Partorire in casa, un diritto di tutte

Che cosa porta una mamma a decidere di far nascere il proprio piccolo in una fredda stanza di ospedale invece che tra le accoglienti e intime mura di casa propria?

Certo un po’ di timore, per la paura che qualcosa vada storto, e la convinzione che in ospedale il personale medico sia più preparato, i macchinari più a portata di mano, i rischi di un inconveniente dell’ultimo minuto minori.

Eppure numerose statistiche sembrano dimostrare che il parto in casa è più sicuro, che l’evento è vissuto in maniera decisamente più positiva da genitori e neonato e che tale pratica aiuta a diminuire l’altissima percentuale di parti cesarei.

L’Italia è uno dei Paesi europei con il maggior numero di parti cesarei (circa 4 su 10, quasi il doppio rispetto alla media europea, con picchi che raggiungono il 60% nel sud Italia) e persino il ministro della Salute Renato Balduzzi ha recentemente dichiarato che in Italia “il ricorso al taglio cesareo ha raggiunto livelli estremamente elevati e, nonostante che il problema sia da diversi anni al centro del dibattito politico-sanitario, non si è ancora registrata alcuna significativa inversione di tendenza” (brano tratto da un’intervista al Ministro pubblicata da la Repubblica il 10 febbraio 2012, n.d.r.).

Inoltre, esiste un altro vantaggio da non sottovalutare: un parto cesareo costa alla sanità pubblica fino a 2500 euro, un parto in ospedale 1800 e un parto in casa tra i 1000 e i 1250 euro. Un risparmio economico notevole, dunque, oltre alla possibilità di avere a disposzione le sale operatorie e i macchinari ospedalieri per le vere emergenze.

Per tutti i motivi sopra citati, in Italia sono sempre di più le donne che manifestano il desiderio di dare alla luce il proprio figlio tra le mura domestiche, ma la faccenda non è così semplice.

Innanzitutto, come è giusto che sia, per poter compiere questa scelta è necessario ricevere un’informazione adeguata e avere una gestazione fisiologica, ovvero senza complicanze; inoltre l’abitazione scelta deve rispettare una serie di norme ben precise rispetto a riscaldamento, elettricità, acqua potabile, prossimità di un ospedale, ecc.

Ma c’è di più. Soddisfare tutti i requisiti ancora non basta.

Come racconta un gruppo di donne emiliane che ha deciso di unire le forze per rivendicare i propri diritti, il servizio sanitario non garantisce un numero adeguato di ostetriche per questo servizio, e spesso le mamme (che possono permetterselo) sono costrette a ricorrere a centri privati, ovviamente più cari.

Le ostetriche pubbliche non hanno l’obbligo di occuparsi dell’assistenza domiciliare, e la mancanza di fondi del sistema sanitario non permette la formazione di team specifici e ben organizzati. Una mamma di Modena racconta addirittura che le è stato sconsigliato di avviare le pratiche per la richiesta, visto che il parto doveva avvenire in agosto e… si sa, in agosto il personale è ancora più esiguo!
La donna, debitamente informata sull’evento e sulle tecniche da adottare, liberamente può scegliere di partorire nelle strutture ospedaliere, nelle case di maternità o a domicilio”. Così recita la legge regionale 26/1998 in Emilia Romagna.

Ma è davvero così?


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