Il sonno dei bambini ha bisogno di contatto

La scorsa volta – parlando di sonno dei bambini e dell’esecrando metodo Estivill – mi sono interrotto sul prezzo pagato dai piccoli che lo subiscono, prezzo salato dovuto a premesse che non tengono affatto conto dei loro reali bisogni.

Estivill, infatti, parte da un’altra premessa totalmente erronea: “Rimanere da solo nel lettino e addormentarsi sono la cosa più naturale del mondo”.

In realtà è esattamente vero il contrario: rimanere da solo, e per giunta al buio, è per il bambino una condizione “innaturale” e, come tale, estremamente dannosa per il suo sviluppo.

E’ importante sapere che il fatto che il bambino, se ignorato dai genitori, alla fine si addormenta, non rappresenta altro che l’aver scoperto l’acqua calda: in etologia questo fenomeno si chiama “tanatosi”, un modo con cui l’animale predato simula di essere morto per evitare di essere divorato dal predatore.

Il bambino dunque non si addormenta perché ha sonno ed è finalmente tranquillo, ma perché è come se i suoi geni gli dicessero “la minaccia (buio, solo nella stanza, genitori non protettivi) è troppo grande per te, non puoi sconfiggerla, arrenditi e fingiti morto”. E’ lo stesso meccanismo emotivo inconscio che troviamo per esempio alla base della depressione. Ritengo che un bambino che si addormenta in questo modo sia un bambino terrorizzato, depresso, che vivrà nel terrore (ansia, attacchi di panico, insicurezza) anche da adulto.

Nei primi tre anni di vita il bambino si “gioca” infatti il suo sviluppo, il modo con cui creerà l’immagine di sé, la propria identità, il proprio essere in relazione con l’altro, la capacità di amare e di essere amato a sua volta. I primi tre anni rappresentano a tutti gli effetti la base di partenza sulla quale si svilupperà la personalità adulta.

Non posso in proposito non citare Bowlby, che con la sua teoria dell’attaccamento ha dimostrato scientificamente le “reazioni” dei bambini di fronte ad uno stato di minaccia come la separazione dalla figura genitoriale. E proprio queste reazioni sono evidentissime nel video riportato:

– protesta: il bambino si dimena, si lamenta, non vuole rimanere a letto da solo;

– disperazione: è la paura più totale, l’angoscia, il pianto disperato, la fine del mondo.

Il pianto, è importante sapere, rappresenta un comportamento innato la cui finalità è quella di avvicinare a noi le persone, affinché ci soccorrano e ci aiutino a superare un pericolo, una minaccia, più in generale una sofferenza. All’inizio di un percorso psicoterapeutico molto spesso la persona non piange, non perchè non soffra, ma perchè “ha letteralmente finito le lacrime” e non ha più fiducia nell’altro, nell’aiuto esterno.

Sono persone, “bambini dotati” di ieri direbbe Alice Miller, che non hanno avuto adeguate risposte di amore e protezione alle loro naturali richieste di aiuto e che, avendo prematuramente smesso di piangere da bambini, continuano anche da adulti a non farlo. Ripercorrendo la propria storia infantile, la persona riesce a recuperare quella parte bambina ferita rimossa, quel bambino che è stato e che ha imparato a non piangere e che in qualche modo ha dovuto imparare ad essere solo e a cavarsela senza il sostegno di nessuno.

Si ricomincia a sentire dentro di sé, finalmente, l’emozione, la vita, la fiducia e la speranza. Il pianto è a tutti gli effetti un importante indicatore del fatto che dentro di noi c’è ancora un cuore che batte, che siamo vivi, che abbiamo voglia di riscoprire, per dirlo con Alice Miller, il nostro Vero Sé, cioè semplicemente la parte più vera, autentica e meravigliosa di ognuno di noi e che inevitabilmente abbiamo lasciato congelata nella nostra infanzia. Una terapia che permette di piangere, è una terapia che sta andando nella giusta direzione.

Accorriamo sempre dunque al pianto del bambino, non facciamolo rassegnare, non facciamogli perdere la fiducia nel mondo.

– distacco: ad un certo punto il bambino si addormenta, solo, nella paura, sa che la sua richiesta di aiuto non serve a nulla, è inefficace, tanto nessuno viene in mio soccorso. E’ la fase della rassegnazione, della totale sfiducia in se stessi e nell’altro, è la fase della morte del cuore. E’ l’obiettivo che il metodo si prefigge di raggiungere. A tutti i costi.

Un altro piccolo punto merita di essere analizzato. Estivill dedica alcune righe anche ai “movimenti autocullanti” del bambino, cioè quei movimenti di dondolamento che il bambino mette in atto da solo per addormentarsi. Secondo l’autore sono comportamenti infantili normali, che non devono mettere in apprensione il genitore. In realtà essi rappresentano un mezzo che il bambino ha per fare da solo ciò che qualcun altro dovrebbe fare per lui: essere cullato, coccolato e protetto, soprattutto in un momento così delicato e fragile come quello del sonno, in cui il bambino è totalmente inerme. Una sorta di “movimento transizionale”, per dirla con Winnicott, che va a sostituire il cullare materno. Una mamma “naturale” culla il proprio cucciolo per farlo addormentare, non lo lascia da solo in un lettino lontano da sé, a tal punto da metterlo nella condizione di cullarsi da solo. Altro che comportamento normale!

Conosciamo bene le aspre critiche e denunce che questo metodo ed il suo ideatore hanno ricevuto da associazioni di pediatri e di movimenti che si occupano della tutela dei bambini. Eppure, dopo di lui anche altri “esperti”, come la nostra simpatica “tata Lucia” hanno ripreso e diffuso lo stesso metodo. Anche Lucia è stata aspramente criticata, ma di fatto il suo operato non smette di mietere vittime.

Ora vi starete chiedendo: ok, ma le alternative allora quali sono?

La risposta, ormai la sapete, è sempre quella: genitorialità naturale, alto contatto, pedagogia bianca, co-sleeping di notte con il proprio bambino, condivisione e tanto, tanto amore. Gli effetti benefici dell’alto contatto sul bambino e sulla relazione con i suoi genitori sono ormai molto noti e, a differenza dei metodi a basso contatto e impregnati di pedagogia nera, poggiano su solide basi scientifiche.

Oggi abbiamo la fortuna di saperle certe cose e il risultato, qui sì, è garantito!

Alessandro Costantini


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