Gino Soldera racconta “Educare ad essere”

Educare ad Essere è un progetto mirato ad aiutare i genitori a diventare consapevoli del loro ruolo educativo, ma è anche rivolto alla società perché vada oltre l’inverno demografico e apra il suo cuore alla vita per accogliere con gioia i bambini, «questi esseri ancora sconosciuti e avvolti nel mistero», dotati di infinite e straordinarie potenzialità.

Il professor Gino Soldera è uno psicologo di frontiera, docente di psicologia e di educazione prenatale all’Università IUSVE di Mestre (Ve), che insieme ai colleghi Luca Verticilo e Donata Da Mar ha recentemente pubblicato il libro Educare ad essere: per diventare ciò che siamo.


Professore, qual è lo scopo del metodo educativo denominato Educare ad essere?

Lo scopo è quello di aiutare i genitori ad avvicinarsi maggiormente ai figli per conoscerli, per comprenderli realmente, per permettere loro di crescere mantenendo viva la loro identità personale, la loro voglia di vivere e per consentire di riversare in famiglia e nella società la loro ricchezza fatta di dinamismo, gioia, fiducia e speranza.
Infatti i bambini «hanno tutto da insegnare, non hanno denaro, prestigio o potere, hanno solo amore per chi ne sa godere». Questo anche nelle situazioni più disparate e difficili perché i figli sono un dono del Cielo e hanno sempre molte cose da insegnare ai loro genitori.

Che cosa significa esattamente Educare ad Essere per diventare ciò che siamo?

Fino a poco fa la scienza scambiava il cervello e la mente con la psiche, mentre ora sta riscoprendo che la psiche precede ed è antecedente alla formazione del cervello e della mente, che si sviluppano con la formazione dell’individuo. L’essere umano è dotato fin dal concepimento della psiche, chiamata tradizionalmente anima, che dà vita alla sua esistenza e senza la quale non potrebbe vivere.
La psiche rende il bambino presente e consapevole di se stesso e del suo ambiente senza esserne cosciente: la coscienza è uno stato che svilupperà solo più tardi. Perché, come afferma lo psicoanalista Mark Solms, nei bambini sono operativi soprattutto i processi primari inconsci del sentire interiore e non tanto i processi secondari della percezione sensoriale cosciente. Una realtà questa, di cui i genitori raramente si rendono conto in quanto, il bambino ha fin dal concepimento una sua identità psicogenetica, una propria struttura e un programma genetico accanto alla sua struttura psichica densa di risorse e potenzialità che lo rende protagonista del suo destino e del suo progetto di vita.

Cosa intende per progetto di vita?

Il proprio progetto di vita è un aspetto ancora sconosciuto sia dalla pedagogia che dalla psicologia, è un tesoro che ognuno di noi custodisce a partire dal concepimento. Esso rappresenta il motivo per il quale esistiamo in questo mondo e ci aiuta, una volta conosciuto, a dare un senso alla nostra esistenza. Sul piano educativo i genitori sono chiamati ad accettare da subito il figlio per quello che è e non per quello che essi vorrebbero. Sono chiamati ad affinare la loro sensibilità e a entrare in relazione con lui per conoscere il suo progetto e per favorirne la realizzazione. Potremmo dire che questo è il compito principale di ogni vera forma di educazione, ma anche il più bello e interessante. Se questo avvenisse si eviterebbero molti malintesi e inutili sofferenze, date dalle aspettative inadeguate dei genitori verso i figli, che alimentano la sfiducia in loro stessi, la disistima personale e impediscono una sana maturazione interiore.

Che cosa significa questo metodo sul piano pratico?

