Il senso dell’istinto

Non spetta alle facoltà della ragione decidere come si deve trattare un bambino.
J. Liedloff

Nel mio precedente articolo ci siamo lasciati con l’invito di fermarci e guardare cosa sia davvero essenziale per il benessere di ogni mamma e del suo bambino.
Eppure lo sappiamo, non è facile guardare. Lo diceva già Saint-Exupéry, l’essenziale è invisibile agli occhi, forse, allora, potremmo usare altri sensi.

Tante volte si legge che l’istinto materno è qualcosa di inesistente, irreale, una favola che ci raccontano per giustificare il livello qualitativo imposto dalla società alle madri che non si sentono mai sufficientemente buone. Si legge che è normale, durante la gravidanza, faticare a dedicare il pensiero alla vita dentro di sé, così invisibile e lontana dai nostri ritmi, e che è ancora più normale non voler vedere il proprio piccolo immediatamente dopo il parto, non realizzare che quello lì è proprio il nostro bimbo, non sentirsi mamma, non riuscire ad avviare bene l’allattamento, soffrire un po’ di depressione. Non è normale, ma è il modo in cui oggi viviamo la nascita. È il modo in cui, per tante sovrastrutture e per infinite minuscole intromissioni, l’istinto viene reso invisibile, ricoperto, nascosto, ricacciato in fondo al corpo, silenziato.

Potremmo provare a togliere, sin dalla gravidanza, la necessità di basarci sulla vista per sapere com’è fatto e come sta il nostro bimbo.

Proviamo a pensare che l’ecografia sia semplicemente un esame, un momento, un appuntamento, in mezzo alle infinite possibilità di incontro che si possono costruire insieme nei nove mesi. Mentre la donna è in attesa, il feto si annida e cresce nel suo corpo, nutrendosi attraverso la placenta delle energie inviate dalla propria madre e mutandone in parte persino il DNA. Questa stretta simbiosi crea un contatto unico, carnale, già da prima che il bimbo inizi a farsi sentire con calci e giravolte. Spegnere tutto, respirare profondamente e portare attenzione dentro di sé sono i primi passi attraverso cui la mamma inizia a dedicare del tempo al bambino, ascoltandolo, chiedendogli come sta, dandogli forma con il pensiero oltre che con il corpo.
Il tempo del feto e poi del neonato sono assolutamente indifferenti alla frenesia della modernità: iniziare a rallentare e a dedicare del tempo a quello che di magico sta accadendo potrebbe essere l’unico modo per abituarsi progressivamente al cambiamento. E poi, diciamolo, scendere nelle profondità di sé non è mai così dolce come quando si sa che, proprio sotto il nostro cuore, c’è qualcuno che attende tutto il nostro amore.

Potremmo provare a percepire il parto come un evento, come un rito di passaggio.

La mamma, grazie al parto, si riconnette con tutta la propria esistenza e persino con i suoi avi, con le tante donne che prima di lei hanno partorito; un viaggio attraverso l’ignoto per andare incontro al proprio bimbo, che già sta facendo il suo cammino per la vita e per arrivare tra le nostre braccia. Il parto è un saper fare, un agire del corpo attraverso la conoscenza millenaria dei mammiferi, di cui anche noi siamo depositarie. Meno le persone intorno alla donna interverranno, più questo sapere potrà emergere. Badate bene, ciò non significa privare la partoriente dell’assistenza: durante il parto la donna deve essere sempre accompagnata, supportata, massaggiata, incoraggiata, ma anche protetta e accolta, affinché possa proteggere e accogliere il suo cucciolo.

Non dovrebbe più esistere un parto in cui la donna delega la nascita del proprio figlio a qualcun altro (l’ostetrica, il medico, l’anestesista…); il rischio in questo caso è quello di privarsi di un percorso che permetta di rielaborare il proprio vissuto rinascendo da figlia a madre, dalla fatica e dal dolore fisico ed emotivo della separazione (meccanismi fisiologici fondamentali per segnare in consapevolezza il passaggio del bimbo da dentro a fuori) e della sensazione di avercela fatta, con le proprie forze, sentendosi immensamente potenti, capaci, competenti e quindi caricate di tante energie necessarie a prendersi cura del proprio cucciolo.
Non dovrebbe più esistere una nascita in cui mamma e bimbo sono separati nella prima ora dal parto: quel periodo magico, denso di emozioni, carico di fatica e di entusiasmo, il momento unico dell’incontro. La prima impressione che si stamperà per sempre nel profondo del bambino: quella di potersi sentire accolto da braccia amorevoli, da una voce carezzevole, dal calore umano, dal suono rilassante del cuore. Questa è fondamentale per la pace del suo essere. È l’occasione di consolidare il legame con la mamma attraverso un favoloso meccanismo biochimico in cui odori e sapori la fanno da padrone, è la possibilità per la donna di distinguere che quello è proprio il suo cucciolo, nato da lei, ritrovato alla luce del mondo, riconosciuto al primo sguardo, unico.

Potremmo infine provare a eliminare i consigli, i cellulari, internet e tantissimi oggetti di cui disponiamo, se vogliamo ascoltare davvero il neonato.

Di cosa ha bisogno questo cucciolo tremante e urlante, che forse ha già mangiato, dormito e fatto la cacca? Ha bisogno della sua terra, del suo sostegno, di tutto ciò che ha conosciuto nei primi nove mesi e attraverso cui si è potuto formare. Ha bisogno di quell’abbraccio che dà confini, di quel dolce tepore della pelle che riempie il cuore e la pancia, della rassicurazione continua che il mondo sia benevolo, accogliente, un posto dove ci si senta amati e voluti, rassicurati nelle paure e sostenuti nelle difficoltà. Non c’è alcun oggetto di cui il neonato abbia bisogno, nessuna teoria. Solo di qualcuno che si metta al suo livello comunicativo, perlopiù tattile, istintuale, quello in cui la mamma discende, spontaneamente, con la lentezza e l’intimità del postparto.

Abbiamo avuto un istinto così raffinato, così abile nel gestire ogni aspetto della cura dei bambini, molto tempo prima di diventare qualcosa di simile all’homo sapiens.
J. Liedloff

Per ascoltare, bisogna prima fare silenzio; per toccarsi, bisogna prima spogliarsi di tutti i nostri abiti e solo facendo spazio, potremo contenere colui che è venuto con l’unica aspettativa di essere accolto.


di Nicoletta Bressan

Educatrice perinatale e insegnante di massaggio infantile AIMI.


Le citazioni sono tratte da: 
J. Liedloff, Il concetto del continuum. Ritrovare il ben-essere perduto, Edizioni La Meridiana, Bari,1994, p.23.

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