Empatia tra mamma e bambino alla base della genitorialità

Nel mio articolo precedente vi ho lasciato parlando di genitorialità  come relazione ed empatia tra mamma e bambino.

Benché ancora senza l’utilizzo del linguaggio, dunque, il bambino comunica a livello non verbale con i propri genitori e questi fanno lo stesso con lui, innescando una sorta di “valzer” che i due ballano insieme e che viene definita “sintonizzazione affettiva” (Stern, 1985). La madre, anche lei, è “programmata” per rispondere adeguatamente ai segnali e agli stimoli inviati da suo figlio.

 
Stern afferma a riguardo: ‹‹ Quando avrete un bambino, vi troverete spesso nella condizione di agire senza tanto riflettere, facendo ricorso alle vostre doti istintive e sviluppando intuitivamente vari modi di tenerlo in braccio, toccarlo o produrre suoni che servono a sviluppare la relazione con lui. Ben presto giungerete ad accettare come parte del vostro nuovo assetto l’inattesa presenza di un repertorio di reazioni e di comportamenti istintivi mai esplorato in precedenza. Forse, prima dell’arrivo del piccolo, vi sforzavate di mantenere un controllo sulla vostra vita; […] Con un bambino, invece, gran parte del tempo se ne va in attività spontanee, che vi obbligano a pescare alla cieca nella vostra provvista di intuizioni per trarne la reazione più idonea, da utilizzare al momento ›› (1998b).

E’quello che Stern definisce l’“assetto materno”: la neo-mamma automaticamente tenderà ad entrare in sintonia con i bisogni del proprio piccolo, a conoscerlo, ad anticiparne emozioni e comportamenti, ad attivare tutte quelle risorse fisiche, emotive e psicologiche per prendersi cura di lui.
Quello del genitore non è dunque il ruolo di “colui che comanda e detta le leggi familiari”: ‹‹ I genitori non sono i costruttori del bambino, ma i suoi custodi. Essi devono proteggerlo e curarlo in un senso profondo, come chi assume una missione sacra, che supera gli interessi e i concetti della vita esteriore ›› (Montessori, 1968).
Dunque alla domanda perchè non abbiamo bisogno dei “manuali per genitori?”, rispondiamo semplicemente: perchè questi manuali servonoai genitori, ma non per il bene dei loro bambini, ma per il bene dei soli genitori. Se un bambino potesse scegliere come essere cresciuto da mamma e papà, non sceglierebbe certamente per sé manuali del genere; se potessero, i nostri bambini scriverebbero un “manuale per bambini”, da dare direttamente ai loro genitori per “illuminarli” sulla loro vera natura e sui loro reali bisogni. “I migliori insegnanti? I bambini!”, diceva infatti Madre Teresa di Calcutta…
Inoltre un aspetto da non trascurare è che molti genitori, seppur inconsapevolmente, rischiano di trattare il proprio bambino nello stesso modo in cui sono stati trattati dai propri genitori quando erano piccoli. Ognuno di noi perciò, oltre a seguire il proprio prezioso “istinto genitoriale”, dovrebbe anche chiedersi cosa stia rimettendo in atto sul bambino di ciò che da bambino ha sperimentato nella propria famiglia.

Sottolineo brevemente questo aspetto, perchè molto spesso più del chiedere “come” si fa il genitore, è importante sapere che il nostro essere padre o madre risentirà inevitabilmente dei modelli genitoriali che abbiamo appreso da bambini: farò perciò il genitore così come i miei genitori lo hanno fatto con me.
Esiste un’ intervista semistrutturata , la “Adult Attachment Interview” (Main, Kaplan Cassidy, 1985) che viene somministrata in ambito clinico per valutare lo stile di comportamento dell’individuo. Secondo questa intervista il comportamento varia sostanzialmente da un comportamento sicuro/normale, ad uno totalmente insicuro, passando per comportamenti intermedi.
Alcuni ricercatori hanno somministrato l’intervista a dei futuri genitori durante la gravidanza, mentre ai loro bambini ad un anno dalla loro nascita è stato somministrato un test simile (la Strange Situation di Ainsworth): è emerso che lo stile di comportamento dei figli era in una percentuale molto alta identico a quello dei loro genitori (Fonagy et al., 1991). Dunque è scientificamente dimostrato che inconsciamente trasmettiamo da una generazione all’altra il modo in cui siamo stati trattati dai nostri genitori.
E’ perciò di vitale importanza per essere davvero un genitore:
1) conoscere i bisogni profondi del bambino;
2) conoscere le funzioni profonde del proprio ruolo di genitore;
3) avere ben chiaro che la genitorialità è soprattutto una “relazione” dove i soggetti in gioco sono due. Non è solo l’adulto che, seguendo un copione predeterminato, si attiva nei confronti di un oggetto passivo, ma c’è anche il bambino che reagisce in modo attivo, con bisogni, pensieri ed emozioni allo scambio di relazione e comunicazione con l’adulto;
4) avere ben chiaro nella mente e nel cuore che l’essere genitori implica inevitabilmente l’attivazione di importanti cambiamenti a livello psicologico ed affettivo profondo (ruoli, fantasie, aspettative, ricordi, modelli educativi familiari di riferimento, gioie e conflitti). Non si tratta solamente di nutrire, lavare, far dormire e dettare regole. Si tratta soprattutto di prendere consapevolezza di queste dinamiche profonde dentro di noi e di gestirle al meglio nella relazione con i nostri piccoli.

