Le emozioni dell’attesa nella coppia (I parte)

Per la rubrica Gravidanza e parto, il primo contributo di una nuova collaboratrice: Francesca Mandis, psicologa e psicoterapeuta a indirizzo cognitivo costruttivista ed evolutivo, neomamma che lavora con bambini e adulti in contesti individuali e di gruppo, fornisce sostegno alla genitorialità e orientamento agli insegnanti ed è, inoltre, insegnante nella scuola dell’infanzia.


Quando si parla di attesa si parla di due che diventano tre.
Se ci si sofferma a osservare la diade coppia, la diade madre-bambino, la diade papà-bambino, qualunque sia lo sguardo che si appoggia su di essi, ci si accorge che ogni prospettiva che si contempla nasconde un potenziale, qualcosa che richiama un terzo per poter armonizzare il tutto. Un tutto che inizia sempre con due minuscole ma potenti energie che daranno vita alla vita stessa.

Mi sembra pertanto meraviglioso ricercare e scoprire quelle emozioni che consentono questa trasformazione, questa ricerca di armonia che chiamerei anche maturazione e sviluppo di tutti i protagonisti di questo viaggio.
Questo viaggio che inizia con il desiderio di avere un bambino, non nasce esclusivamente nella coppia, trova nella coppia la sua realizzazione autentica ma fonda le sue radici nel passato dell’uomo e della donna e si intreccia ad altri desideri. I due quadri distinti che verranno forgiati dal desiderio di maternità e paternità partono da una base comune: l’infanzia. È dentro la dimensione infantile che si vengono a delineare i primi rudimentali scenari che popoleranno il desiderio di far spazio dentro di sé per far spazio all’alterità, affinché un altro essere sia portato all’esistenza. È dentro la dimensione infantile, anche grazie alla relazione di attaccamento costruita con la propria figura di riferimento, che si verranno a creare i presupposti cognitivi ed emotivi chiamati Modelli Operativi Interni, dei modelli di comportamento, attraverso i quali apprendiamo l’arte di comprendere il mondo, di creare delle reti per orientarci in esso e l’arte di stare con l’altro, di occuparci dell’altro. Impariamo insomma tutto ciò che è necessario per “sentire e vivere” ogni relazione in sicurezza. È da queste basi che iniziamo a coltivare dentro noi stessi, seppur spesso inconsciamente, il desiderio di riproporre dentro la relazione modelli e dinamiche a noi noti, di sperimentare nuovi ruoli e di viverci come protagonisti noi stessi di un sistema che responsabilmente dobbiamo trasmettere e perpetuare alle generazioni future. È un processo di maturazione che si intreccia e che poi fiorisce dentro la coppia.

Michel Soulé e Serge Lebovici parlano di bambino immaginario e bambino fantasmatico come radici infantili e sarà questo “bambino interno” che permetterà all’uomo e alla donna adulti di diventare genitori: “le fantasie infatti e le emozioni dei genitori prima e dopo la nascita sono indispensabili per la crescita del bambino e protettive per lui come una culla”. Il bambino pensato, immaginato, sognato, visualizzato contribuirà a infondere nel bambino stesso un senso di agency e di intenzionalità comunicativa durante la gravidanza i cui genitori si serviranno per arricchire il circuito comunicativo e rendere il proprio bambino già protagonista del loro mondo attuale. Questo favorirà l’emergere di vissuti estremamente importanti per la costruzione del legame di attaccamento con le proprie figure di riferimento.
Questo processo maturativo permette di sperimentare la separatezza, la reciprocità, la tolleranza, la condivisione. La coppia può così includere nella sua membrana duale “lo spazio” per il proprio bambino. Spazio che risulta possibile dove c’è la pensabilità e il desiderio condiviso da parte dei partner come espressione creativa della coppia.
Quindi prima ancora di essere concepito, un figlio esiste come stato mentale, o meglio “può nascere solo quando nello spazio mentale dei suoi genitori trova un luogo nel quale vivere” (F. Cardinali e G. Guidi, La coppia in crisi di gravidanza. Sulla necessità di ripensare l’intervento istituzionale, 1992). Il processo di costruzione esistenziale nella coppia non risulta indenne da momenti di crisi, ma anzi le stesse possono essere vissute come guida per verificare, confermare o disconfermare. Pertanto come sosteneva Erik Erikson impariamo a “vivere la crisi riconoscendone la connotazione positiva”.

