Il parto cesareo e la solitudine della madre

Il titolo non è molto rassicurante, ma è da tanto che fa capolino nella mia mente e adesso è arrivato il momento di fermare questi pensieri ballerini.
Noi donne e madri, durante la gravidanza, abbiamo spesso immaginato il nostro parto, evento iniziatico alla maternità, sognando un ruolo da protagoniste di un momento così unico e speciale come quello di mettere al mondo un miracolo di vita. E il corso di accompagnamento alla nascita, le varie tecniche di respirazione, yoga e vari training e altro ancora, hanno arricchito questi mesi di attesa di strumenti e di sogni.

E poi per alcune di noi è sopraggiunto l’im-previsto: quel parto tanto sognato, sospirato e pensato si è trasformato in un evento spesso programmato o eseguito d’urgenza, che ha poco dell’immaginato e molto del negato. E ci si ritrova così, da sole, in una sala operatoria piena di volti mascherati a vivere un evento così speciale come l’incontro con nostro figlio, in una solitudine che lascia il segno.

Ibu Robin Lim afferma: “Il cesareo non è solo un operazione ma è anche un piccolo miracolo percheé comunque dona la vita. E io credo che una madre che attraversa un cesareo sia una mamma molto eroica“.

E’ vero, molto eroica e coraggiosa, ma spesso, molto sola. Fortunatamente le nostre innumerevoli diversità ci permettono di vivere ogni evento con una percezione squisitamente soggettiva e personale. Ecco perché non tutte le mamme hanno vissuto questa solitudine. Io, come BisMamma BisCesarizzata, mi sono sentita sola e questa sensazione ha lasciato in me una cicatrice non solo sulla pancia, ma anche sul cuore.

E allora mi sono chiesta che significato ha un taglio cesareo per la donna che lo vive? Quali sono le emozioni che accompagnano quel taglio sulla nostra pancia? Come accogliere gli sguardi, spesso delusi e mortificati, delle donne che seguo durante i corsi di accompagnamento alla nascita? Come sostenere quelle emozioni “di cicatrice” che vivo ogni volta che incrocio quelli sguardi? Quante domande e quante risposte silenziosamente rumorose.

Iniziamo dalla nostra pelle, un confine che separa dall’esterno, e mette in comunicazione con l’interno. La cicatrice sul passaggio del nostro bambino riveste quel confine come un sigillo, per diventare segno distintivo del nostro divenire madre. Questo vissuto di passività spesso influenza l’armonia dell’incontro attraverso l’espressione della rabbia e della delusione e la memoria di questo vissuto si concretizza nella cicatrice.

Il rituale del taglio sul nostro corpo è condiviso con “altri”, in un contesto che ha poco di familiare e rassicurante e molto di “operatorio”. Ci si ritrova sole, su un lettino anonimo con le braccia, culla naturale per accogliere, inevitabilmente legate in una immobilità che stride con il concetto di movimento e di vita. E in questa immobilità subìta i nostri sensi si amplificano, i nostri occhi cercano un incrocio di sguardi nutrienti, le nostre orecchie captano qualsiasi parola sussurrata, il nostro olfatto anestetizzato dall’odore di una sala operatoria lascia una traccia indelebile nella nostra memoria olfattiva e le informazioni sensoriali percepite sulla nostra pelle si trasformano in un “sentirsi” funzionalmente svuotate ed eccezionalmente così sveglie da ricordare.
E poi l’incontro, il pianto liberatorio di un bimbo spesso non ancora pronto a lasciare quell’utero così caldo, il bacio, quel con-tatto tanto sognato e la chiusura di quel varco, spiraglio di una femminilità incisa.
Ripensandoci, percepisco ancora il sapore di quella solitudine, ma anche la forza e il coraggio di “esserci”, in quel parto e in quell’incontro. Il nostro parto cesareo ci appartiene, fa parte di noi come la cicatrice che ricorda quel momento, unico e irripetibile, perché portatore di vita.
Accarezziamo la nostra cicatrice, portatrice sana di una maternità consapevolmente vissuta e non subìta.

Cecilia Gioia

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