Il rapporto di convivenza, quali tutele?

Con il termine convivenza si indica un fenomeno sempre più crescente in Italia, consistente nell’unione di due persone, non fondata sul matrimonio ma caratterizzata dalla stabilità del rapporto, dalla reciproca solidarietà e dalla comune responsabilità nei confronti degli eventuali figli.

Al nostro Legislatore non è sfuggita la crescente rilevanza sociale assunta negli anni da questo fenomeno, e sempre più spesso, in alcune disposizioni di legge ed in alcune pronunce della giurisprudenza, la convivenza inizia a far sentire il suo peso: da ultimo, la Corte Costituzionale ha riconosciuto alla convivenza il valore di “formazione sociale”, come tale tutelata dal nostro ordinamento, seppure non ancora equiparabile alla famiglia fondata sul matrimonio.

In assenza del vincolo coniugale all’interno della coppia ed in mancanza, nel nostro Paese, di una specifica disciplina legislativa, diventa fondamentale per i partners conoscere gli strumenti a tutela e a regolamentazione del loro rapporto.

Mentre, infatti, nel caso di unione coniugale la legge stabilisce diritti e doveri dei coniugi, fornendo una disciplina giuridica completa e tutelante, nel caso della convivenza, l’assenza di normativa specifica genera incertezza e precarietà.

Spetta, pertanto, ai conviventi supplire al vuoto normativo, disciplinando i reciproci rapporti attraverso le convenzioni più adeguate alle loro necessità.

In questo caso, gli strumenti negoziali e contrattuali messi a disposizione dall’ordinamento sono molteplici ed assumono rilievo fondamentale per evitare situazioni di criticità e di litigiosità, specie al momento della fine del rapporto.

Per realizzare questo obiettivo, tra gli altri, si può ricorrere al contratto di convivenza: non contemplato in nessuna norma vigente, la sua utilizzabilità per gli scopi indicati è oggi unanimemente riconosciuta, trattandosi di un contratto che persegue interessi meritevoli di tutela.

Nell’ambito della disciplina dei rapporti patrimoniali il contratto di convivenza appare quanto mai opportuno ed in grado di fornire regole chiare al rapporto perché con tale strumento si può, ad esempio:
–  prevedere l’obbligo per il convivente che percepisce un reddito, di provvedere al mantenimento della partner che si dedica al lavoro domestico e alla cura della famiglie e della prole;
– stabilire e regolamentare le modalità di partecipazione dei partners alle spese comuni ed alle spese relative al mantenimento dei figli;

– disciplinare l’uso della casa adibita a residenza comune;
– destinare uno o più beni di proprietà esclusiva o comune dei conviventi per far fronte ai bisogni della vita condivisa, costituendo anche appositi vincoli di destinazione;

– fissare le regole per la definizione dei rapporti patrimoniali in vista della fase patologica del rapporto, per il caso di cessazione della convivenza.
Sul piano dei rapporti personali i conviventi possono disciplinare anche la reciproca tutela in caso di malattia prevedendo, ad esempio, che, in caso di impedimento fisico o psichico, lesioni o infortuni, ovvero in caso di compromissione delle capacità intellettive, il partner abbia la facoltà di assistenza, sia domiciliare che presso strutture esterne nonché ogni diritto di visita, attribuendosi, altresì, ogni più ampia delega per conoscere dati ed informazioni, anche sensibili, riguardanti lo stato di salute, le cure e le terapie cui il convivente venga sottoposto. Anche la reciproca designazione ad amministratore di sostegno può essere inserita nel contratto di convivenza, diventando in tal modo una clausola contrattuale.
Con il contratto di convivenza, viceversa, i partners non hanno facoltà di negoziare sui diritti c.d. indisponibili né potranno siglare impegni idonei ad incidere sulla trasmissibilità del patrimonio per causa di morte: mentre, dunque, tra marito e moglie il testamento resta un’opzione, pensando la legge a dare tutela, per i conviventi, qualora si voglia derogare alla disciplina legale, che continua ad escluderli dall’asse, diventa una necessità.
Il contratto di convivenza deve risultare da un apposito atto scritto: è comunque preferibile il ricorso all’atto pubblico notarile e/o alla scrittura privata autenticata, in quanto costituenti titolo esecutivo, con tutti i vantaggi ad esso connessi, in termini di semplificazione del procedimento, qualora si debba agire in giudizio per ottenere l’adempimento degli obblighi assunti.
Ricordiamo, invece, che l’assetto di tutele per la prole nata fuori dal matrimonio, con la legge n. 219/2012 è stato parificato a quello dei figli concepiti in costanza di matrimonio, travolgendo ogni disparità di trattamento e superando, anche sotto il profilo linguistico, la vecchia distinzione tra figli legittimi, naturali e adottivi.
Avv. Paola Carrera

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