Bambino ed educazione, la scuola è ovunque

Ho chiuso il mio post precedente su un punto determinante della scuola familiare: il bambino come protagonista del proprio percorso di apprendimento.

Io bambino/a divento fonte ispiratrice del mio programma didattico (programma che in età prescolare sarà, ovviamente, quantomai aperto ed elastico ma che, – e lo vedremo insieme a seguire – potrà rimanere tale anche superati i “fatidici” sei anni), e al contempo ho io stesso la possibilità di fare scuola, come educatore, all’adulto al mio fianco.

Un bambino educatore nel senso più profondo del termine, come “colui che e-duce, tira fuori… da se stesso e da chi entra in dialogo educativo, appunto, con lui.

La scuola “a casa”, infatti, non è da intendersi come strettamente domestica. Una delle motivazioni per cui abbiamo abbracciato l’opzione home schooling è stato poter imparare vivendo. Fuori. In casa nostra, in altre case. Ovunque.

In tutti i nostri contesti esperenziali, che si moltiplicano non essendo legate, per la maggior parte della giornata, alla frequentazione di un solo luogo deputato per eccellenza all’apprendimento. In questo modo le “voci educatrici” diventano un coro, le figure educative ricreano quel mitico villaggio di cui secondo il famoso proverbio africano “ogni bambino avrebbe bisogno per crescere” .

E’ esperienza di chiunque si sia mai misurato con un neonato il constatare come la sua aula sia il mondo intero, come apprenda da ogni stimolo in cui si imbatte, per un’invincibile spinta propulsiva interna.

La scoperta, ovvia ma rivoluzionaria, è che questo non smette di essere vero dopo il primo anno di vita, o dopo il secondo, o il terzo… a dirla tutta, questo potrebbe (dovrebbe) non smettere mai di essere vero.

I bambini imparano ovunque, sempre, da chiunque.

Alla luce di questo, chiudere questa sete di conoscere e imparare in un unico luogo, in tempi e spazi prestabiliti, è iniziato a sembrarmi poco rispondente alle effettive necessità, ai reali bisogni, del bambino.

Senza nulla togliere all’importanza della socializzazione per un bambino, ma anzi pensandola come un’inclinazione così forte e travolgente da non aver bisogno di un contesto ad hoc per esprimersi, è iniziato a sembrarmi un po’ forzoso che per promuoverla i bambini dovessero essere tutti invariabilmente presenti in uno stesso luogo, troppo spesso affollato, a orari prefissati, a svolgere attività prestabilite.

Ho iniziato a valutare i rischi di questa iper-socializzazione, e a chiedermi se i benefici non fossero fruibili anche altrove, in altri modi, per altre strade.

Questo in fondo è ” trovare ognuno la propria strada“. E non aver paura (o almeno, non troppa) di cambiarla cammin facendo.

Eccoci dunque all’inizio del cammino… eccomi qua a stringere calorosamente la mano di chiunque avrà voglia di essere nostro compagno di viaggio.

Irene Malfatti

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