Il bambino non riconosciuto

E’ un dato di fatto innegabile che non sempre la serietà delle nostre azioni vada di pari passo con quella delle loro conseguenze: se l’intento più risoluto e ponderato può tradursi in un risultato effimero, per contro, dall’impulso passionale di un momento possono scaturire responsabilità indelebili.
Appare emblematico, in proposito, l’esempio dei figli che, desiderati o meno, quand’anche nati fuori dal matrimonio, una volta venuti al mondo determinano l’insorgere, in capo ad entrambi i genitori, di un dovere-diritto di mantenimento, di istruzione e di educazione (artt. 2 e 30 della Costituzione).
Né varrà a sottrarsi da tale obbligo, per il ritroso genitore, l’aver omesso il riconoscimento del neonato, facendo perdere le proprie tracce sino a che questi non abbia raggiunto una piena indipendenza familiare ed economica.
E’ questo, appunto, il caso su cui ha avuto recentemente modo di pronunciarsi la Corte di Cassazione (Sent. 5652/12), in relazione al giudizio promosso dal figlio nei confronti del presunto padre che, oltre quarant’anni prima, giunto a conoscenza dell’avvenuto concepimento, aveva interrotto ogni rapporto con la propria partner, rifiutandosi, anche in seguito, di riconoscere il figlio e di mantenerlo, sì da costringerlo per molti anni ad un’esistenza travagliata.
L’attore aveva, pertanto, promosso giudizio avverso il genitore, affinché, accertata la filiazione naturale, venisse posto in capo a quest’ultimo un assegno mensile a titolo di alimenti, oltre ad un ulteriore risarcimento, in ragione del danno arrecato al figlio dalla consapevole violazione del diritto fondamentale di ricevere, dai propri genitori assistenza, materiale e morale.
I Giudici di merito, in entrambi i gradi di giudizio, accertata la paternità, avevano respinto le difese del convenuto, riconoscendo che nessun valore scriminante potesse attribuirsi alla incolpevole convinzione di non essere il padre del bambino.

Pur negando il diritto dell’attore ad un assegno alimentare, in ragione della raggiunta indipendenza economica, riconoscevano quindi, in favore dello stesso, il diritto ad un risarcimento, in ragione del pregiudizio di natura esistenziale dallo stesso patito.

Il procedimento giungeva quindi, all’esame della Suprema Corte (che, pur ritenendo inaccoglibile il ricorso per questioni procedurali), nel proprio iter argomentativo, evidenziava come l’obbligo del genitore naturale di concorrere nel mantenimento, all’educazione e all’istruzione del figlio, ai sensi del combinato disposto degli artt. 261 e 148 c.c., insorga sin dal momento della nascita e, quindi, con validità retroattiva rispetto al momento del riconoscimento o, in alternativa, della pronuncia giudiziale.
La ragione di un siffatto onere deve essere ricercata nel solo fatto della procreazione, anche in assenza di una domanda in tal senso da parte dell’altro genitore o dal figlio stesso, “sicché nell’ipotesi in cui al momento della nascita il figlio sia riconosciuto da uno solo dei genitori, tenuto perciò a provvedere per intero al suo mantenimento, non viene meno l’obbligo dell’altro genitore per il periodo anteriore alla pronuncia della dichiarazione giudiziale di paternità o maternità naturale, essendo sorto sin dalla nascita il diritto del figlio naturale ad essere mantenuto, istruito ed educato nei confronti di entrambi i genitori (Cass., 2 febbraio 2006, n. 2328)”.
La violazione di un simile dovere da parte del genitore naturale determinerà, pertanto, la lesione dei correlativi diritti primari, costituzionalmente garantiti (artt. 2 e 30 Cost.), integrando tale condotta un illecito civile risarcibile ai sensi degli artt. 2043 e seguenti c.c, dettati in tema di responsabilità extracontrattuale.
La Corte ha, infatti, evidenziato come, per pacifica giurisprudenza, in ipotesi di illecito endofamiliare, qualora alla violazione dei relativi doveri consegua la grave lesione di diritti inviolabili della persona costituzionalmente protetti, quali, appunto, quelli contemplati all’art. 30 della Carta Costituzionale, il soggetto inadempiente non andrà incontro soltanto alle misure tipiche specificamente previste dal diritto di famiglia ma, al pari di quanto accade in ogni altro caso di illecito civile, potrà essere convenuto in un’autonoma azione diretta al risarcimento per equivalente dei danni non patrimoniali, ai sensi dell’art. 2059 c.c., atteso che, nello specifico “il disinteresse dimostrato da un genitore nei confronti di un figlio, manifestatosi per lunghi anni e connotato, quindi, dalla violazione degli obblighi di mantenimento, istruzione ed educazione, determina un vulnus, dalle conseguenze di entità rimarchevole ed anche, purtroppo, ineliminabili, a quei diritti che, scaturendo dal rapporto di filiazione, trovano nella carta costituzionale e nelle norme di natura internazionale recepite nel nostro ordinamento un elevato grado di riconoscimento e di tutela”.
In conclusione, la decisione assunta dalla Corte di Cassazione con la predetta sentenza, pur non costituendo, di per sé, una novità nel campo del diritto, appare significativa in ragione del riconoscimento, a oltre quarant’anni di distanza dalla nascita, del diritto della persona a ricevere un risarcimento per il danno morale patito dal profondo disinteresse mostrato dal padre, ritenuto quale antecedente causale delle molte vicissitudini patite da quel figlio nel corso della propria infelice esistenza.
Un ulteriore monito per noi genitori ad interpretare, al meglio delle possibilità, il ruolo di guida e di educatore, onde non dover rispondere, un domani, degli eventuali insuccessi dei nostri ragazzi.

Avv. Paola Carrera

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