Perdere un bambino, l’incontro di Genova

Non c’è battito. L’attesa si è interrotta.
Poche parole pesanti come macigni.
Poche parole che mettono fine a un sogno, il più bello, quello di diventare madre.

Quando ho perso il mio bambino, ormai otto anni fa, avrei tanto voluto parlare di quello che era accaduto. Sentivo il bisogno di sfogarmi, di raccontare. Ma anche il bisogno di capire.

Perché il mio bimbo si era spento nel mio grembo? Perché la gravidanza si era interrotta? E ancora, perché stavo così male anche se tutti intorno a me facevano intendere che non si trattava di una perdita poi tanto grave ricordandomi che “in fondo ero incinta solo di tre mesi”?

È difficile parlare di questo dolore. Non capisco bene perché, ma è un dolore che la società si ostina a non considerare. E quando non viene ignorato, allora viene immediatamente minimizzato. Così al dispiacere si aggiunge anche la devastante consapevolezza di non essere comprese. Ci si sente sole. Sole con un dolore che il resto del mondo – a volte anche chi ci è più vicino – non riconosce e quindi non accoglie.

Ecco perchè credo sia stato un passo importante quello compiuto dall’Associazione Italiana per l’Educazione Demografica (Aied) che prendendo spunto dal libro Quando l’attesa si interrompe. Riflessioni e testimonianze sulla perdita prenatale ha organizzato un incontro sull’aborto spontaneo, giovedì, 10 maggio, a Genova, presso il Palazzo Ducale.
A confrontarsi sui contenuti di questo testo de Il leone verde, sono state la giornalista Carla Scarsi (che ha partecipato con un suo intervento alla redazione del volume), la psicologa Gabriella Ferrigno e la ginecologa Sandra Morano.

Io ho potuto partecipare a questo incontro solo con il pensiero e con un messaggio di saluto e di ringraziamento, di cui riportiamo di seguito un breve stralcio:

Molto tempo è passato dalle emozioni di quei giorni. Ma, come tutte le donne che hanno perso un figlio nell’attesa, non ho dimenticato. Ed è per questo che oggi vorrei ringraziare l’Aied, Carla Scarsi e le dottoresse che insieme a lei affronteranno l’argomento.

Purtroppo non posso essere lì con voi, ma vorrei mandare il mio saluto ad ogni persona che parteciperà a questo incontro. Se tra voi ci sono donne che hanno perso il proprio bambino… Vi sento vicine. Davvero. Quando l’attesa si interrompe è dedicato a voi. È dedicato a tutte le donne che hanno sognato di accarezzare, cullare, allattare il loro piccino, ma non hanno potuto farlo, perché non è stato concesso loro di abbracciarlo.

E a chi invece non ha vissuto questa esperienza, ma vuole comprendere meglio il dolore di chi ha perso il suo bambino nell’attesa: grazie, le persone come voi sono preziose”.

Perché parlarne è già un passo. Parlarne è un modo per riconoscere l’importanza di questo argomento.

Giorgia

Per approfondimenti Quando l’attesa si interrompe

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