Una mamma in crisi: i (pre)giudizi degli esperti

Quotidianamente mi imbatto in articoli, post o pareri “tecnici” su “come si fa il genitore”. In particolare mi colpisce quanto sia costantemente sotto esame la figura della donna che diventa neomamma, in una continua sollecitazione e “diagnosi” che racchiude e generalizza il percorso squisitamente individuale – e per questo UNICO –  di ogni donna alla scoperta della sua maternità.

Mi sorprende soprattutto leggere di giudizi e di etichette che classificano il miracolo straordinario e spesso, ahimè, doloroso di una donna che sceglie di dare la vita. Badate bene, ho scritto sceglie, anche se questo non è sempre possibile. Ecco perché il percorso raccontato nei testi e spesso dai noi stessi “esperti” come abbastanza lineare e  atteso, si trasforma in un imprevedibile viaggio alla scoperta del nostro Io Materno.

Mi chiedo quindi, quanto possa essere funzionale classificare un percorso unico in una serie di aggettivi, non sempre accoglienti, ma giudicanti e, quanto possa essere utile alla Donna/Mamma leggersi attraverso dei giudizi.

Rileggendo mi viene in mente un pensiero che mi segue da quando ho iniziato a lavorare con il femminile, “donne che giudicano le donne” e questa frase che irrompe con prepotenza nei miei pensieri, lascia dentro di me dolorose cicatrici.

Vorrei prendere questo pensiero e trasformarlo, renderlo un’occasione di sorellanza e di accoglienza, ma ahimè le mie ultime letture mi riportano ad una realtà decisamente poco “comoda”.  Mi piacerebbe sostituire questo pensiero disturbante con un obiettivo “donne che ascoltano le donne”  e immaginare finalmente un ascolto che nutre e “funziona”.

Ma ritorniamo all’argomento di partenza, che si potrebbe sintetizzare con la parola “confine”. Mi chiedo in questa riflessione post-natalizia, chi decide quale sia il limite entro cui il parere dell’esperto può inserirsi senza ferire e cristallizzare gli innumerevoli “sensi di colpa” di noi mamme siamo portatrici.

Perché se parliamo di confine, questo deve essere definito e impermeabile perché segno di rispetto e di valore, altrimenti il rischio a cui noi mamme siamo continuamente esposte è un poco empatico “sconfinamento” che denutrisce un’identità materna in continua evoluzione.

Etichettare riduce la Donna/Madre in uno “stare” statico e scarsamente evolutivo, mentre sappiamo che la maternità è un processo e come tale, dinamico e in continua trasformazione. Contraddizioni e paradossi che minano il nostro Io Materno, facendolo vacillare, rendendo instabile la nostra relazione con noi stesse e con i nostri figli.  Quindi, qual è il confine?

E l’empatia, tanto citata ma scarsamente utilizzata, come può inserirsi in un ambiente che non ascolta e classifica?

Perché dietro ogni Donna/Mamma c’è una storia da accogliere, da respirare e amare, perché unica e speciale. Perché dietro ogni “errore genitoriale o scelta comportamentale c’è un vissuto poco ascoltato perché etichettato. Perché dietro ogni Io Materno c’è un genitore con un cuore che batte e delle cicatrici che spesso ancora bruciano.

Alla luce di queste consapevoli certezze, mi chiedo come possiamo noi “esperti” insegnare ad accogliere se prima non accogliamo.

Donne che ascoltano le donne, in una reciprocità che genera alleanza e sorellanza.

Perché lo dobbiamo a noi stesse e ai nostri figli, perché insieme, prendendoci per mano, possiamo costruire una relazione migliore.

Cecilia Gioia

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