Bambini a scuola: un ambiente per imparare a imparare

In coerenza con il primo contributo a questa rubrica dedicata ai bambini a scuola, quelli che ne seguiranno non potranno che avere a loro cappello e in tutte le pieghe quelle domande di senso pedagogico che sono oggi, secondo me, le grandi assenti del fare ed essere scuola.

Ci scontriamo a volte (spesso, in realtà) tra insegnanti o con i genitori, altre volte (poche) con i dirigenti scolastici su come sia meglio organizzare la quotidianità scolastica, altre volte ancora, invece, neppure entriamo in conflitto ma adottiamo di default il comportamento o le scelte più diffuse nelle scuola in ci lavoriamo.

Ma tanto nei conflitti quanto nei silenzi questi modelli educativi non saltano mai fuori, mentre con pochi chiarimenti e risposte a domande di fondo tutto potrebbe essere più fluido e coerente. E queste domande saranno il mio tormentone, un allenamento continuo, prima di tutto per me stessa, per trovare le risposte più autentiche a problemi o divergenze che affrontate su un piano troppo superficiale non solo non vengono risolte ma non permettono neppure agli interlocutori di comprendersi veramente.

Penso ad esempio alle questioni, solo apparentemente secondarie, relative all’ambiente classe, alla disposizione dei banchi, della cattedra e degli arredi in classe.

Io da ormai 15 anni non sono in grado di stare in classe se non con una disposizione dei banchi a ferro di cavallo, partiamo da qui. Mi è capitato di confrontarmi con colleghe e genitori che, in modo pacato e ragionevole, voglio dirlo, ponevano il problema della visibilità della lavagna per chi si trova in alcune posizioni, quello della disciplina, quello dell’attenzione/distrazione rispetto alle spiegazioni dell’insegnante, al rischio di copiatura durante le verifiche.

Argomenti fondati se si dà per scontato una modalità di conduzione del gruppo, di gestione delle lezioni e delle verifiche di tipo “tradizionale”, o se preferiamo prevalentemente frontale, con l’insegnante al centro o meglio attore protagonista su un palco immaginario (fino a pochi decenni fa la cattedra veniva collocata su una pedana rialzata, scelta anche fortemente simbolica), con un uso frequente della lavagna, un’idea di valutazione legata a specifiche prestazioni come le verifiche, soprattutto scritte, e con l’assunto che il processo di apprendimento avvenga meglio in una sfera individuale.

Ancora una volta, durante queste conversazioni, mi sono trovata senza i sottotitoli per condurre un confronto su basi condivise. Perché ancora prima di lezioni, verifiche, lavagne e banchi viene, o dovrebbe venire, un’idea di come i bambini imparano.

La mia di idea, dice (non per mia presunta autorità ma per maturata persuasione nei confronti della pedagogia attiva, della didattica esperienziale, dell’apprendimento cooperativo) che, soprattutto nella scuola dell’infanzia e primaria, i bambini imparano attraverso la concretezza delle esperienze che gli proponiamo, che compito dell’insegnante è selezionare queste esperienze o i materiali più adeguati per realizzarle, che lo spazio e l’ambiente in cui si muovono i bambini devono essere al loro servizio e non il contrario ( i bambini adattarsi a stare fermi, ad esempio, su banchi e sedie tutt’altro che ergonomici per molte ore al giorno); che una parte importante dell’apprendimento avviene attraverso i compagni la cui struttura mentale affine permette di tradurre alcuni concetti in parole e processi a volte non riproducibili da alcun adulto e che quindi si può imparare anche…copiando!!

E che senza relazione autentica tra compagni e con gli adulti, non c’è apprendimento significativo…allora io voglio poter guardare negli occhi, uno per uno, i bambini a cui sto leggendo una storia o presentando l’attività che stiamo iniziando e voglio che loro possano fare altrettanto, senza passar ore a contemplare la schiena di un compagno, sporgendosi un po’ di lato per vedere il viso dell’attore protagonista, la maestra.

Così la cattedra può sparire o almeno cambiare fortemente collocazione, i banchi stare a ferro di cavallo o essere organizzati a gruppi… e la lavagna essere chiamata in causa il minimo indispensabile!! E ancora: si possono pensare e realizzare esperienze di aule decentrate, usare creativamente gli spazi della scuola (penso ai momenti dei consigli di cooperazione, tempo di confronto e di esercizio di democrazia nel gruppo classe che si svolgevano sempre nell’atrio della scuola o in palestra, mai in classe, per segnare una ritualità differente anche nell’ambiente deputato a quell’appuntamento settimanale), quelli esterni di pertinenza della scuola stessa o quelli del territorio…perché i diversi contenuti necessitano di diversi ambienti coerenti con l’esperienza che si sta proponendo e la predisposizione dell’ambiente di apprendimento è proprio la prima scelta intenzionale che l’insegnante fa o dovrebbe fare.

Infine sarebbe importante lasciare a disposizione dei bambini i materiali didattici su cui possano esercitarsi, ritornare per libera scelta, riempire i momenti vuoti, con arredi fruibili e accessibili di cui ciascuno sia responsabile, scommettendo su un’idea di scuola che sia prima di tutto un ambiente pensato per “imparare a imparare” e di cui venga spontaneo prendersi cura, come di ogni luogo dove ci sentiamo accolti e guardati con i nostri bisogni più autentici.
Sonia Coluccelli

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