I tempi (lenti) della genitorialità

Avete notato che diventare genitori sembra far accelerare irrimediabilmente la nostra vita e modificare la nostra percezione del tempo? Nasce in noi la necessità di adattarci ai ritmi (o meglio ai non-ritmi ) di un neonato, quindi di conseguenza a rallentare. Quest’ambivalenza certo non ci facilita il compito; essa richiede infatti una flessibilità e delle capacità di adattamento fuori dal comune. Ma è anche una perfetta occasione per cercare di lasciarsi andare, attitudine che scopriamo essere assolutamente indispensabile quando diventiamo genitori, e che ci sarà molto utile in molte situazioni.

Nella società del tutto e subito, in cui non bisogna avere tempi morti, adottare una filosofia di vita slow sembra davvero una sfida. E senza dubbio lo è. Le motivazioni che portano a questa scelta sono molte, nel nostro caso, in particolare, è la genitorialità.

Ma di cosa parliamo quando usiamo l’espressione vita slow?
È l’idea di tendere a un rilassamento generale dei nostri ritmi di vita, ignorando le pressioni sociali e (re)imparando ad apprezzare le cose semplici. Questa transizione culturale verso un allentamento dei vincoli coinvolge molti ambiti, dall’alimentazione al turismo, passando per gli spostamenti, l’economia, la comunicazione, l’educazione, il consumo… In poche parole, tutte le sfere della nostra vita!

Storicamente, si attribuisce la nascita del movimento Slow a Carlo Petrini, un sociologo e critico gastronomico che, nel 1986, protestò contro l’apertura di un McDonald’s in piazza si Spagna, una delle principali piazze turistiche di Roma.
Da quel momento si è diffusa molta letteratura su questo argomento, tra cui i libri di Carl Honoré. L’autore e giornalista canadese raccontò di come avesse realizzato l’assurdità delle nostre vite troppo piene e troppo stimolate quando stava per comprare un libro per bambini “da leggere in un minuto”. A lui viene attribuita la paternità del concetto di genitorialità slow, o “lentezza in famiglia”.

Quest’approccio consiste, per i genitori, nell’organizzare e pianificare di meno per lasciare ai bambini la possibilità di esplorare il mondo secondo la propria curiosità e i propri ritmi; l’idea di base è anche che questa filosofia di vita permetta a genitori e figli di passare più tempo insieme.


Vai ai libri sulla genitorialità


Dalla genitorialità slow alla vita slow

Ma come si può diventare genitori slow, se riusciamo a malapena a superare i numerosi imperativi di una vita familiare molto piena?
Si può iniziare con l’ascolto, esattamente come si ascoltano i bisogni del proprio bambino quando si sceglie un maternage ad alto contatto.

Diventare genitori è un evento così significativo che si accompagna necessariamente a un certo numero di cambiamenti, messe in discussione e problemi di adattamento. Proprio per questo la genitorialità è un perfetto trampolino per la vita slow, anche se la contraddizione tra il tempo che si ferma e quello che accelera complica molto la faccenda.

«Ricordo la sensazione che ho provato fin dai primi giorni dopo la nascita di mio figlio. Oltre alla forte consapevolezza della responsabilità che ormai avevo, ho sofferto in modo particolare l’accelerazione dei tempi: era come se fossi entrata in un ingranaggio impossibile da fermare. I minuti, le ore, poi i giorni passavano e mi facevano girare la testa, perché avevo l’impressione che scorressero indipendentemente dal mio controllo. In realtà, l’avevo sempre avuta; ma prima di diventare mamma avevo la sensazione di poter decidere di rallentare o accelerare, a seconda dei periodi, i miei desideri e i miei bisogni. Dopo, non avevo più alcun controllo su questo aspetto. Era destabilizzante. E poi, d’altro canto, la mia vita era piena di momenti in cui il tempo sembrava come sospeso, rallentato, ma in maniera del tutto casuale e soprattutto al di là della mia volontà. Penso soprattutto alle lunghe ore passate ad allattare il mio piccolo, che mi hanno finalmente insegnato ad apprezzare il “non fare niente”! Ma, comunque, mi è servito del tempo».

Non vi sembra che questa mamma, Sonia, esprima perfettamente una sensazione che tutti i genitori, prima o poi, provano? Gestire queste percezioni nuove, accettare di aver perso i nostri punti di riferimento di una volta, reinventare la nostra vita quotidiana: tutto ciò richiede tempo!

Ma non importa: prendetela come un’occasione per imparare a rallentare, apprezzare il momento presente, vivere intensamente ogni istante, senza preoccuparci troppo di dover fare il bucato, cucinare manicaretti, o mettere in ordine i documenti. Perché, in qualsiasi momento, il nostro bambino può avere un bisogno intenso di contatto, di abbracci e di essere allattato. Offriamogli tutto questo senza sentirci in colpa perché il nostro lavoro si accumula o perché la lista dei nostri impegni è sempre più lunga; cerchiamo invece di sentirci felici di poter godere di questo momento a tu per tu con il nostro bambino, riempiamoci di tutto l’affetto possibile, approfittiamone per rilassarci, riposarci e – perché no – dormire un po’. Godiamoci questi piccoli momenti di calma e felicità. Possiamo fare la lavatrice più tardi, fare un semplice piatto di pasta invece del manicaretto e archiviare i documenti quando arriverà nostro marito per prendersi cura del piccolo.