Intercettare le profonde esigenze educative e formative del bambino. Solo recentemente si è recuperata la dimensione educativa della famiglia e si è compresa la straordinaria importanza del ruolo dei genitori nella vita dell’uomo, anche in ambiti fino a ieri sconosciuti, tanto che l’epigenetica, una scienza che studia l’influenza dell’ambiente nei geni, li considera “i veri ingegneri genetici” nella formazione del figlio.
Si è cominciato a comprendere il significato autentico del termine educazione, che deriva dal latino educere, che riguarda l’azione del “tirar fuori”, ovviamente ciò che c’è dentro, nel nostro caso, far emergere dal mondo interiore del bambino la sua ricchezza e le sue potenzialità. Considerata in questi termini l’educazione acquista una tonalità profondamente diversa dall’istruzione, che deriva da erudio, il cui compito è quello di informare e rendere colto qualcuno. Per cui è necessario porre alla base della formazione dell’essere umano non gli insegnanti, ma i genitori, offrendo loro tutto ciò di cui necessitano per realizzare questo importante compito. Tutto questo ancora non avviene, anzi, i genitori sono spesso lasciati in balìa di loro stessi, specialmente nelle difficoltà. Le istituzioni preposte non possono continuare a eludere questo drammatico problema. A questo proposito c’è un proverbio africano molto saggio che afferma che «per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio».
I genitori per prevenire e promuovere la salute dell’infanzia dovrebbero essere adeguatamente preparati ad affrontare questo delicato compito, come avviene, ad esempio, nei corsi per l’adozione, e poi essere accompagnati nel corso della crescita del figlio, come si sta facendo a livello pediatrico, introducendo, i bilanci di salute psico-educativa nelle diverse fasce d’età. Solo a quel punto i genitori avrebbero a disposizione quelle competenze che permetterebbero loro di collaborare, attivamente nell’interesse dei figli con le più importanti agenzie educative presenti nel territorio, come la scuola.
Questo tipo di accompagnamento è ciò che abbiamo cercato di realizzare come A.N.P.E.P. (Associazione Nazionale di Psicologia ed Educazione Prenatale), con il progetto Educare alla relazione per Educare ad essere nei comuni della Vallata, di Tarzo, Cison, Follina e Revine Lago.

Di cosa ritiene abbiano bisogno le giovani generazioni?

Se osserviamo bene notiamo che i bambini e i giovani hanno bisogno di educatori che rivelino loro cos’è la vita e come viverla, affinché le forze, le qualità e i doni che sono deposti dentro di loro, possano davvero manifestarsi in pienezza. Non a caso si parla di emergenza educativa, senza essere in grado di arginarla, anzi, siamo al dramma dell’emergenza educativa e le toppe applicate qua e là non sono sufficienti, anche perché la situazione è molto più grave di come appare. Da una ricerca condotta dalla Società Italiana di Pediatria (SIP, 2017) su un campione di 10.000 giovani, dai 14 ai 18 anni, si è rilevato che oltre il 50% dei ragazzi vive un disagio emotivo medio, tanto da aver sentito il bisogno di un sostegno psicologico; il 15% si è inflitto delle lesioni intenzionalmente, spesso per trovare un sollievo o per puro piacere; al 33% dei ragazzi è capitato di subire atti di bullismo e il 68% delle vittime non ne ha parlato con nessuno.

Infatti a scuola gli insegnanti si lamentano proprio della carenza educativa nelle giovani generazioni…

E hanno ragione. In quanto l’educazione ha come principale riferimento la famiglia e i genitori, e solo secondariamente la scuola e gli insegnanti. L’Art. 30 della Costituzione assegna ai genitori il compito dell’educazione dei figli. Dal dopoguerra in poi si è fatto poco o niente perché ciò potesse essere messo in atto con coscienza e competenza in modo serio ed efficace: se non riconoscere sul piano giuridico gli alimenti e la tutela del figlio in caso di separazione. La questione educativa non è stata ancora inserita nell’agenda politica, quando sappiamo che sono proprio i genitori i principali attori, che con la loro opera curativa ed educativa concorrono alla formazione della personalità dei figli a partire dalla gestazione. Per questo non dovremmo mai dimenticare l’importanza del primo periodo, quello prenatale, poiché da questo dipendono tutti gli altri.

Dove pensa siano da ricercare le cause di questo disagio?

