosa e come insegnare. Al contempo tale tendenza confonde l’eccellenza con l’uniformità (“Tutti gli studenti di prima superiore devono…”) e con la mera difficoltà (come se più “rigoroso” fosse per forza meglio). Oggi tutto ciò tocca l’apice con un’iniziativa che prevede l’imposizione degli stessi standard di base per tutte le classi di tutte le scuole del Paese. Un impegno sostenuto innanzitutto dai vertici aziendali, politici e dai formulatori dei testi di esame. Purtroppo, però, le organizzazioni dei docenti, come la NCTE, non sono riuscite a definire principi comuni per fare opposizione. Al contrario hanno accettato di buon grado qualsivoglia limitazione al ruolo concesso loro dagli sponsor aziendali nella definizione degli standard, dando così l’impressione che l’approccio prescrittivo a un’istruzione uguale per tutti goda della legittimazione e del sostegno degli insegnanti.

Il quadro appena illustrato, che trascende gli standard nazionali oltre ad anticiparli, prevede il controllo dall’alto lungo l’intera “catena alimentare” dell’istruzione, a partire dai legislatori e dalle istituzioni scolastiche fino ad arrivare alle cattedre, ai soprintendenti, ai presidi e ai docenti. Ciò comporta che il problema chiave – tanto morale quanto pratico – del docente sia se trattare gli studenti così come viene trattato lui…oppure come vorrebbe essere trattato.

Chi sceglie la seconda ipotesi – un approccio “collaborativo” – ritiene fondamentale accompagnare lo studente lungo il processo decisionale ogni qualvolta se ne presenti l’occasione. I docenti che optano per la prima – un approccio “impositivo” – si ispireranno allo stile gestionale di chi cerca di gestire anche loro. Di nuovo essi riproporranno il modello professocentrico di classe a loro ben noto. O forse troveranno semplicemente difficile allentare il controllo. Come affermano, non senza provocazione, Harvey Daniels e Marilyn Bizar – docenti con una lunga esperienza alle spalle: “E’ probabile che gli insegnanti non avrebbero scelto, in origine, la propria vocazione senza la brama di puntare i riflettori su livelli psicologici più profondi. La sete di “insegnamento vero” forse ha deviato le innovazioni studentocentriche più di quanto non abbiano fatto viltà amministrativa ed editoria scolastica messi insieme”. (7)

Mea culpa. Quando insegnavo quasi tutte le decisioni di classe venivano prese da me: che cosa leggere, lo stile da adottare per le letture, la valutazione dell’apprendimento, il tempo da dedicare a un testo o a un argomento, se svolgere un compito in piccoli gruppi o con l’intera classe, la risoluzione dei conflitti, se i compiti a casa fossero davvero necessari (e in caso affermativo, il compito da assegnare e la data di consegna), la disposizione delle sedie e i cartelloni da appendere alle pareti. In tutta franchezza, non mi è mai successo di domandarlo e neppure di riferirlo. Dopo tutto era o non era la mia classe?

Beh, certo, lo era, ma non perché dovesse essere così – soltanto perché tenevo il potere tutto per me. E ai miei studenti nulla.

Tristemente ironico constatare come man mano che i bambini crescono e sono sempre più in grado di prendere decisioni, meno si dà loro l’occasione di farlo a scuola. Per certi versi gli adolescenti hanno, di fatto, molto meno da raccontare sui particolari delle loro giornate scolastiche di quanto non accada agli alunni della scuola materna. Quindi la media delle scuole superiori in America rappresenta un ottimo trampolino per la vita adulta…sempre che si viva sotto un regime totalitario.

Quando un genitore domanda: “Che cosa hai fatto oggi a scuola?”, il figlio spesso risponde “Nulla”. Come faceva notare Howard Gardner, probabilmente è così, dal momento che “in genere è la scuola che fa, non gli studenti”. Un tipo di passività forzata tipica delle classi in cui gli alunni sono esclusi da qualsiasi iniziativa riguardo la definizione del programma, dove sono i destinatari delle lezioni e delle domande, dei compiti e delle valutazioni. Ne risulta una sostanziale mancanza di pensiero critico e creativo – quello che (ironico, vero?) gli insegnanti più dispotici probabilmente rimproverano proprio ai loro stessi ragazzi, accusati di irresponsabilità, mancanza di motivazione, apatia, immaturità. La verità, però, è che i giovani imparano a prendere le giuste decisioni decidendo, non seguendo istruzioni.

Al contrario gli studenti che non hanno quasi nulla da riferire su quanto avviene in classe con molta probabilità avranno una pessima condotta, saranno sempre più distratti, sempre più assenti, o semplicemente si ritireranno. Ripeto: ci vuol coraggio ad ammettere che tali reazioni sono dovute a quanto facciamo, o non facciamo, noi insegnanti. Lo stesso vale anche per la questione da me approfondita in questo articolo: la mancanza di occasioni per decidere si tradurrà nella mancanza di interesse per la lettura e la scrittura. Se questo fosse il nostro obiettivo, l’unica strategia, la più efficace, potrebbe essere organizzare una classe professocentrica gestita dall’insegnante.

A questo punto voglio abbandonare l’approccio, piuttosto faticoso, mirato a mostrarvi come uccidere l’interesse per tentare, al contrario, di offrirvi, in maniera più diretta, alcuni suggerimenti per pensare a come far sì che gli studenti assumano un ruolo più attivo nella propria istruzione. Presumo che se avrete letto fin qui, forse vorrete incoraggiare il loro desiderio di apprendere e di leggere.

Beatrice Cerrai

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