Libri scolastici digitali? No, grazie

E’ sempre più chiaro e pacifico che l’Unione Europea, spinta dagli equilibri di potere delle lobby del software e della information technology, propugni con incidenza sempre maggiore una progressiva digitalizzazione della scuola e del libro.
Che i funzionari della UE non siano filantropi che agiscono per il bene dei popoli europei è un dato di fatto e che, specie in tempi di crisi, leghino le loro scelte al favoreggiamento delle aziende contribuenti e delle banche è una realtà sotto gli occhi di tutti; le norme approvate in Europa incidono sulle leggi italiane, come dimostra il il D.L. n. 41 dell’8 aprile 2008 (diventato poi legge n. 133 del 6/8/2008), che nell’Allegato 1 spiega le «Caratteristiche tecniche e tecnologiche dei libri di testo».

In questo allegato si sancisce che «A partire dall’anno scolastico 2011-2012 non potranno più essere adottati (per il successivo anno scolastico) testi scolastici redatti esclusivamente nella versione cartacea, con l’opportuna flessibilità di utilizzo, in particolare, per le prime classi della scuola primaria. Il passaggio al testo digitale consente infatti di accrescere la funzionalità dei libri di testo di forma tradizionale e di arricchire di nuove funzionalità gli ambienti di apprendimento. A sua volta il testo in forma mista favorisce la possibilità di accedere a schede o testi di approfondimento , tramite appositi link».

Nella circolare ministeriale del 10 febbraio 2009, si precisa poi che: “La scuola, che è il luogo privilegiato per un insegnamento connesso alla memoria come all’innovazione, non può non far interagire in modo dinamico il proprio tradizionale patrimonio di strumenti con quelli –sempre più diffusi e in continua evoluzione – offerti dalle nuove tecnologie (…)”.

Già negli anni Novanta, quando l’informatizzazione era ancora in una fase che oggi si può considerare preistorica, sociologi ed educatori paventavano un’educazione spogliata della sua peculiarità concettuale e verbale, l’abolizione della cultura classica a causa dell’estrema intuitività dei mezzi informatici: una rivoluzione alla rovescia, capace solo di creare cittadini docili e privi di spirito critico, nel nome di un sapere collettiva informe e anarchico, una cultura del vuoto.

La principale giustificazione degli addetti ai lavori a proposito del fatto che il 50% del libro debba essere digitale è la possibilità di risparmiare almeno un 30% sull’acquisto del libro, il che però non tiene conto dei costi previsti per stampare in proprio le pagine da studiare.

Anche perché, se il libro cartaceo è una ricchezza che permane nel tempo, sullo scaffale a imperitura memoria, bastano un black out, l’assenza di un supporto digitale o un guasto per rendere il libro digitale infruibile.

Un’altra assurdità è rappresentata dal fatto che le informazioni reperibili in rete (su Wikipedia, Wikimedia, Google, etc.) saranno sempre più aggiornate e precise dei presunti link e/o cd-rom proposti in allegato ai libri di studio, il che rende di fatto inutile questo passaggio.

Sulla presunta utilità di insegnare a scuola la digitalità, già fin troppo presente nei “nativi digitali”, ecco un’altra contraddizione: indagini recenti documentano come il 68 % dei tredicenni abbia un computer con collegamento a Internet in camera e il 61 % anche una televisione personale, e tutto questo è spesso fuori dal controllo parentale.

Si ricordi, poi, che il 35% del materiale scaricato dalla rete è di contenuto pornografico. Ragion per cui di certo i nativi digitali non hanno alcun bisogno di imparare a usare meglio gli strumenti informatici: l’uso che ne fanno è perlopiù legato ai social network e ai videogiochi, a momenti di svago casuale che certo non veicolano l’acquisizione di conoscenza.

L’alibi della legge, di rendere appetibile anche l’apprendimento ai giovani cammuffandolo da passatempo innocuo, ha perso in partenza: questo perché lo studio, su una pagina scritta che permanga e che non sia turbata da un rimbalzare continuo di notifiche e tweet, è fatica, stasi e contemplazione, inconciliabile con la fluidità impermanente della rete.

In questa legge non v’è dunque altra spiegazione, se non le ingerenze delle industrie produttrici di laptop, notebook e computer, di lettori ebook, tablet e smartphone, e ciò, di fatto, precipita la scuola in un baratro di insipienza senza ritorno, rendendola incapace di formare gli allievi sulle basi di ciò che costituirà la loro libertà di futuri cittadini: la facoltà di leggere, comprendere e interpretare un testo difficile, di apprezzare L’Orlando Furioso e Anna Karenina, di comprendere i teoremi di Euclide, di muoversi tra una lingua e l’altra, tra una materia e l’altra, con l’agilità di una mente che consenta collegamenti e confronti, con fatica e impegno.

Sì, perché l’accesso agli strumenti informatici, questa volta tesi a migliorarne ancora di più le potenzialità, dovrebbero essere messi nelle mani solo da chi, autonomamente, fosse capace di fare e comprendere tutti questi aspetti del vivere culturale e sociale.

Per questo, il manifesto qui proposto si prefigge l’idea di rafforzare un modello di scuola basato su classicità e tradizione.

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