Prendersi il tempo per osservarli

Prenderci il tempo per essere i genitori che vogliamo significa concedere del tempo a noi stessi: del tempo per ascoltare le nostre sensazioni, per pensare a ciò che vorremmo (e a ciò che non vorremmo), per informarci, ma anche per osservare i nostri figli. In effetti, solo un’osservazione attenta, senza aspettative né giudizi, ci permetterà di soddisfare i loro bisogni nel miglior modo possibile e, di conseguenza, di dar loro l’opportunità di essere se stessi e di procedere nella crescita secondo i propri ritmi.

Quindi, prenderci il tempo di osservare i nostri bambini ci svela una miriade di dettagli e di informazioni su di loro, ad esempio ciò che piace o non piace loro. Questo si può notare ancora di più quando ci sono dei fratelli, perché si vede chiaramente la personalità diversa di ognuno: se uno adorava le costruzioni, non è detto che suo fratello, alla stessa età, ne sarà entusiasta allo stesso modo. Questa consapevolezza ci permette di proporre ai nostri figli delle attività che rispondono a delle richieste, a un interesse preciso, invece di dar loro dei giochi semplicemente perché questi sono consigliati per la loro fascia d’età. Certo, ci vuole del tempo, prima per osservare nostro figlio, poi per trovare un’attività che incontri il suo bisogno e i suoi interessi. Ma quant’è soddisfacente vedere vostro figlio completamente soddisfatto per il gioco che ha scelto! E quant’è bello poterlo accompagnare nelle sue scoperte!

Prendersi il tempo per ascoltarsi

Noi siamo il primo esempio per nostro figlio, allora dobbiamo essere i primi a indicargli la strada. Se non facciamo niente per non fargli subire i ritmi infernali della nostra società, che ogni giorno accelera sempre di più, che ci obbliga a rispettare le scadenze, comprese quelle della vita familiare, quale modello offriamo al nostro bambino? Quale società vorrà costruire nel loro futuro?

Mostrando a nostro figlio che sappiamo ascoltare il nostro corpo e i suoi bisogni, gli insegneremo a fare lo stesso. Per riprendere l’esempio di poco fa: se accettiamo di rallentare un po’ e di mettere da parte tutti i nostri impegni per passare semplicemente del tempo con nostro figlio, ci adattiamo ai suoi bisogni. Ma ci rendiamo presto conto che in questo modo soddisfiamo anche i nostri. Perché sì, anche il nostro corpo dà dei segnali di stanchezza, di stress, ma spesso facciamo fina di non vederli… Ed è così che, mettendoci ad ascoltare nostro figlio, faremo anche bene a noi stessi!

Poi, quando il bambino crescerà, sarà il nostro turno di mostrargli – o ricordargli – che è importante ascoltare il proprio corpo e i propri bisogni, al contrario di ciò che la società gli vorrà far vedere.

Pascale, mamma di tre bambini, ha fatto spesso quest’esperienza:

«Quando mi accorgo che sto esaurendo la pazienza, che ho bisogno di fare una pausa se voglio continuare a essere la mamma amorevole che mi sforzo di essere ogni giorno, spiego ai miei figli che mi sento stanca e che voglio rilassarmi un attimo. Non c’è bisogno che mi isoli per farlo, posso benissimo stendermi sul tappeto del salotto insieme a loro. Semplicemente gli spiego come mi sento, come voglio risolvere il problema e poi lo metto in pratica. A volte, continuo a giocare con loro o a leggere la storia che avevo cominciato, stando sdraiata e loro seduti attorno a me o su di me. A volte faccio qualche esercizio di respirazione addominale per rilassarmi e li incoraggio a fare come me, se vogliono. Apprezzo molto questi momenti di pausa passati coi miei figli e spero di insegnare anche a loro quanto sia importante ascoltare il proprio corpo e i suoi messaggi, e pensare a dei modi per rispondere a queste richieste. E vedo che, sempre di più, imparano a farlo anche loro. Per noi ormai è un riflesso incondizionato! Sono fiera di averglielo insegnato».

Se il tempo della genitorialità coincide spesso con la messa in discussione di noi stessi, con il crollo delle certezze, tanto spesso però vuol dire apprendere, meravigliarsi di continuo della vita e della sua infinita ricchezza. E se prendersi il tempo per essere genitori significasse semplicemente lasciare ai bambini il tempo di essere bambini?


Dalla rivista e blog Grandir Autrement, articolo di Sophie Elusse
Traduzione di Arianna Lingua

Potrebbe interessarti anche

Libri sull'argomento