Il dolore del parto (I parte)

Il dolore è… nel parto ricordava il titolo di un libro che lessi una decina di anni fa.
È proprio così, è insito nel parto, è connaturato all’evento nascita.
Lo so, starete già pensando alla solita storia della punizione biblica e alla cacciata dal Paradiso.
Ma oggi vi racconterò come questo tipo di dolore possa essere addirittura una benedizione.

Prima di tutto dobbiamo iniziare a pensare che il dolore del parto ha un ruolo.

Immaginate se, a un certo punto, alla fine della gravidanza, mentre camminiamo beatamente o mentre facciamo la pipì, il nostro bambino scivolasse fra le gambe e nascesse. Chissà quanti bambini sarebbero danneggiati dalla caduta: dopo nove mesi di paziente attesa, questa nascita inaspettata non sarebbe un metodo molto congeniale per la continuazione della specie.
E poi, pensateci: se dopo nove mesi di simbiosi, a un tratto, la vostra bambina scivolasse fuori, non vi lascerebbe di stucco? Un po’ sole, depistate, tristi, arrabbiate?

Allora possiamo sicuramente dire che il ruolo del dolore è, primariamente, quello di operare per la conservazione della specie, di far sì che chi arriva a questo mondo trovi uno spazio d’accoglienza, un po’ come quando prepariamo tutta la casa per l’arrivo dell’ospite più importante. Invita quindi a trovare un ambiente adeguato, intimo, protetto, che possa contornare e agevolare il processo del parto, oltre al sostegno di chi può aiutarci e supportarci in questo intenso viaggio.

Il dolore inoltre segnala le fasi e l’andamento del travaglio ed è una guida per poterlo gestire al meglio: invita la donna a camminare, a spostarsi, a far basculare il bacino, a muoversi liberamente, a trovare posizioni più comode che allevino il dolore stesso e quindi che favoriscano la discesa del bambino e la sua rotazione all’interno del canale del parto.

Non solo: questo specifico dolore prepara anche alla conclusione della simbiosi passiva, di una lunga convivenza con un ospite amato, desiderato, conosciuto, ogni tanto un po’ invadente; ci predispone per la separazione fisica (che porterà a una simbiosi attiva, con un bimbo presente e interagente davanti a sé). Il dolore fisico si fonde quindi con quello affettivo, psicologico: ci parla in qualche modo della capacità di ognuna di noi di lasciare andare (lasciar essere), ma anche di accogliere (lasciar venire) e delle nostre esperienze passate di separazione.

Questo dolore ha un po’ il sapore di un rito di passaggio, un rituale del fuoco che ci segna a vita, perché da questo momento non si torna più indietro, è ufficiale: si diventa mamma, donna, adulta, responsabile di qualcun altro.
Il marchio può essere bellissimo: se siamo capaci di affrontare l’esperienza, di attraversarla, di viverla in tutta la sua fatica, sarà il nostro Everest; sapete che meraviglia, che forza, arrivare alla fine e poter dire: Ce l’ho fatta! L’ho fatto proprio io!



Anche se ci saranno momenti in cui si perderà il controllo, ci sembrerà di non farcela, il dolore parrà insopportabile… la conquista finale, il picco di adrenalina, il bagno ormonale benefico in cui saremo immersi, la sensazione di poter fare tutto, saranno un’esperienza che segnerà la nostra vita e ci darà un surplus di energie per affrontare l’impegno dell’accudimento nell’immediato post-parto.

Ma quali sono le cause del dolore e quali le sue dimensioni?
Lo vedremo insieme nel prossimo articolo, per cercare di capire come poter, di conseguenza, diminuire la percezione e l’intensità dello stesso.

CONTINUA


di Nicoletta Bressan
Educatrice perinatale e insegnante di massaggio infantile AIMI.


G. Bestetti, A. Regalia, Il dolore è… nel parto, Sesto San Giovanni, Mimesis, 2007.
P. Maghella, Organizzare e condurre un corso di preparazione al parto. Manuale pratico per operatori, Milano, RedEdizioni, 2005.

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