Siamo un sistema in difficoltà?

Ho passato tanti anni a denunciare le falle di un sistema medico e, in particolar modo, ostetrico, nell’accompagnare al parto fisiologico, alla nascita rispettata, all’allattamento e alla cura amorevole. Negli ultimi tempi, forse perché sono cresciuta o forse perché il mondo cambia, sento che il problema è più lieve, ma più diffuso: invece dello sferzante bisturi nella sala operatoria asettica, mi trovo ad affrontare, nel lavoro quotidiano, una sorta di nebbiolina calata sulla società, che nasconde la visuale sulle cose più ovvie.

Nell’ultimo decennio, i tanti sforzi degli attivisti della nascita rispettata hanno portato a una maggiore consapevolezza sia a livello professionale sia nella collettività: non siamo più nell’era in cui la tricotomia (rasatura dei peli) veniva eseguita di routine e tutte le donne partorivano sdraiate sul lettino con i piedi sulle staffe.

Abbiamo scoperto dei diritti umani fondamentali; sappiamo che il movimento aiuta la discesa del bambino nel canale del parto e la gestione del dolore; tanti bimbi vengono messi sul torace della madre immediatamente dopo la nascita.

Nonostante i passi avanti, ancora non siamo protetti da una medicalizzazione eccessiva, dall’avere un tasso di parti con taglio cesareo altissimo (che però negli ultimi anni ha dato qualche segnale di lieve flessione) e una bassissima percentuale di mamme che allattano almeno fino al sesto mese del bambino. Siamo però consapevoli che ci sia ancora molto lavoro da fare.

Più annebbiata mi pare invece la consapevolezza di essere tutti parte di un più vasto sistema in difficoltà, che tocca tanti gli aspetti del vivere quotidiano e di quelle cose che dovrebbero essere normali per gli esseri umani: dal mangiare, al respirare, al camminare, al procreare (la sensazione è ovviamente personale).
Conduciamo vite impossibili, sotto stress continuativo, eccessivamente sedentarie: il tempo per il riposo mentale, per distaccarsi dal lavoro e dalle richieste del quotidiano è limitato. Lo sforzo è spesso solo di pensiero: i nostri corpi rimangono immobili, incapaci di motricità globale e fine, di comprendere i segnali inviati dall’interno per la salvaguardia del nostro benessere.
Facciamo figli sempre più tardi e facciamo sempre più fatica ad averne, mitighiamo le paure con oggetti e rassicurazioni esterne, resistiamo a prenderci responsabilità e, dopo tanti sforzi, lasciamo velocemente i figli alle cure amorevoli di mani sconosciute.

Accade spesso che le donne lavorino fino agli otto o nove mesi di attesa, iniziando a percepire e a dedicare tempo e attenzione al proprio corpo e al proprio bambino solo in questa epoca, quando la gravidanza volge al termine. Ma la gravidanza è un movimento, un percorso che passa attraverso più fasi nei vari trimestri: ambivalenza, simbiosi e apertura, separazione.

Come possiamo aspettarci che una donna che non ha ancora avuto il tempo di gestire l’ambivalenza e il cambiamento, che non è ancora riuscita totalmente a godersi la magia della simbiosi e dell’espansione dell’amore durante la crescita del piccolo in utero, sia già pronta a separarsi, a salutare, a lasciare andare, per poter accogliere fra le braccia e ricominciare tutto il ciclo, partendo proprio dall’ambivalenza e dalla difficoltà di trovare una dimensione nella nuova situazione?

È la stessa donna che ha lavorato fino alla fine della gravidanza, spesso è stata molto ferma in questo periodo, magari dietro a un pc, così ha faticato a prendere dimestichezza e a conoscere il corpo in cambiamento, ha avuto maggiori problemi di digestione, di pesantezza, gonfiore, vene varicose e magari la sua vita sedentaria ha persino influito sul posizionamento del bambino.
Se diversi programmi di movimento per la preparazione al parto consigliano alle donne di camminare per almeno un’ora al giorno, la realtà dei fatti è che, nella maggior parte dei casi, il massimo che la mamma avrà modo di fare sarà una corsa per non perdere il treno per tornare a casa la sera dopo il lavoro.

È vero: la politica, in parte, potrebbe aiutare nel tutelare maggiormente la maternità e la paternità (non a caso, i paesi europei in cui si fanno più figli e, curiosamente, si fa minor ricorso al taglio cesareo, sono quelli nordici, in cui i governi hanno varato politiche familiari più evolute, aperte e paritarie rispetto a quelle italiane).
D’altro canto, personalmente, mi rendo conto ogni giorno di quanto tutti noi siamo immersi in un sistema che oscura la percezione della maternità come evento caratterizzante dell’essere umano che richiede obbligatoriamente un cambio di vita: attenzione verso l’interno, percezione fisica, mangiare sano, fare movimento, sviluppo dell’intelligenza corporeo-cinestesica, capacità di comunicazione non verbale, igiene mentale.

La modalità in cui concepiamo la nascita oggi, priva di questi elementi fondamentali, è una follia tale che può essere paragonata solo a quello che stiamo facendo al Pianeta: ci siamo dimenticati delle leggi basilari della natura.
Per curare questo ecosistema sempre più malato, di cui anche noi umani facciamo parte, bisogna partire dalle piccole cose del quotidiano, ce lo hanno detto all’infinito. Mentre riduciamo l’uso della plastica e gli sprechi alimentari per salvare il mondo, dovremmo allora riconsiderare anche la modalità attraverso la quale i bambini fanno il loro ingresso in questo mondo, perché ne siamo tutti altrettanto responsabili.


di Nicoletta Bressan
Educatrice perinatale e insegnante di massaggio infantile AIMI.

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