Bambini e precoce educazione sessuale europea

Il documento dell’OMS intitolato Standard di educazione sessuale in Europa, concepito come guida per i governi e programma di educazione sessuale standard per le scuole pubbliche europee, è stato emanato mesi fa.

Il Piano educativo che vi si esplicita dovrebbe entrare in vigore già nell’autunno 2014, ed è già stato recepito in Svizzera, dove l’Ufficio federale della Sanità pubblica e il Ministero della Pubblica Istruzione, coerentemente con le indicazioni OMS, hanno disposto di rendere obbligatoria l’educazione sessuale a partire dall’asilo. A questo fine è prevista la consegna agli insegnanti di scuola materna e primaria del relativo materiale didattico riunito in una “Basler Sexboxen” (scatola del sesso).

Il materiale è concepito perché i più piccoli, dai 4 anni, imparino l’anatomia dell’apparato genitale e riproduttivo e scoprano come avviene il concepimento. Si tratta appunto di oggetti che riproducono l’anatomia maschile e femminile: dildi di legno di varie dimensioni (non granchè verosimili, sono pronta a scommettere che le mie figlie li qualificherebbero come “famigliola di funghi”… ), un pene e una vagina riprodotti in stoffa, un utero, fumetti con vignette molto eloquenti.

La notizia ha, come era prevedibile, sollevato enormi polemiche e vere e proprie levate di scudi da parte di genitori inorriditi e preoccupati.

Personalmente, ho delle riserve sugli oggetti di cui è composto il kit, sebbene non siano riserve totali. La mia bambina più grande, che sarebbe nella fascia d’età interessata, è già da tempo una grande appassionata di anatomia umana, ha una gran passione per il corpo umano e il suo funzionamento, e vivendo da vicino la gravidanza della sorella, si è posta – e ci ha posto- molto precocemente domande sul concepimento, la vita intrauterina, la nascita.

Anche noi ci siamo avvalsi di supporti per spiegarle quello che desiderava capire: abbiamo letto libri, disegnato, le ho cucito una birth doll che che fa nascere il suo piccolo e lo allatta, ha chiesto a Babbo Natale (!) un manichino anatomico umano completo di organi e perfino un “bimbo in pancia da far nascere” perché lei “vuole fare l’ottetica” (una delle persone che ha scelto come mentore è una nostra cara amica, ostetrica, appunto).
Ho risposto alle sue curiosità con onestà e impostazione scientifica, non posso quindi dirmi contraria all’educazione sessuale tout court.
Penso però che ci sia una sostanziale differenza tra un percorso in cui è il bambino a chiedere informazioni, e che si sostanzia in nozioni contestualizzate in un quadro più ampio (che abbraccia il funzionamento e la struttura dell’intero corpo umano perché, come diceva una mamma in uno dei dibattiti virtuali su questo tema a cui ho partecipato, “si tratta di insegnare come è fatto un pene prima che sappiano dove sta il cuore”) e un’educazione sessuale slegata completamente da una conoscenza d’insieme, e da qualsivoglia educazione emotiva e affettiva, che è invece fortemente presente, e fa da substrato contestuale, allorquando queste nozioni vengono veicolate in famiglia.
Per mia figlia scoprire di aver abitato e di essere uscita dal mio utero, di essere stata nutrita dal mio corpo, che l’ha cibata e ossigenata, che le ha fatto spazio spostando gli altri organi man mano che lei cresceva, e che l’ha lasciata uscire perché trovasse un altro riparo fuori, nelle mie braccia, è stata un’esperienza sicuramente affettiva, l’amore che ne è stata la base era palpabile. Maneggiare un utero di stoffa, isolato, piazzatole in mano sulla base di un programma da seguire, credo avrebbe avuto tutt’altro effetto.
Ed effetto ancora peggiore potrebbe avere su un bambino ancora completamente disinteressato alla questione. Come diceva un’altra mamma, in uno dei suddetti dibattiti, precorrere i tempi e suggerire una manipolazione di materiali “sessualizzanti”, rischia di configurarsi già come un abuso. Come minimo, come un’intrusione.

