Alterazioni cognitive nei bambini “a bocca aperta” (I parte)

L’abitudine alla postura a bocca aperta, tipica dei bambini delle comunità inurbate e tecnologizzate di oggi, è il sintomo più immediato e manifesto di una sindrome metabolica e neuromuscolare nota un tempo col nome di “adenoidismo” (Di Chiara A., Garoli A., Adenoidismo. La relazione dimenticata tra sistema endocrino, sistema immunitario, respirazione e giusta crescita, Physiomed, 2017).

Sempre parlando di sintomi dell’adenoidismo, meno nota è l’alterazione delle abilità cognitive che si manifesta già nella prima infanzia e che, se non viene restaurata la respirazione col naso a bocca chiusa di giorno e di notte, può divenire permanente.

A differenza di oggi, in cui sembra del tutto normale osservare individui di tutte le età che portano a spasso la loro bocca semiaperta, in un lontano passato, soprattutto nelle comunità rurali, l’individuo a bocca aperta era identificato come lo “scemo del villaggio”. La consapevolezza della popolazione a questo riguardo era tale, che lo stare a bocca aperta era considerato sinonimo di intelligenza al di sotto delle comuni capacità, come testimoniato da appositi termini dialettali (ricordiamo, tra tanti, il dialettale cosentino, “vuccapiertu”, e il dialettale velletrano “vuccarupè”).

Anche per evitare i danni cognitivi alle future generazioni, che avrebbero destabilizzato i progetti autarchici dello stato, in epoca fascista vennero istituiti e organizzati appositi centri di recupero dell’adenoidismo, con lo scopo di individuare precocemente e curare tutti quei bambini che, a causa di un precoce blocco della respirazione nasale, erano obbligati a ricorrere alla respirazione orale diventando, così, “adenoidei”. Tali centri di recupero furono in attività almeno fino alla prima metà degli anni Cinquanta del Novecento.

Buona parte delle difficoltà cognitive legate all’adenoidismo possono ricondursi alle alterazioni della qualità del sonno tipiche di questi bambini e di tutti coloro, anche adulti, che russano o dormono a bocca aperta. E, se parliamo di bambini, andare a letto presto come si dovrebbe non basta, se poi il bambino non è in grado di respirare col naso a bocca chiusa e presenta un ritardo di crescita dello scheletro respiratorio della faccia, quando non un suo schiacciamento.

Problemi anche importanti come ADHD, ansia, depressione, irritabilità, deficit di memoria e di concentrazione sono, ormai è ufficiale, legati alla qualità della respirazione durante il sonno. Negli adulti, addirittura, i depressi hanno probabilità 6 volte maggiori rispetto ai sani di andare incontro a gravi episodi di apnee notturne (Cheng P. et al., Sleepdisorderedbreathing in major depressive disorder, J Sleep Res, 2013); e in questi casi, purtroppo, è vero anche il reciproco: cioè, chi respira male quando dorme, più facilmente va incontro a depressione. Sempre tra gli adulti, alcuni individui col sonno particolarmente disturbato da deficit respiratori ricevono per errore diagnosi di ADHD (molto più comune nell’infanzia; Thakkar, Vatsal G., Diagnosing the wrong deficit, The New York Times, April 27 2013).

Poco si sa del sonno a livello popolare. Brevemente accenniamo al fatto che il sonno ha una sua architettura, con delle attività cicliche ben precise. A testimonianza di questo, dal sonno più leggero a quello più profondo cambiano in maniera caratteristica le onde cerebrali rilevabili con l’elettroencefalogramma. A cosa sono dovuti, dunque, i danni che i problemi respiratori provocano durante il sonno? Sostanzialmente, alla disorganizzazione e alla conseguente incompletezza dei regolari cicli funzionali del sonno stesso.

Immaginiamo il sonno come l’apposita funzione di deframmentazione (defrag) propria di un computer (la deframmentazione è un’operazione di ottimizzazione dell’archiviazione dei dati nella memoria di massa di un computer, fonte Wikipedia). Continuando su questa analogia, il computer è il nostro sistema nervoso. L’energia necessaria al computer è l’energia elettrica; quella necessaria al nostro sistema nervoso è, anzitutto, l’ossigeno (ovviamente l’ossigeno non è una forma di energia, così come anche il nostro sistema nervoso funziona elettricamente, ma semplifichiamo il tutto per proseguire con la nostra analogia). Ora, cosa succede al computer se, durante la deframmentazione, togliamo ripetutamente la corrente? La stessa cosa che succede all’individuo che, durante il sonno, respira male e in modo incompleto. Il disturbo respiratorio durante il sonno può arrivare fino al risveglio improvviso in uno stato di profonda angoscia o addirittura terrore; nella letteratura medica di un tempo era noto come “pavornocturnus”, ed era considerato patognomonico (detto di sintomo così caratteristico da permettere la diagnosi certa della malattia, fonte Treccani) di adenoidismo.

L’interruzione del sonno che si accompagna ai disturbi respiratori causa la scomposizione dell’architettura del sonno, cosicché risulta difficile o impossibile raggiungere gli stati di sonno profondo necessari al corretto riposo dell’organismo e alla riorganizzazione funzionale del sistema nervoso che ne consente efficacia e resilienza. Lo stadio più profondo del sonno REM può non essere mai raggiunto se le vie aeree superiori sono bloccate e si russa. In questo modo il sistema nervoso non può riorganizzarsi e “ripulirsi” e l’individuo, al mattino, si ritrova letargico ma ansioso, come se non avesse riposato affatto o addirittura avesse faticato.

Se il disturbo respiratorio durante il sonno arriva a forme di apnea, il livello di ossigeno nel cervello diminuisce, mentre aumenta quello di anidride carbonica: ciò mette in moto un “meccanismo della paura di rimanere soffocati” che porta al risveglio, ma che può lasciare un senso inconscio di timore ad addormentarsi. Di fatto è stato dimostrato che l’aumento delle capacità respiratorie durante il sonno è in grado di migliorare in modo sensibile stati ansioso-depressivi e deficit di concentrazione e attenzione (Flemons W. Ward, Quality of life consequences of sleepdisorderedbreathing, J AllClinImmunol 1997).

Questi collegamenti tra respirazione, sonno e stati cognitivi sono così noti, che è stato approvato dall’FDA americana un farmaco, la clonidina, efficace contro l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, piuttosto diffuso tra i bambini di oggi; quelli affetti sono tutti a bocca aperta). Questo farmaco risulta efficace perché induce il sonno a onde lente (delta), quello profondo e ristoratore (Thakkar, Vatsal G., Diagnosing the wrong deficit, The New York Times, April 27 2013). Ma…allora non sarebbe meglio mettersi in condizione di respirare bene col naso a bocca chiusa mentre si dorme (e anche da svegli)? Come al solito la natura è perfetta già di per sé, senza bisogno di aggiunte artificiali. A condizione di farle seguire il proprio corso.

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di Andrea di Chiara (odontoiatra, agopuntore, perfezionato in occlusione e postura in chiave kinesiologica, promotore e Presidente dell’Associazione Italiana per la Prevenzione della Respirazione Orale – AIPRO).


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