Osservando gli animali ci riscopriamo un po’ meno umani

Parco Nazionale Tanjung Puting, Kalimantan, Borneo Indonesiano: siamo all’interno di una zona speciale della foresta, dedicata alla protezione e la conservazione degli orango. Negli ultimi decenni, la deforestazione di quest’area è incrementata fortemente, per lasciar spazio alla coltivazione delle palme da olio, di cui l’Indonesia è il primo produttore al mondo. Gli orango sono spesso catturati e uccisi o, più semplicemente, vengono totalmente privati del loro habitat, quindi della possibilità di un posto sicuro dove vivere e del cibo di cui nutrirsi. In questo Parco, gli orango sono protetti e possono sempre trovare cibo, anche nei periodi in cui la frutta è meno disponibile in natura; il destino di quest’area però è continuamente minacciato dalla deforestazione, dagli incendi, da una mediocre protezione da parte degli Enti Governativi e dalla scarsa conoscenza dell’attuale situazione presso il più vasto pubblico.

Risalendo il fiume su vecchi pescherecci, dormendo all’addiaccio, facendo lunghe escursioni diurne e notturne nella foresta, ci sentiamo calati in un’atmosfera da film d’avventura, un misto fra Indiana Jones e Gorilla nella Nebbia, fino ad addentrarci nella fitta vegetazione e dimenticarci da dove veniamo…

Una mamma orango e il suo piccolo si muovono a loro agio di ramo in ramo, velocemente, senza curarsi della gente. Quella più a suo agio, in realtà, è la mamma: il piccolo sta aggrappato fortemente al suo pelo e, quando lei si ferma, tenta uno spostamento, si sposta su un altro albero, sembra sicuro ma… Non riesce a tornare indietro. La mamma, paziente, lo va a prendere e lui si avvinghia nuovamente al pelo. Si spostano, la mamma prende un frutto, lo dà al cucciolo e ne mangia un altro lei stessa, appollaiata su un ramo con la leggerezza e la stabilità di chi da sempre si sposta in questo modo, senza curarsi della propria mole. Poi se ne vanno, risalendo le chiome, il piccolo fa qualche tentativo di aggancio ai rami, la mamma lo sostiene e lo spinge con la mano, lasciandolo libero di muoversi ma sempre pronta a riprenderlo, con pazienza, quando lui manca la presa. Vedendo la danza di questi due, sembra di osservare una mamma nel secondo trimestre dell’esogestazione, quando ormai ha preso il ritmo, allatta, cambia, gioca, muove il suo bimbo con l’abilità maturata nel trimestre precedente, lo prende in braccio, lo lega in fascia, come se avesse fatto questa vita da sempre. Così poco ci rende diversi da questi animali simpatici e amorevoli, che tanto abbiamo messo a rischio sulla faccia della terra.

L’Homo Sapiens, la nostra specie, appartiene alla famiglia degli Ominidi, a cui appartengono anche lo scimpanzé, il gibbone, il gorilla e, appunto, l’orango. L’uomo condivide con l’orango il 97% del proprio patrimonio genetico. È proprio osservando questi animali che possiamo renderci conto dell’origine di alcuni dei nostri comportamenti e di come i cuccioli d’uomo nascano con delle aspettative di cura ancestrali, che non risultano affatto strane quando osservate negli altri Primati.

Nicoletta Bressan


Foto: www.wsj.com

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