Come si imparano le “regole” se non si va a scuola?

È molto diffuso il timore che chi non frequenta fin da piccolo luoghi con regole di convivenza condivise non sia poi in grado di inserirsi nella società degli adulti, come se avesse una sorta di lacuna sociale.

Non mi pare sia mai stato dimostrato che l’allontanamento precoce dalla famiglia e il corrispondente inserimento in tenera età in un gruppo estraneo possa avere una qualche utilità per lo sviluppo delle competenze sociali.

Non riesco nemmeno a ricordarmi di studi da cui si evinca che un inserimento non anticipato in un gruppo estraneo alla famiglia sia in qualche modo dannoso a una buona socializzazione.

Sono invece a conoscenza di indagini e studi di pedagogisti, pediatri e neuroscienziati che evidenziano la generale difficoltà dei bambini a gestire lo stress della separazione dalla madre, o dalla famiglia, e gli effetti dannosi che ciò produce sul loro sviluppo sociale e cognitivo. Numerose indagini hanno rilevato inoltre il beneficio che deriva ai bambini dalla vicinanza con la madre, per tempi naturalmente consoni.

Non solo, si è anche evidenziato che  i bambini che crescono in un ambiente libero e naturale, dopo un certo periodo sviluppano il bisogno di darsi una struttura e delle regole.

Non sono pochi i casi di homeschooler e unschooler che, a un certo punto, scelgono di proseguire il loro percorso con un curriculum standard – e quindi, per esempio, si inseriscono in una scuola o vanno all’università – o che accedono ad attività o professioni che implicano il rispetto di regole e orari prestabiliti.
Di solito ciò avviene senza che si registrino difficoltà relazionali o interpersonali, anzi!
In molti casi, l’equilibrio e la buona autostima maturati negli anni favoriscono una vita sociale, affettiva e comunque relazionale di qualità.
Nessuno stupore: è tutto naturale.

Un percorso equilibrato di istruzione parentale porta ad uno sviluppo armonico della persona ed implica il rispetto del giovane in istruzione. La persona cresciuta nel rispetto di sé, vive con naturalezza il rispetto degli altri e quindi le regole di convivenza.

Da quel che mi risulta, l’idea secondo cui si imparano le “regole” solo se si viene inseriti il più presto possibile in un contesto estraneo, non solo non è provata, ma è addirittura dimostrato il contrario.

Chi fa istruzione parentale non passa la maggior parte del proprio tempo in un’aula, sempre la stessa, insieme a un gruppo sempre uguale di persone, con ruoli invariati, con limitate possibilità di movimento e di azione.
Bensì ha più occasioni dei suoi coetanei di vivere nella società civile, nel mondo esterno, complesso e variegato, di coglierne le sfaccettature, le contraddizioni, la complicazione, la ricchezza. È qui che il bambino o il ragazzo conosce e impara le regole di convivenza. E non lo fa perché qualcuno l’ha previsto o gliel’ha imposto; lo fa perché è necessario, perché lo fanno le persone che lo circondano e lo amano.

L’apprendimento, di qualsiasi tipo, avviene principalmente tramite l’esperienza, la pratica in un contesto d’amorevolezza.

La famiglia e la comunità di cui questa fa parte non sono forse gruppi sociali che implicano regole di convivenza imprescindibili?
Le relazioni al loro interno non sono forse complesse, almeno al pari (se non più) di quelle della scuola?
Il rispetto delle “regole” non è inevitabile, in famiglia come altrove?
E il bambino che ci vive non è forse destinato a imparare e a rispettare queste regole?


di Nunzia Vezzola
Docente di scuola superiore, mamma homeschooler e socia fondatrice dell’Associazione Istruzione Famigliare – www.laifitalia.it

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