Come e perché IO faccio scuola a casa

Mi serve un po’ di coraggio a scrivere di questo dopo aver conosciuto la mamma di 9 figli… e anche senza arrivare a tanto devo dire che quasi tutte le mamme homeschoolers che ho conosciuto sono più prolifiche di me… che di figlie ne ho solo due. Cercheremo di rimediare. 😉


La mia è un’esperienza molto piccola e molto “giovane”, tutta all’insegna del “work in progress”.  Eppure, nel mio piccolo, quando si è trattato di decidere se iscrivere o no la mia bambina più grande alla materna, e così di inserirla in un processo di (pre)scolarizzazione tradizionale, oppure scegliere concretamente un percorso alternativo (percorso che può sempre intersecarsi con la scolarizzazione se lei lo desidererà, chi lo sa… nessuna strada è mai chiusa per sempre), un’obiezione che mi è stata più volte sollevata è stata che avrei dovuto “mandarla a scuola” così da potermi “dedicare alla piccola”.

 
A fronte di quest’obiezione sono sorte, in me e mio marito, numerose contro-obiezioni.  Alcune semplicemente istintive: nutrivamo già le nostre perplessità sulla scuola come “contenitore” che in buona sostanza raccoglie i bambini separandoli dalla società e dalla famiglia, scindendo l’apprendimento da “tutto il resto”.

Che a questo si aggiungesse l’esclusione da una vita familiare in cui invece la secondogenita era ancora pienamente ammessa ci appariva semplicemente ingiusto. Avvertivamo fortissimo il rischio che questo la maldisponesse non solo verso la scuola (e pazienza… ma maldisporsi verso la scuola, quando la scuola viene presentata come unico luogo in cui si apprende, può coincidere con il maldisporsi verso l’apprendimento… e questo sì è un bel danno!) sia verso la sorella che la “cacciava di casa” così che la mamma potesse essere “tutta sua”.

 
Molti adulti (anche sconosciuti… e molto – troppo – spesso rivolgendosi direttamente alla bambina) pongono l’accento sul “diventare grandi”: “Tu sei grande e devi andare a scuola”. Questo semplicemente non ha senso. Diventare più grandi è qualcosa che dovrebbe aumentare le possibilità di scelta, non restringerle. Qualcosa che ha a che fare con l’aumento delle competenze e della padronanza (di sé prima di tutto), non con il “dovere”. Abbiamo ritenuto molto importante presentare la crescita come un progressivo allargamento delle opzioni alla sua portata, non come un processo predefinito con binari tracciati da “dover” seguire.

 
Ci trovavamo poi di fronte ad altri paradossi: la bambina “doveva” andare a scuola per socializzare con i pari. “Doveva” starci il più a lungo possibile (non so esattamente perché ma sembra che l’inserimento sia spesso concepito come allenamento, una prova di progressiva resistenza, la cui meta indiscussa è restare a scuola 8 ore). “Doveva” imparare a condividere e interagire.

Lasciando da parte la schiacciante evidenza del fatto che sono tutte competenze acquisibili (e infatti acquisite) anche in contesti assolutamente ascolastici, il paradosso era che dovesse imparare tutte queste cose in un contesto “artificiale” in compagnia di coetanei scelti “a caso”… e non nel contesto naturale nelle quali queste competenze spontaneamente si affinano: nel rapporto con i fratelli.

Nessuna scuola, nessun gruppo classe, promuove la capacità di condivisione e di cooperazione quanto il crescere insieme. Con fratelli e sorelle non ci si limita a condividere spazi e tempi, risorse materiali a disposizione, la questione non si riduce a “fare a turno” e “mettersi in fila”. La condivisione è totale e coinvolge quanto il bambino ha di più caro. Lasciare che vivesse pienamente questo ci sembrava offrisse molte più opportunità di crescita sociale e personale di quante ne potesse offrire la tanto caldeggiata alternativa.

 
Devo ammettere di essere stata anche egoista, in questa decisione. Di avere agito in virtù della mia idea di famiglia. Io non desideravo essere madre di due figlie uniche in parallelo. Tempo per te, tempo per lei, divisi. Io con te da sole, io con lei da sole. Alternanza di presenza materna e paterna ora con l’una e ora con l’altra per offrire il tanto raccomandato “tempo esclusivo”. Questa segmentazione familiare non ci piace e non ci viene spontanea.

L’esclusività di un rapporto, di ogni rapporto, è sicuramente presente e sicuramente importante. Nessun genitore è lo stesso genitore per tutti i suoi figli. Ognuno di loro ha con lui un rapporto esclusivo, unico, irripetibile. Non c’è bisogno di frammenti di tempo organizzati vis à vis per preservare questo. E’ un qualcosa che c’è, di base. Che va solo “lasciato essere”. Ci saranno anche i momenti “da soli” con la mamma o con il papà. Ma non saranno “ogni mattina dalle 9 alle 12”. Emergeranno, spontaneamente. Anche quando li ricercheremo sarà per un bisogno avvertito di slancio e soddisfatto il prima possibile. Scopriremo a volte i fili fluorescenti delle tante esclusività che ci legano, anche quando staremo tutti insieme.

Trovavo soffocante l’idea di tempi suddivisi, di imporre a me e a loro l’obbligo di passare tempo di qualità con me da sole secondo una tabella organizzativa. Trovavo fuorviante e controproducente passare il messaggio che “la mamma sta veramente con te soltanto quando siete sole tu e lei”. Un concetto incompatibile con l’idea di famiglia, essendo basato sulla competizione e non sull’inclusione.

 
Oh bene, stabiliti i principi, c’era da concretizzarli…Come lo abbiamo fatto? Ve lo racconterò la prossima volta 🙂

Irene Malfatti

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