Che cosa posso suggerire allora?
Prendendo spunto dalle parole di Winnicott, ‹‹ il prototipo di tutto il prendersi cura del bambino è nel tenerlo in braccio ››, posso solamente dire: guardate il vostro bambino, accarezzatelo, abbracciatelo, parlategli in tono amorevole, baciatelo, giocateci, dedicategli il vostro tempo, tenetevelo il più vicino possibile, “veneratelo”.

Vedrete che vi ripagherà non con il diventare “viziato”, “capriccioso” o, da adulto, uno “smidollato mammone”, ma al contrario con una personalità sana, forte ed equilibrata. Vostro figlio non potrà far altro che ricordare tutto il vostro amore e per questo ringraziarvi ogni giorno della sua vita.
Possiamo dunque riassumere la genitorialità in due grandi funzioni:
1) Massima protezione e cura nei primi anni di vita del bambino;
2) Massima spinta all’esplorazione, alla socialità e all’autonomia solo in un secondo momento.

Queste due funzioni le troviamo racchiuse in una meravigliosa frase di Goethe : “Di due cose hanno bisogno i bambini. Radici ed ali”. Inutile dire che troppo spesso avviene esattamente il contrario: massimo distacco nei primi anni di vita del bambino, massima resistenza all’indipendenza del figlio ormai cresciuto. E, questo sì, porterà ad una personalità insicura, non equilibrata, non in armonia con sé né con gli altri.
Non è errato, in conclusione, affermare che la genitorialità altro non è che l’ “accudimento” del bambino in risposta al suo bisogno di “attaccamento”. In quest’ottica è evidente come la genitorialità non sia altro che un DARE, un DARE INCONDIZIONATO, senza chiedere nulla in cambio.
Fromm (1957) parla di quattro grandi pilastri sui quali deve poggiare l’amore. Credo sia valido per l’amore tra adulti, a maggior ragione valido per l’amore dei genitori verso i propri figli. La matrice comune è sempre quella: AMORE ALLO STATO PURO.
I pilastri sono:

1) PREMURA: le cure genitoriali di cui sopra per un sano sviluppo del bambino
2) RESPONSABILITA’: l’impegno costante nei confronti del bambino
3) RISPETTO: vederlo con gli occhi di un bambino e non con i nostri
4) CONOSCENZA: consapevolezza profonda dei bisogni e delle emozioni del piccolo

E se tutto quanto fin qui emerso non ci dovesse venire spontaneo?
Beh, forse c’è da rivedere qualcosa dentro di noi, a partire dalla nostra infanzia. In Psicoterapia succede sempre che, solo dopo essere entrato in contatto con il bambino che si è stato, si riesca poi, come per magia, ad entrare in un contatto più profondo con i propri figli, a mettersi nei loro panni e a rimettersi in discussione come genitore.

Superata la “cecità emotiva” iniziale, possiamo finalmente vedere dentro di noi e automaticamente anche dentro le persone intorno a noi, a cominciare dai nostri figli.

Alessandro Costantini

BIBLIOGRAFIA
FONAGY P., STEELE M., STEELE H., MORAN G., HIGGINS A. (1991). The capacity for understanding mental states: the reflective self in parent and child and its significance for security of attachment, in Infant Mental Health Journal, 12, pp. 201-18, cit. in HOLMES J., La teoria dell’ attaccamento (tr. it.), Milano, Raffaello Cortina, 1994.
FROMM E. (1957). L’arte di amare (tr.it.), Milano, Mondadori, 1986.
LORENZ K (1949 ), L’anello di Re Salomone (tr. It.), Milano, Adelphi, 1989.
MAIN M., KAPLAN K., CASSIDY J. (1985). La sicurezza nella prima infanzia, nella seconda infanzia e nell’età adulta; il livello rappresentazionale (tr. it.), in RIVA CRUGNOLA C. (a cura di), Lo sviluppo affettivo del bambino, Milano, Raffaello Cortina, 1993.
MONTESSORI M., Il segreto dell’infanzia, Milano, Garzanti, 1968.
STERN, D. N. (1985), Il mondo interpersonale del bambino (tr. it.), Torino, Bollati Boringhieri, 1987.
STERN D. (1998b). Nascita di una madre (tr. it.), Milano, Mondadori, 1999.
WINNICOTT D. (1987). I bambini e le loro madri, Milano, Cortina.

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