Mamme e lavoro, troppe lasciate a casa

Ce lo siamo chiesto tante volte: quando la famiglia si allarga, è meglio fare le mamme a tempo pieno o continuare a lavorare?

E’ vero, conciliare lavoro e famiglia non è facile.

Gli impegni si moltiplicano e il tempo sembra non bastare mai. Bisogna fare i salti mortali, imparare ad organizzarsi in modo diverso, cercare di non scaricare la propria stanchezza sui figli e la propria mancanza di sonno su colleghi e capoufficio.

Alcune donne decidono, per scelta, di dedicarsi al lavoro di mamma a tempo pieno. Altre stringono i denti e alla fine ce la fanno, godendosi tanto le soddisfazioni della maternità quanto quelle lavorative.

C’è però una terza “categoria”, della quale forse troppo spesso ci si dimentica: quella delle neomamme (o future mamme) che rimangono a casa perché “gentilmente invitate”, o più sfacciatamente obbligate, ad abbandonare il proprio posto di lavoro.

A volte, a dare “il benservito” è il datore di lavoro stesso, il quale, forte dei sempre più utilizzati contratti a chiamata, a tempo determinato o a progetto, non deve nemmeno più trovare una scusa valida per licenziarci: basta aspettare la data di fine contratto (sempre che un contratto ci sia…) e poi cercare qualcun’altra.

Secondo il rapporto “Mamme nella crisi” di Save the Children, presentato recentemente al Senato, tra il 2008 e il 2009 “ben 800mila mamme hanno dichiarato di essere state licenziate o di aver subìto pressioni in tal senso in occasione di una gravidanza”.
Altre volte, invece, è la mamma stessa che decide di abbandonare il suo impiego, ma non per una scelta consapevole e ponderata, quanto perché, al contrario, la scelta proprio non ce l’ha.

Quante di voi sono impallidite davanti alle tariffe degli asili privati?

Quante hanno cominciato ad iscrivere il proprio figlio nelle liste d’attesa dei nidi statali già al terzo mese di gravidanza?

Quante volte avete dovuto dire o sentire la frase “Con quello che spendiamo di baby-sitter, tanto vale che io rimanga a casa…”?

Sempre secondo Save the Children, “Nel 2009 la spesa per la protezione sociale raggiungeva appena l’1,4% del Pil, rispetto a una media Ue del 2,3%. In Italia, infatti, solo il 13,5% dei bambini fino a 3 anni viene preso in carico dai servizi, una percentuale lontanissima dall’obiettivo europeo del 33%”.

Decidere di essere mamme a tempo pieno è una scelta meravigliosa, valida e coraggiosa quanto quella di continuare a lavorare.

Ma se l’abbandono del proprio impiego diventa un obbligo, e magari anche un rimpianto, allora proprio non va.

In un Paese come il nostro, dove ci si lamenta tanto del fatto che “nessuno fa più bambini”, bisognerebbe forse soffermarsi a riflettere su ciò che manca alle mamme di oggi per mettere al mondo figli con maggiore serenità: contratti sicuri, servizi sociali accettabili, aiuto gratuito per le situazioni più complesse.

Perché all’inizio dell’articolo si diceva: i salti mortali sì. E per amore di un figlio, anche molto volentieri.

Però i miracoli ancora no!

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