Scuola a casa e socializzazione

Una delle paure più diffuse riguardo l’home schooling, e una delle perplessità più forti di chi ne valuta la fattibilità, riguarda la socializzazione con i coetanei e il timore che, in un contesto a-scolastico, il bambino ne risulti deprivato.

È naturale in una società il cui modello di accudimento dominante a basso contatto veicola insistentemente come valori pedagogici supremi “l’indipendenza” e “la socializzazione con i pari”. In effetti, se con indipendenza si intende il “fare da soli” secondo tempi e aspettative predefinite dall’adulto e non “scegliere per se stessi” secondo la propria reale maturazione, le due cose sono funzionali l’una all’altra.

Un bambino precocemente e prevalentemente “orientato ai coetanei”* è sicuramente meno “richiedente”, apparentemente più autonomo, oggettivamente meno impegnativo.

È altresì opinione comune che socializzare, ovvero trascorrere del tempo con i coetanei, sia premessa imprescindibile e necessaria alla socializzazione, ovvero la capacità di relazionarsi con altri esseri umani e l’apprendimento dei valori sociali.

Queste premesse conducono inevitabilmente a una sorta di “ossessione collettiva” riguardo la socializzazione il più possibile precoce e il più possibile intensa dei bambini. “Farli giocare insieme” diventa un imperativo categorico che non trova mitigazione nemmeno nell’evidenza che dimostra come, almeno per i primi due (o tre) anni di vita, i bambini, anche condividendo uno stesso ambiente, non giochino affatto “insieme”, ma anzi parallelamente uno all’altro (gioco parallelo appunto).

In quest’ottica la scuola viene considerata il contesto esistenziale principale dei bambini fin dalla prima infanzia, e si trova naturale e auspicabile che vi trascorrano un terzo della propria giornata (il terzo principale, considerato che per almeno altre 8 ore dormiranno e nelle restanti saranno presumibilmente stanchi, oppure, ancora, si vedranno impegnati in altre attività condivise con i pari – corsi, sport, pomeriggi di gioco…).

Ma una socializzazione siffatta risponde davvero ai bisogni del bambino? Sortisce davvero gli effetti “pro-sociali” desiderati? Quali costi comporta? È esente da rischi?

Tali domande non sono volte a screditare l’esperienza scolastica. Tutt’altro: comprenderne la valenza positiva è essenziale anche, e forse soprattutto, per chi si orienti all’educazione parentale. È però necessario porsele, indipendentemente dal percorso di apprendimento che si sceglierà, sia per venire incontro ai bisogni sociali reali, e non presunti, del bambino, sia per non farsi condizionare nella propria scelta da premesse infondate e non rispondenti ai propri reali convincimenti, per quanto largamente condivise.

Prima di tutto, nell’ottica di una scolarizzazione precoce funzionale alla socializzazione, è lecito chiedersi quanto un contesto strutturato come quello scolastico davvero rispecchi la realtà sociale “esterna”. È davvero rispondente alla realtà delle relazioni sociali spontanee essere divisi per classi di età? Noi, adulti, intessiamo amicizie a seconda dell’anno di nascita, invece di poterci basare su affinità e simpatie spontanee?

In un contesto a-scolastico al bambino viene riconosciuta la stessa libertà che rivendichiamo per noi stessi: intessere amicizie spontaneamente con chiunque avverta più affine o comunque in generale con chi eserciti su di lui un richiamo, non solo basandosi sulla prossimità fisica (essere “nella stessa classe”) o sulla coetaneità.

La possibilità di interagire all’interno di piccoli gruppi e in contesti spontanei e informali, invece che all’interno di un grande gruppo-classe, facilita l’emergere di rapporti sociali più autentici e significativi, appunto in quanto liberamente scelti e spontaneamente instauratesi.

Siamo poi certi che il contesto scolastico, in cui la libertà di movimento e di interazione viene, dalle elementari in poi, confinata agli “intervalli” e anzi sancita qualora “invada” i momenti didattici, sia il migliore per godere dello “stare insieme”?

Oltre alle potenzialità sociali offerte dal contesto scolastico, quantitativamente innegabili (andare a scuola offre “tanti bambini” con cui stare “per tanto tempo” ogni giorno) è giusto interrogarsi anche sui suoi limiti oggettivi, ostacolanti la socializzazione o, peggio, facilitanti forme deviate di socializzazione.

Ma su questo punto ci soffermeremo la prossima volta 😉

Irene Malfatti

*espressione con cui Gabor Maté e Gordon Neufeld nel loro I vostri figli hanno bisogno di voi indicano lo svilupparsi del legame di attaccamento principale del bambino rivolto al gruppo dei pari, che sostituisce i genitori nelle funzioni di guida e diventa fonte dominante di ascendente sulla crescita e lo sviluppo del bambino stesso

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