Famiglie che fanno scuola a casa, il raduno

Questa volta ho una cosa speciale da raccontarvi: citando la mia primogenita “una troppo bella avventura”.
Dal 25 al 28 maggio, a Rimini, si è infatti tenuto S-Cool: il primo raduno nazionale per famiglie homeschooler e unschooler. E noi c’eravamo!!!
Purtroppo non abbiamo potuto trattenerci oltre la domenica: consapevole di quello che ci siamo persi, premetto che questo è un “resoconto aperto”. Se c’eravate e volete condividere qualcosa che ho tralasciato o comunque raccontare l’esperienza dal vostro punto di vista siete assolutamente liberi – e anzi calorosamente invitati- a scriverlo nei commenti, impreziosendo così l’articolo con la condivisione della vostra esperienza.
Su www.educazioneparentale.org sarà a breve disponibile un video riassuntivo del raduno… nel frattempo però non posso fare a meno di lanciarmi in un mio piccolo riepilogo di un’esperienza che mi ha tanto coinvolta ed entusiasmata.
Una “troppo bella avventura”, dicevo. Non soltanto sul piano pratico (il viaggio, il campeggio, il maltempo che faceva sentire ancor più “avventurosi”), ma soprattutto su quello mentale. Fare homeschooling/unschooling è sempre un’avventura, un’esplorazione inedita di percorsi di apprendimento individuali e irripetibili e dunque fino ad allora del tutto inesplorati…Riunirsi per condividere e confrontarsi, incontrando altre famiglie da tutta Italia (e non solo), acuiva la sensazione di avventurarsi in un modo di vivere e imparare tutto sommato ancora “d’avanguardia” (nonostante la scuola familiare sia presente in Italia fin dagli anni Settanta e sia un fenomeno in progressiva e costante crescita).
L’incontro è stato aperto, sabato pomeriggio, da Erika Di Martino. Erika è insegnante, consulente per famiglie, madre di 4 figli, e figura di primo piano nel panorama dell’educazione parentale italiana, a lei dobbiamo l’esistenza di www.controscuola.it ed www.educazioneparentale.org  siti tematici che rappresentano vere e proprie fonti inesauribili di informazioni, indicazioni, confronto e scambio.
Erika ha coinvolto la platea in un’approfondita e appassionata relazione sui limiti e i fini della scolarizzazione tradizionale, da sempre orientata a formare “masse” funzionali al mantenimento del potere centrale e al sostentamento del sistema economico esistente. Ancora oggi la scolarizzazione ha l’indubbio effetto di formare persone che si inseriscano nel sistema produttivo come produttori, ma anche e soprattutto come consumatori: la scuola che mira a fornire risposte piuttosto che incentivare il sorgere di domande, che mantiene l’allievo in posizione subordinata rispetto all’insegnante, che lo rende, inscrivendolo in una classe, parte di una massa che deve seguire regole predefinite, ottiene nei fatti un’omologazione e un conformismo che sono i più efficaci motori del consumismo.
Questa non è l’unica via possibile. Si può vivere, si può educare, si può imparare, seguendo altre strade, secondo altri princìpi. Al sistema educativo basato sulla regola, oggi così dilagante, Erika contrappone un’educazione basata sui princìpi, appunto. Sono questi che il genitore dovrebbe preoccuparsi di veicolare, di ispirare, non solo con le parole ma soprattutto con l’esempio, lasciando al bambino stesso la possibilità di trarne autonomamente regole che siano frutto di un’autoregolazione, non di obbedienza e acquiescenza.

Educare nella libertà, essere liberi di crescere, imparare, esprimersi, vivere non secondo ritmi e finalità imposte da altri, godere pienamente la propria famiglia, sottrarsi alla delega educativa che questa società vorrebbe indurci a considerare come scelta “obbligata” e “migliore”… tutto ciò è possibile. Si può realizzarlo, liberandosi dalle tabelle di marcia imposte, abbandonando la zavorra dei “si deve” e delle ansie da prestazione, slegando pazientemente l’apprendimento da quegli obblighi che lo rendono costrittivo (questo, ha puntualizzato Erika, è importantissimo tanto per il bambino quanto per il genitore. Una buona “ricetta” sarebbe un mese di assoluta libertà per ogni anno di scuola frequentato. Questo per i bambini. Per i genitori… due mesi per ogni anno!).

