La fame emotiva: quando il cibo consola (I parte)

«La generazione degli spiluccatori – i nibblers – è un prodotto epocale, il frutto di una crisi di valori familiari e alimentari che vede rarefarsi il tradizionale pasto conviviale domestico nello stesso tempo in cui viene quasi meno la cucina della mamma»¹.

Tra cibo e comportamento, tra squilibri dietetici e patologie psichiche, esistono stretti legami, «non ci sono [infatti] bambini che hanno problemi con il cibo, ma ci sono bambini che esprimono i loro problemi attraverso il cibo»². Prima di andare in allarme e sentirci sconfitti quando nostro figlio non mangia o mangia troppo, dovremmo interrogarci su quali possano essere le cause scatenanti di questi comportamenti per accorgerci che, il più delle volte, non hanno a che fare con la sfera alimentare, bensì con quella degli affetti.

I rifiuti e i comportamenti selettivi, o al contrario sfrenati, di alcuni bambini cresciuti tra cibi senza e biologici, incoraggiati quindi ad avvicinarsi a un più attento e ragionato stile alimentare, comunicano che qualcosa non va.

Nonostante gli sforzi per combattere un modello culturale omologato ai valori vincenti della semplificazione, della automazione, della falsa diversificazione, che invitava fino a poco tempo fa alla pigrizia e all’iperconsumo, alcuni bambini dimostrano ancora scarsa curiosità verso il cibo. Sono bambini spesso insofferenti alla ritualità dei pasti strutturati, che mostrano presto eccessive predilezioni e forti antipatie verso alcuni alimenti, fortemente conservatori nei confronti di esperienze alimentari nuove a meno che non siano suggerite da qualche messaggio subliminale³. E, non a caso, i disturbi legati all’alimentazione non sono più patologie legate alla pubertà, ma hanno un esordio precoce, anticipato alla prima infanzia.

La fame emotiva, per esempio, che ha origine sin dai primi mesi e anni di vita e si evolve ulteriormente nella fase adolescenziale, non è legata alla necessità di nutrirsi, ma alla ricerca di conforto, al bisogno di allontanare la noia, o, ancora, sorge in risposta a un’emozione. Diversamente da quella fisiologica, che può essere soddisfatta da numerosi alimenti, questo comportamento irrompe velocemente ed è percepito come urgente; dipendendo dalle “fabbriche dell’appetito” industriali, insuperabili nel soddisfare l’incontinente golosità infantile che preferisce la leccornia subito se diseducata, si placa quindi solitamente con l’assunzione di dolci, di cioccolato e di carboidrati in generale.

Quando la madre nutrice emotiva utilizza il cibo come calmante, come consolatore, preferendo alimenti dolci (latte e biscotti, per poi passare a succhi, caramelle, merendine…), allora lo stesso comportamento genitoriale di sovralimentare il bambino ha radici emotive: per esempio nella necessità di interrompere in qualsiasi modo il nervosismo o le richieste del piccolo che inducono anche nell’adulto uno stato di ansia o di disagio. La rabbia o la tristezza sono invece emozioni naturali a cui sarebbe giusto concedere spazio senza sedarle, in modo che il bambino possa imparare a gestirle autonomamente.

All’inizio il piccolo avverte i suoi bisogni in maniera piuttosto confusa e indifferenziata: se le risposte del genitore sono incongrue genereranno confusione e il bambino non imparerà a distinguere da uno stato di tensione a un altro e quindi a esprimerlo in maniera differenziata, non riuscirà perciò a valutare con esattezza, per esempio, quanto cibo abbia nello stomaco.

Per analizzare i disturbi alimentari bisogna considerare diversi fattori interagenti tra loro. Da un lato il condizionamento sociale che a ogni momento tenta con una marea di dolciumi, bevande, glucidi di ogni sorta, un Paese di Cuccagna a portata di mano, per soddisfare una fame insaziabile senza limitazioni, ma contemporaneamente impone un modello alimentare ed estetico legato a una magrezza a volte assoluta, arricchito di implicazioni salutistiche; dall’altro il condizionamento individuale secondo cui il bambino buono è quello che non dà dispiaceri e mangia tutto, abituato fin da piccolo a rispondere, realizzandoli, ai desideri della società che lo vuole obbediente e disponibile⁸.

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di Francesca Ros
Redattrice perfezionatasi in Letteratura per l’infanzia.


¹ G. Triani, Hamburger & chips. La pedagogia del fast food, in V. Ongini (a cura di), Una fame da leggere. Il cibo nella letteratura per l’infanzia, Firenze, Unicoop, 1994, p. 90.
² F. Buglioni, Belli e composti: i bambini a tavola nella letteratura per l’infanzia.
³ M. Riva, Confrontare, imparare, sperimentare, in M. Baruzzi, M. Montanari., G. Rossi (a cura di), I libri del pentolino magico. Cibi, alimentazione, ricette e storie nei libri per ragazzi, Imola, Grafiche Galeati, 1996, p. 25.
M. Recalcati, Attraverso lo specchio. Disturbi del comportamento alimentare nell’età adolescenziale.
G. Triani, Hamburger & chips, op. cit., p. 87 e 92.
F. Mordenti, Il cibo come calmante, in «Fiorfiore in cucina», n. 77, a. VII, aprile 2019, p. 91.
G. Celano, I simboli della restrizione e dell’abbondanza nell’alimentazione, in AA.VV., Il cibo raccontato, Nel mondo dell’alimentazione tra fantasia e realtà, s.l., Coop Liguria, 1993, p. 91.
Ivi, p. 92.

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