Lo stress in gravidanza: conseguenze e rimedi

La gravidanza rappresenta per la donna uno dei momenti più belli e allo stesso tempo, spesso per alcune, uno dei più angoscianti.

Il percorso, che si sviluppa in nove mesi di gestazione del feto, consente alla donna di sorgere come mamma. Questo processo si caratterizza come un “fare spazio”, inteso come stato mentale, per l’arrivo del bambino.

In questo periodo può essere fisiologico vivere momenti di tensione emotiva che la donna avverte a livello sia somatico che psichico, poiché tante possono essere le preoccupazioni in merito alla gravidanza o perché innumerevoli possono essere gli eventi che si succedono durante i nove mesi di gestazione e che riguardano le variegate aree della vita.
Quando questo accade, non riuscendo a inglobare le esperienze di vita in una dimensione armonica, subentrano degli stati di tensione e stress che, se cronicizzano, possono compromettere il decorso della gravidanza appesantendo mamma e bambino e lasciando tracce visibili a livello ormonale, metabolico e neuroendocrino nel periodo post natale.

La ricerca sullo stress prenatale ha focalizzato l’attenzione sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene delle madri e dei bambini, ritenendolo il meccanismo biologico principale che interviene negli effetti a lungo termine nello sviluppo infantile.

L’asse ipotalamo-ipofisi-surrene è un sistema complesso che, oltre a mantenere un ritmo circadiano, favorisce anche l’adattamento dei mammiferi ai cambiamenti dell’ambiente.
La reazione dell’organismo agli stressor è una risposta biologica fondamentale poiché altamente adattiva e legata alla sopravvivenza. Pertanto si parla di stress quando si sollecita un adattamento dell’organismo a seguito di un cambiamento dell’omeostasi interna prodotta da uno stressor. Sotto condizioni di stimolazione l’ipotalamo produce CRH (fattore di rilascio della corticotropina) il quale attiva a livello ipofisario l’ACTH (adrenocorticotropina) che, rilasciata nella circolazione sanguigna, stimola la produzione di cortisolo (glucorticoidi) nella corteccia del surrene.
Questo agisce perifericamente stimolando la glicolisi e la lipolisi, e mobilizzando tutte le riserve dell’organismo atte a mediare una reazione comportamentale. Inoltre noradrenalina e adrenalina sono coinvolte in un aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa e un aumento dello stato di vigilanza, favorendo in questo modo la risposta comportamentale di attacco/fuga.

Le ricerche hanno ampiamente documentato come situazioni di stress cronico durante la gravidanza, che si riflettono in alte concentrazioni di glucorticoidi, sono responsabili delle maggiori conseguenze negative sul feto.

Il cortisolo, infatti, è un ormone lipofilo che riesce ad attraversare la barriera placentare e ad alterare la maturazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene del feto, alterando in generale i meccanismi di neuro-modulazione che sottendono i processi di adattamento primario e favorendo una specifica disregolazione biocomportamentale.
Questi dati evidenziano come gli eventi di vita stressanti materni siano associati ad una precoce disregolazione fisiologica neonatale. Tale disregolazione potrebbe interferire con la successiva capacità dei bambini di rispondere allo stress (Jacob, Byrne, Keenan,2009).
Interessanti ricerche hanno dimostrato inoltre come lo sviluppo neurale fetale sia maggiormente condizionato dal momento dell’esposizione allo stress più che dal tipo specifico di evento stressante. Si parla di TIMING dello stress come elemento critico per il rischio di esiti negativi, dal momento che è in grado di influenzare sfavorevolmente i processi maturativi e le fasi dello sviluppo fetale (Mednick et al. 1998).



Altri studi hanno confermato che gli eventi stressanti hanno conseguenze più severe quando intervengono durante il periodo intermedio della gravidanza (Watson et al. 1999) e nella fase finale della gravidanza (Rakers et al 2017).