Erika, con le sue parole e soprattutto con la sua concreta esperienza, ha illustrato come.
Alla fine del suo intervento sono fioccate domande, dubbi, incertezze, richieste di aiuto pratico nel dirimere difficoltà di percorso, intoppi con le istituzioni…. Ritrovare negli altri dubbi e titubanze iniziali che credo quasi ogni home/unschooler alle “prime armi” abbia provato ha a mio avviso rappresentato un momento cruciale. E’ bello e importante non sentirsi soli e isolati nella propria ricerca. Non sempre si ha la fortuna di avvertirlo, nella quotidianità, in cui spesso si è circondati esclusivamente da chi pensa che “a scuola si deve andare e basta, perché tutti fanno e hanno sempre fatto così”.
Nel frattempo anche i bambini avevano il loro meeting. In una stanza contigua, aperta sulla zona adibita alle conferenze, in totale libertà di andare e venire, erano a loro disposizione laboratori creativi di vario genere, dalla pittura collettiva su maxi foglio alla creazione di quadri e collane di pasta, dal disegno sul corpo alla pittura a dita.
(Per inciso, mia figlia maggiore, bambina dalla cui mancata scolarizzazione sarebbe “senz’altro” derivato un deficit di socializzazione, ha non solo conosciuto tutti i bambini presenti – che parlassero o meno italiano – ma anche buona parte degli adulti…Incontrando “amiche distanti” che io avrei tanto voluto incontrare di persona e che non ho avuto invece modo – e coraggio, diciamolo chiaramente! – di approcciare direttamente….)

La giornata successiva si è aperta con diverse testimonianze di “altre vie” di apprendimento.
Sono rimasta incantata, e profondamente ispirata, dalla testimonianza di Sarah Janisse Brown, artista e madre (di nove figli!) unschooler.
Tra le sue pubblicazioni figura un libro delizioso, illustrato in modo incantevole dalla sua bambina novenne, dal titolo “A day like tomorrow”.
Sarah, che vive negli USA, è una unschooler di seconda generazione. E’ stato per me molto emozionante, ascoltandola, immaginare che un giorno le mie bambine potranno a loro volta raccontare di aver imparato nella libertà, seguendo le proprie inclinazioni, sviluppando le proprie doti, sentendosi naturalmente inclini a permettere ai loro figli di fare altrettanto.
Tengo a riportarvi, per sommi capi, la sua esperienza.
Quando lei ha iniziato la scuola, 22 anni fa in Ohio, nessuno nella sua zona faceva home schooling. Sua sorella aveva problemi di salute e studiava a casa per questo, lei invece doveva andare a scuola e questo le pesava molto. Era molto brava in arte, ma a scuola la frenavano dicendole che avrebbe dovuto concentrarsi su altre discipline, su discipline “serie”. Lei aveva ben chiaro di voler diventare un’artista e una madre. La scuola le rispondeva che con l’arte non ci si mantiene, e che la realizzazione femminile doveva passare per un impiego retribuito, non legarsi alla maternità.

Quando ha convinto sua madre a fare home schooling anche con lei, per il primo anno non hanno usato nessun libro di testo, nessun eserciziario, per sua madre l’unica priorità era che lei – Sarah – scoprisse cosa desiderava fare, cosa realmente la appassionasse. Sua madre non era minimamente preoccupata riguardo ai risultati che avrebbe ottenuto nei test che avrebbe dovuto sostenere alla fine dell’anno, lei invece si preoccupava di non riuscire bene, perché quando frequentava la scuola non otteneva mai punteggi alti, pensava sarebbe andata ancor peggio dopo cinque mesi di assoluto unschooling. Invece il suo punteggio risultò essere adeguato a una classe molto più avanzata di quella che avrebbe dovuto, per età anagrafica, frequentare.
Quando ha avuto figli e ha dovuto decidere se iscrivere il primo a scuola, nonostante le forti pressioni dei nonni (suppongo paterni!) perché lo iscrivesse, ha ricordato quanto amava imparare da bambina “in modo naturale”.
Suo figlio maggiore adesso ha 14 anni e ha finito il suo primo semestre al college.
Ha suggerito ai genitori “titubanti” di provare, per un giorno, a dire semplicemente “sì” a ogni richiesta dei figli, e di osservare dove questo conducesse in termini di esperienze, acquisizioni, apprendimento. Ci ha mostrato, in un video, quali cose meravigliose sono accadute nella loro famiglia semplicemente “dicendo sì”. Non sorprende affatto che i suoi figli chiamino l’homeschooling “funschooling”. Niente è intercorso ad allontanarli dall’idea, che tutti i bambini hanno, che imparare e divertirsi siano attività strettamente legate, originariamente sovrapponibili.
Non saprei cosa augurarmi di meglio, riguardo alle mie figlie. E, per estensione, a ogni bambino.

Irene Malfatti

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