La gravidanza, come si legge in tutta la vasta letteratura sull’argomento, è un momento di crisi profonda, pertanto è importante conoscerne le manifestazioni e i meccanismi per non lasciarsi travolgere da interpretazioni frettolose, innescando un processo che, anziché aperto all’evoluzione, sarà votato alla destrutturazione.

I vissuti dei trimestri della gravidanza sono eterogenei. Il primo trimestre è caratterizzato da una forte ambivalenza emotiva. Questo stato di ambivalenza è segno dell’iniziale processo di adattamento alla nuova realtà ed è parte necessaria di quel processo di ristrutturazione di sé che la donna realizzerà durante i nove mesi. Attraverso continui aggiustamenti emotivi e cognitivi si avvia la costruzione di un’immagine stabile del proprio “sé materno” e la strutturazione di uno spazio interno per il bambino e per la sua relazione con lui. La consapevolezza del bambino come essere chiaramente distinto è ancora lontana. L’attenzione della mamma è principalmente centrata su di sé, sul proprio funzionamento corporeo, sui propri vissuti, il bambino non ha ancora caratteristiche reali ma viene vissuto come in un sogno. In questa fase è importante che il partner stia vicino alla propria compagna, riconoscendo e comprendendo le sue innumerevoli mutazioni emotive accompagnate da sintomi psicosomatici e sarà importante tradurre la richiesta di sostegno che questi veicolano.
Il secondo trimestre si caratterizza, se la gravidanza è fisiologica, come fase di maggiore equilibrio. Si infonde nella donna un’armonia nuova che riflette il completamento dei processi di elaborazione vissuti nei mesi precedenti. L’ambivalenza emotiva scompare e la donna riesce ad immergersi nella nuova dimensione di maternità. Questa armonia viene infusa anche al compagno per cui possiamo definire il secondo trimestre come la fase di identificazione più autentica con quel costrutto che si sta formando e che darà vita alla genitorialità. Si insinua una maggiore consapevolezza emotiva, data anche da una tangibile presenza fetale che inizia a mostrarsi, a sentirsi. I movimenti fetali, infatti, sanciscono nella coppia un nuovo rispecchiamento emotivo destinato ad accrescere la sintonia, la condivisione e a far fondere quelle due menti della coppia in un’unica dimensione genitoriale. I movimenti fetali affascinano la donna e la coppia, è la cosa su cui più ci si orienta e segna il fondarsi di un rapporto che andrà via via sempre più modulandosi nella costruzione di un linguaggio articolato. È in questa fase, che il bambino immaginario e fantasticato in altre fasi della vita incontrerà nuove immagini che nascono dalle visualizzazioni attuali generate dalla gravidanza. Questo lavoro di rappresentazioni vecchie e nuove che si incontrano nella gestante e nel proprio partner forgerà un essere, un bambino reale, dotato di emozioni, desideri, e intenzioni. All’interno di questo quadro si sviluppa il boinding (legame) prenatale, cioè l’humus del legame con il proprio bambino. A facilitare questa processo di “individuazione” sarà il tatto, l’ascolto, la voce e tutti gli strumenti che la coppia genitoriale ha per agire il riconoscimento dell’altro come dotato di confini propri. In questa fase si fa ben chiara la trasformazione del pensiero da autocentrato a centrato sull’altro. Tutto inizia a essere pensato in funzione dell’alterità in arrivo. Un altro da me che è in me, portatore di senso e di sensi. Questo processo di trasformazioni interne e ricerche di significati personali consentirà l’innesco delle basi per una buona relazione di attaccamento nella fase perinatale.
Il culmine di questo processo di differenziazione si osserva per tutto l’ultimo trimestre di gravidanza. Il senso di funzionalità lascia completamente spazio al senso di realtà, la sensazione di fusionalità armoniosa si affievolisce, i contorni del bambino divengono più evidenti, diventa sempre più chiaro che egli è un individuo che presto avrà vita autonoma; la stessa pancia sembra “uscire” dal corpo della donna, non fare più parte di lei ma essere portata da lei.

CONTINUA


di Francesca Mandis
Psicologa e psicoterapeuta a indirizzo cognitivo costruttivista ed evolutivo e insegnante nella scuola dell’infanzia.

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