In ogni caso lo stress (tradotto in termini di: ansia, preoccupazione, tristezza, senso di smarrimento…) assume una connotazione soggettiva in ogni persona. Ogni evento viene percepito più o meno stressante in base al substrato emotivo e alle risorse cognitive e relazionali di cui gode la donna in questa fase delicata della sua vita. Possiamo disporre, in base all’entità dello stress, di una serie di strumenti atti ad alleviarlo e gestirlo.
In primis il supporto sociale e familiare risulta essere fondamentale. La presenza di un partner accogliente, presente, che ascolta funge da elaboratore di vissuti che in un secondo momento possono essere restituiti alla propria compagna con un significato più adattivo e funzionale.
Il contesto familiare e sociale risulta in grado di agire come corazza/barriera che favorisce l’adattamento di fronte a eventi sfavorevoli.
Auspicabile, inoltre, che i corsi pre parto siano muniti di un professionista psicologo che possa raccogliere le forme eterogenee di stress e possa fungere da rilevatore di stati emotivi più gravi che richiedono un intervento psicoterapeutico.
Mi riferisco a quei casi in cui eventi quali lutti, perdita del lavoro, separazioni coniugali, violenza si rivelano stressor per eccellenza e a seguito dei quali la cronicizzazione dello stato emotivo può generare a livello fetale le compromissioni già citate prima.

Diversi sono i casi in cui la donna è attraversata da preoccupazioni sporadiche che riguardano la salute del proprio bambino o il suo ruolo di mamma.

In questi casi pur essendo utile un supporto psicologico non si rivela così impattante il livello di stress.
In questa fase della vita della donna a mio avviso, mai come in altre, risulta importante far spazio dentro di sé e ascoltarsi.
Pertanto ritengo importante coltivare il momento presente.
Per far questo ci viene in aiuto la Mindfulness che sembra avere effetti importanti in termini di riduzione dello stress percepito e riduzione delle preoccupazioni in merito alla gravidanza.
La Mindfulness può essere definita come il portare attenzione intenzionalmente al momento presente, in modo non giudicante; si tratta di una pratica meditativa che pone l’individuo nella posizione di osservare il presente, l’unico momento che abbiamo, astenendosi da ogni giudizio ed esercitando la nostra consapevolezza rispetto al funzionamento della nostra mente (Kabat-Zinn,1994).
Fare pratica quotidianamente, anche per un breve intervallo di tempo, apporta degli effetti benefici sullo stress prenatale materno (Guardino Et al., 2014).
Anche l’attività fisica in generale contribuisce ad alleggerire lo stress per gli effetti legati all’emissione di endorfine durante l’attività.
Ritengo inoltre importante focalizzare l’attenzione sulle prime fasi di vita post natale.
Una mamma che ha attraversato una gravidanza difficile, che ha vissuto eventi che hanno determinato una condizione di ansia cronica, ha bisogno di essere aiutata con il suo bambino affinché si instauri sin dalle prime ore dopo il parto un buon attaccamento (Bowlby 1951), una buona capacità di sintonizzarsi sui bisogni del piccolo, e una buona contingenza della risposta materna.

Questi rappresentano solo alcuni dei precursori per l’inizio di un buon legame che potrebbe compensare carenze subite durante la vita intrauterina.
Una ricerca ha dimostrato infatti come l’effetto sui bambini dello stress materno prenatale può essere moderato da forme positive di accudimento e da un legame sicuro (Bergman 2008).
Risulta importante in gravidanza aumentare la consapevolezza della donna circa i propri vissuti in modo che possa riuscire a darsi aiuto. Necessario fornire alla stessa, sin dalle fasi più precoci, una rete di sostegno che possa stabilizzare il suo livello di stress affinché venga preservata la bellezza della gravidanza che ogni donna ha diritto di vivere in piena armonia.


di Francesca Mandis
Psicologa e psicoterapeuta a indirizzo cognitivo costruttivista ed evolutivo e insegnante nella scuola dell’infanzia.

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