Sonno dei bambini: cosleeping è per sempre?

La spiaggia d’estate è, per me, fonte di insegnamenti. La calura estiva, e il fatto che sotto l’ombrellone non solo si è pressoché nudi fisicamente, ma pure mentalmente, consente di ascoltare, cogliere ragionamenti, leggere articoli e trarne deduzioni.

L’argomento principe della scorsa estate è stato il sesso e il sonno condiviso. No, non desidero eviscerare l’argomento, ma solo fare alcune considerazioni.

La coppia di esseri umani (ma potrebbe essere una coppia di potamocheri o di cigni) s’innamora e, di lì a breve, si accoppia per perpetrare la specie. Il signor potamochero lo sa che dovrà occuparsi dell’approvvigionamento di cibo durante la gestazione e l’allevatura dei cuccioli, così pure il cigno.

Per quanto riguarda la specie umana, specie che si è evoluta a partire, credo, dall’australopiteco afarensis soprannominato Lucy, il chiodo fisso del maschio, a giudicare da quanto riferiscono psicologi da rivista scandalistica e programmi mostruosamente italiani del primo pomeriggio, è quello di tornare ad accoppiarsi con la compagna appena questa si sgrava.

Non soltanto l’uomo desidera tornare nel più breve tempo possibile a un uso un po’ più “lussurioso” del talamo (non solo quello volto a dar vita alla progenie), ma auspica pure che la progenie cresca velocemente, divenendo autonoma con la rapidità dei bruchi proto-farfalle! In sostanza il neonato dell’essere umano, che non vive 24 ore, né 15 anni, né 150 anni, ma una media di circa 85 anni, è chiamato a maturare un’autonomia da campione olimpico.

Da quanto ho capito per moltissime coppie, nel momento in cui il neonato entra a far parte della famiglia, è fondamentale che egli capisca il più rapidamente possibile che il lettone dove dormono i genitori è SOLO dei genitori. Se ciò non viene recepito, il bebè rimarrà PER SEMPRE nel letto con loro.

Ecco, il PER SEMPRE è un’espressione che sento spessissimo.

Mi sono trascritta degli esempi raccolti dalle vicine di ombrellone:

– Se dorme con te e tuo marito, dormirà sempre con voi

– Se poppa al seno più di 8 mesi, lo vorrà fare sempre

– Se non mangia la frutta sin da piccolo, non la mangerà mai

– Se non impara a stare con gli altri bambini, non imparerà mai.

Il bambino – soggetto implicito di queste frasi – può avere età disparate: 6 mesi, 3 anni, 6 anni o 1 mese e mezzo. E le abitudini che rischiano di cronicizzarsi (se non chiarite ed evitate sin da subito) riguardano – guarda caso –  il sonno e il seno.

Ecco un esempio fornitomi gentilmente da una nonna che frequenta il mio stesso stabilimento balneare: “Se un bambino si abitua a ciucciare il seno, lo farà sempre e questo gli impedirà di parlare bene… Inoltre è imbarazzante: un bambino di 2 anni che prende il latte dalla mamma…”.

Una mamma, invece, mi ha aiutato a chiarire l’importanza del rispetto che il bambino deve portare al letto matrimoniale: “E’ fondamentale che mio figlio impari che la camera da letto di mamma e papà è sacra. I bambini non devono abituarsi a entrarci o a dormirci, altrimenti chi li butta più fuori?”.

L’ultimo, un papà che si definisce (pure su Facebook) un professionista del suo ruolo genitoriale: “E’ assolutamente importante che la donna torni a essere, oltre che madre, anche una femmina piacente per il suo compagno. Io non ho mai permesso che uno dei miei figli dormisse nel mio letto. Quello è il luogo dell’amore, non del bambino“.

Proviamo a fare un veloce calcolo per individuare la durata dell’infanzia, rispetto agli 85 anni di vita media dell’individuo. Essa va all’incirca dagli 0 ai 12 anni, a parte  – naturalmente – i tempi di sviluppo che variano da bambino a bambino.

Di solito viene operata un’ulteriore distinzione tra vari periodi dell’infanzia:

– Prima infanzia: dalla nascita ai 2 anni: 1,7% dell’intera durata della vita.

– Seconda infanzia: dai 3 ai 5 anni: 4,25% dell’intera durata della vita.

– Terza infanzia: dai 6 ai 10 anni: 8,5% dell’intera durata della vita.

