Sai ascoltare il tuo bambino?

Saper ascoltare è l’aspetto più importante nella comunicazione.
Impieghiamo degli anni a imparare a leggere e a scrivere, ma ad ascoltare?

A volte ascoltiamo mentre stiamo già dando voce dentro di noi alla risposta da dare, quindi chi stiamo ascoltando? Non stessi o l’altro?
Pretendiamo che gli altri ci capiscano, ma quanto invece usiamo l’empatia per comprendere l’altro?
Come possiamo rispondere ai nostri figli se prima non capiamo veramente cosa ci stanno dicendo?

Ecco alcuni ostacoli che possono impedire una vera comunicazione basata sull’ascolto reciproco:

Il linguaggio astratto

Se usiamo un linguaggio che il bambino non comprende, rischiamo di parlare senza che questo messaggio arrivi con chiarezza.

Un bambino nella prima infanzia (0-3 anni) non può comprendere lunghe spiegazioni su perché, per esempio, non può mangiare la caramella caduta per terra.
È meglio usare frasi brevi e semplici ma piene di colore, di sentimento, di mimica facciale e gestuale.

Un bambino nella seconda infanzia dai (3-6 anni) quando chiede perché? non intende ascoltare un trattato di filosofia.
È meglio ascoltare e osservare il bambino per capire cosa già sa di quello che ci sta chiedendo e come si sente riguardo a quel tema che ci sta proponendo.

Un bambino invece in età scolare, seppure stia sviluppando un pensiero logico, ha ancora bisogno, mentre gli parliamo, di vedere come si fa qualche cosa con azioni o esempi concreti. Maria Montessori diceva: “Imparo se faccio”.

Infine un adolescente, anche se ha sviluppato un pensiero astratto e si interroga sugli orientamenti morali, etici e di senso della vita, allo stesso tempo non è ancora capace di valutare gli effetti del suo agire perché non è ancora sufficientemente sviluppata la parte prefrontale del cervello. Questo lo porta ad agire d’istinto senza pensare alle possibili conseguenze; ecco perché è sempre utile aiutarlo a rileggere gli effetti delle sue azioni.

Il linguaggio direttivo e pratico

A volte, nella fretta di tutti i giorni, ci ritroviamo a utilizzare un linguaggio breve e coinciso che risponde a un nostro bisogno di efficacia. Quando passiamo le giornate fagocitati dalle molte cose da fare e con poco tempo a disposizione il linguaggio può diventare scarno, coinciso e breve: “Svegliati!”, “Sbrigati!”, “Vestiti!”, “Mangia!”, “Usciamo!”.
Pensiamo: se fosse rivolto a noi, come ci sentiremmo? Non viene certo voglia di collaborare. Un figlio a cui ci si rivolge spesso con l’imperativo potrebbe allora sentire che cerchiamo di dirigere la sua vita, senza tener conto dei suoi bisogni.

Il momento più difficile della giornata è per molte famiglie la mattina, quando tutti sono indaffarati a prepararsi per andare al lavoro o all’asilo o a scuola e il momento del risveglio è uno spazio delicato. Diamo la possibilità al bambino di viverlo dolcemente e più serenamente possibile. Ritagliamoci del tempo, anche pochi minuti, per abbracciarlo, ancora sonnolento, e per stare lì con lui o con lei. Non c’è bisogno di dire niente, basta esserci. Quei preziosi minuti potranno fare la differenza nell’affrontare la giornata perché comunicano cura e attenzione per la relazione.

Un altro momento delicato è il ricongiungimento con il genitore, non ha importanza se dopo una giornata all’asilo o dopo poche ore dalla nonna. Ritrovarsi dopo una separazione richiede molta attenzione e pazienza: il bambino potrebbe essere sollevato, ma anche arrabbiato o dispiaciuto per non averci visti per alcune ore. Accogliamo quello che il bambino esprime con i suoi comportamenti regalandoci entrambi del tempo, anche pochi minuti per restare nell’emozione. Se il bambino ci viene in braccio, abbracciamolo; se è arrabbiato, lasciamo che lo esprima senza rimproverarlo, stando in un atteggiamento di comprensione perché è plausibile che non comprenda a fondo i motivi del distacco e, dal suo punto di vista, ha validissime ragioni per essere arrabbiato o dispiaciuto. In un momento successivo, se vogliamo sapere della sua giornata, invece di fare domande a cui spesso i bambini rispondono a monosillabi, potremmo iniziare parlando di noi stessi, della nostra giornata o di quando eravamo piccoli; di solito questa modalità è molto più efficace per aiutare nostro figlio a parlare di sé.

Non dedicare ascolto e tempo

Quando ascoltiamo i nostri figli mentre facciamo altro (per esempio guardare il telefono), non gli stiamo dedicando ascolto, non lamentiamoci poi se anche loro faranno lo stesso.
Se è vero che può capitare di non essere disponibili a dedicare attenzione in un certo momento, è però più efficace essere onesti e spiegare le nostre ragioni, restando in un rapporto di dialogo al fine di trovare una soluzione che sia sufficientemente accettabile per entrambi. Lasciare invece un bambino solo con le sue frustrazioni, produce rabbia e risentimento e rappresenta un esempio per lui a cui attingere quando saremo noi adulti a chiedergli ascolto.

Voler trovare subito una soluzione

Quando nostro figlio ci pone un problema è importante non liquidare questo prezioso momento con una soluzione frettolosa. Queste non incoraggiano il problem-solving, ossia la capacità di ragionare sui problemi, ma chiudono la comunicazione. Invece di dare soluzioni, impariamo ad ascoltare e a restare nel problema senza fuggirlo. Ascoltiamo la rabbia, il comportamento oppositivo, le lamentele, i dubbi. Proviamo a dare un nome a quello che prova, a fare da specchio a quello che sta vivendo. A volte non c’è bisogno di fare altro se non ascoltare il suo sentire e avere fiducia che troverà le sue soluzioni.

Quando un bambino non avrà bisogno di lottare per ricevere ascolto, allora sarà più propenso a rispondere al bisogno di ascolto dei suoi genitori.


di Giuditta Mastrototaro
Pedagogista ed esperta nelle relazioni educative, curatrice del sito Pedagogia basata sull’empatia.

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