Nella sempre più complessa e caotica vita della società occidentale dove i ritmi si fanno sempre più veloci. Dove i valori di riferimento tradizionali sono venuti meno e sostituiti da altri piuttosto deboli e poco significativi, al bene comune si è sostituito il bene individuale, all’essere, l’avere e all’amore il potere, usato ovviamente in modo improprio. Ciò non riguarda solo la società, nella quale la forbice della differenza sociale tra famiglie ricche e povere si sta allargando sempre di più, ma il modo in cui si sono sviluppati i rapporti all’interno della coppia e della famiglia, sempre più in crisi. Il professor Pietropolli Charmet afferma che la famiglia sta diventando sempre più un luogo orientato alla soddisfazione dei bisogni personali e degli affetti superficiali, carente di legami intimi profondi e poco propensa alla trasmissione di valori. Infatti assistiamo ogni giorno sempre di più all’indebolimento della figura del padre e della madre a danno del loro ruolo guida e di accompagnamento e i figli si trovano ad essere sempre più isolati, soli con se stessi, con i loro smartphone e computer.

Come ritiene vadano aiutati i genitori per fare bene il loro mestiere?

I genitori in primis vanno aiutati a prendere in mano la propria vita e a imparare a coltivare nella coppia delle relazioni sane e autentiche, per essere dei validi modelli di riferimento per i loro figli. In secondo luogo bisogna dire che non è possibile educare senza autoeducarsi, per cui è necessario che i genitori vengano adeguatamente formati e resi consapevoli delle potenzialità e responsabilità proprie del loro compito educativo, così come del loro ruolo all’interno della famiglia: padre e madre svolgono funzioni distinte e complementari. È bene inoltre che essi imparino a conoscere e a rispettare il loro figlio, ad esempio, chiedendo loro “per favore”, “scusa”, dicendo loro “grazie”, quando fanno qualcosa di buono. Non va dimenticato che il bambino ha una sua dignità essendo a tutti gli effetti una persona, tanto quanto un adulto, essendo un soggetto e non un oggetto di esperienza. Questo permette ai genitori di sviluppare con i figli non solo delle relazioni asimmetriche, dovute alla loro posizione, ma anche delle relazioni simmetriche basate sul reciproco riconoscimento e disponibilità. I capricci, quando si manifestano frequentemente, sono chiari segnali che qualcosa non va nella relazione. Per questo è importante avvicinarsi maggiormente al figlio, anche perché l’educazione più che una scienza è un’arte, per com-prenderlo, ad esempio con il cuore, attraverso l’empatia, ma anche attraverso le mente, con l’osservazione, tenendo ad esempio un diario, per cogliere e comprendere le sue caratteristiche personali, i suoi bisogni e per rispondere correttamente alle sue necessità. Questo, anche se appare banale, consente di dare le giuste risposte che necessitano in quel momento: sappiamo infatti che un bambino non compreso dai genitori tende a chiudersi e a isolarsi da loro nell’indifferenza e a perdere il gusto e l’interesse verso la vita. In Educare ad essere lo sforzo è stato proprio quello di definire e fornire spunti e strumenti al genitore e educatore affinché sia messo nelle condizioni di accogliere, comprendere e valorizzare il proprio figlio.

Per concludere: ha qualche suggerimento da dare ai genitori?

Consiglio ai genitori di cogliere fino in fondo l’opportunità offerta dai propri figli di imparare a rispecchiarsi in loro, perché questo li aiuta maggiormente a comprendere il loro passato, la loro storia e a sciogliere i nodi ancora irrisolti. Inoltre li aiuta a crescere insieme a loro in pazienza, disponibilità e fiducia. Maria Montessori, la grande educatrice alla quale anche noi ci siamo ispirati, considerava i bambini i maestri degli adulti, tanto da affermare che «il bambino è il padre dell’uomo». Non va mai dimenticato che l’obiettivo dei figli è quello di aiutare i genitori a crescere e a realizzarsi come persone oltre che essere felici, naturalmente questo diventa possibile solo se noi lo permettiamo. Impariamo a scoprire la luce che brilla come un diamante in fondo ai loro occhi, a sentire il tenero calore che pulsa dolcemente dai loro cuori e a cogliere i preziosi messaggi che il Cielo ci invia continuamente attraverso di loro nella nostra vita, perché essa non smarrisca mai il sapore autentico dell’esistenza.

«Ogni mattina il mondo è un foglio di carta bianco e attende che i bambini attratti dalla sua luminosità, vengano a impregnarlo con i colori»
Fabrizio Caramagna


Intervista di Nicola Cervo per la rivista Qual Buon Vento.

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