Calcolando che un adolescente resta tale per l’8,5% circa della vita (per un’adolescenza che va dai 10 ai 20 anni), quanto tempo resterà a un individuo che viva una media di 85 anni per farlo in totale autonomia?

La maggior parte della sua esistenza.

Quel “PER SEMPRE” risulta, dunque, assai sproporzionato…

Eppure cosa accade quando si fa notare che dire PER SEMPRE è davvero esagerato (specie se ci si rivolge a una neomamma che ha perso completamente il senso del tempo e teme davvero di rimanere in pigiama – seno al vento – per il resto della sua vita!)?

Le reazioni sono le più disparate. C’è chi ha sentito di una mamma che ha costretto il bambino nella fascia tanto da non avergli permesso di imparare a camminare; chi descrive 65enni ancora dipendenti dai genitori (l’andamento dell’economia, tuttavia, ci sta portando in quella direzione); altri ancora rispondono che il PER SEMPRE è sinonimo di PER TANTO TEMPO.

Dire ‘tanto tempo’ (angosciante soprattutto per le mamme di bambini che dormono beati solo con loro e che vivono questa realtà come una condanna per la vita di coppia  – o per la propria indipendenza), è estremamente rischioso e ingannevole. C’è chi teme davvero che il figlio popperà al seno sino all’età di fidanzarsi o a genetliaci prossimi agli -anta.

Torniamo al talamo, oggetto della mia attenzione all’inizio di questa serie di riflessioni. Il terrore, la spada di Damocle. palpabile nelle parole di chi è contro il sonno condiviso (che, ricordo, può perdurare al massimo per il 2% dell’intera vita), è che la coppia si trovi separata dal bambino e che non possa più nemmeno sfiorarsi.

Dalle papere sino alle scrofe, c’è sempre un periodo (lo si evince dai racconti di Isabella Coifmann) durante il quale la madre si dedica ai cuccioli. Che poi il maschio cerchi altri lidi consolatori (altre femmine) o rimanga a difendere la cucciolata, poco ci importa perchè – si spera sempre – noi siamo esseri umani e dovremmo essere dotati, oltre che di un forte retaggio istintuale, anche di un certo raziocinio…

Potrebbe mai il padre di un neonato consolarsi con un’altra donna, mentre la sua è dedita alle cure prossimali nei confronti della progenie? Ammetto che a volte capita, ma escludo sia stata proprio la maternità della consorte a spingerlo verso altri talami

Per quanto attiene, poi, l’amore dopo la nascita di un bambino, ci sono specie in cui il maschio è solo e solamente un amante che deve pepetrare la specie, ma il sovraccitato raziocinio dovrebbe venirci incontro.

Innanzi tutto, come dicono molti papà dell’associazione “Abbracciami”, nella quale presto il mio modesto volontariato, è nostro dovere chiederci quale sia la nostra priorità: è più importante un sonno sereno per il neonato/bambino (e quindi per tutta la famiglia) o il luogo dove scambiarsi effusioni? Solo il letto è da considerarsi luogo deputato all’amore e all’affetto, o possiamo usufruire di altro?

Mah, mi limito a una considerazione. Ci sono moltissime famiglie numerose in Italia. Più di quante il presidente Monti possa credere. Viene da domandarsi se i genitori di più di tre figli, secondo il concetto che vede diseducativo il ‘coslippare’ (termine coniato dalla mia amica Irene, esperta di pedagogia e attachment parenting, e che deriva dall’inglese co-sleeping=dormire insieme), siano torturatori che, per generare nuova progenie, allontanano dal ‘nido’ i bambini ritenuti autonomi (e dico “ritenuti”).

Auspico che non sia davvero così, altrimenti meglio un figlio solo cresciuto nel rispetto dei suoi bisogni, piuttosto che 6 sottoposti al metodo Estivill.

Chissà, forse sono cresciuta con una mamma che mi faceva ascoltare troppo l’ Equipe 84, ma a me è sempre piaciuta l’idea d’insegnare ai miei figli che …” è dall’amore che nasce l’uomo, dalla terra matura il grano, non c’è altro tra le mie mani, il nostro tempo che è nato ieri, è già lontano sull’orizzonte e non tornerà…” e che quando un figlio è piccolo è davvero uno dei momenti più belli della nostra vita e della sua, tempi che non tornano più.

Rachele Sagramoso
ostetrica

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