Il punto, per me, non è tanto l’essere favorevoli o contrari ad offrire informazioni in materia. E’ un aspetto sul quale ogni famiglia prenderà la sua decisione e si collocherà in modo personale, a seconda delle proprie convinzioni, della propria sensibilità e soprattutto (si spera) calibrandosi sul bambino che ha di fronte.

Quello che più sconcerta è proprio che l’offerta di informazioni segua un programma standardizzato, prestabilito sulla base dell’unico criterio dell’età anagrafica (a 4 anni si parla di concepimento e anatomia, a 6 di eiaculazione e mestruazioni…) che prescinde completamente dal livello di maturità e di curiosità del singolo bambino che, pronto o meno, interessato o meno, dovrà assorbire le informazioni previste, e confrontarsi con il materiale dato.

Preoccupa che la scuola richieda di delegare un argomento concernente a un aspetto così intimo e profondo a un’insegnante che non è formata in proposito, e che sarà, inevitabilmente, condizionata dal suo vissuto e dalla sua sessualità, che ovviamente il genitore non può e non deve conoscere, ma che potrebbe condizionare anche i bambini.

In realtà, però, la richiesta di delega è strutturale alla scuola stessa.
La scuola si basa sulla delega data dal genitore all’insegnante (in virtù del suo ruolo, cioè la fiducia che necessarimante va accordata è del tutto impersonale: il genitore non conosce l’insegnante cui affida suo figlio, la fiducia si basa sul possesso di un titolo e delle relative competenze, è quindi una delega impersonale), e sul presupposto che ai bambini si debba impartire un’istruzione standardizzata (e, che lo si faccia più o meno consapevolmente, standardizzante).
Che la si estenda anche all’educazione sessuale è, in un certo senso, semplice coerenza.

In un confronto con un’insegnante di scuola dell’infanzia, pochi giorni fa, essa affermava che “la scuola dell’infanzia getta le basi dell’adulto che il bambino sarà un giorno”.
Mi ha sconcertato che un’addetta ai lavori rivestisse il primo gradino della scolarizzazione di un’importanza così capitale, addirittura determinante nella formazione dell’identità individuale. Ammesso che un bambino sia una massa informe da “modellare”, da “formare”, davvero questo compito è passato dalla famiglia alla scuola? In quale misura?

A parere della scuola, evidentemente, in misura totale. Oltre ad occupare un terzo della giornata del bambino e a volerne gestire lo sviluppo intellettuale, la direzione presa sembra volersi estendere anche alle sfere più intime, in una direzione in cui venga “stabilito il passo” da seguire anche nella maturazione sessuale.

Trovo un segnale positivo che i genitori si ribellino a questo, anche qualora non intendano comunque ritirare la delega dell’istruzione in maniera assoluta e non mettano in discussione la decisione di base di scolarizzare, ma intendano comunque porre un limite al dilagare degli ambiti esistenziali infantili che la scuola pretende di ascrivere alla sua competenza.
Ancora più positivo e necessario se si pensa che questa delega crescente, almeno in parte, è stata, ed ancora è, una risposta a una precisa domanda di quei genitori che intendono consapevolmente delegare alla scuola il più possibile, e che vedono anche nell’educazione sessuale scolastica la possibilità di essere sollevati dal doversi confrontare con domande imbarazzanti e spiegazioni ostiche da affrontare.
E’ positivo – di più, è una vera e propria svolta educativa che ridefinisce le competenze della scuola e restituisce alla famiglia le sue competenze- che vi sia, in una larga parte di altri genitori, una presa di coscienza che rivendichi il loro diritto di essere loro stessi i principali educatori dei propri figli.

Irene Malfatti


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