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Nunzia Vezzola | Pedagogia

Valutazione e istruzione parentale: contributi per una scuola inclusiva

11 Maggio 2020

La valutazione di bambini e ragazzi che seguono l’istruzione parentale è un problema.

Per valutare qualcosa bisogna conoscerne bene le caratteristiche, bisogna aver effettuato delle misurazioni da più punti di vista sulla base di parametri standard in modo da possedere dei dati oggettivi e comparabili.
È necessario, infine, un giudizio autorevole e ponderato.

A scuola, la valutazione avviene a partire da parametri noti (anche agli allievi e alle loro famiglie), condivisi (almeno all’interno del collegio docenti) ed esplicitati nel PTOF (piano dell’offerta formativa). Il tutto regge perché si suppone che gli studenti partecipino contemporaneamente allo stesso percorso di istruzione condividendone modalità e criteri, perciò è relativamente facile: si presuppone che il docente conosca il processo in atto presso i propri studenti, le sue caratteristiche, gli obiettivi che i suoi alunni dovrebbero aver raggiunto a un certo punto. L’insegnante compie delle rilevazioni e delle misurazioni durante il percorso, nell’ottica di monitorare l’evoluzione degli apprendimenti e su questa base imposta la propria verifica, che valuterà secondo criteri stabiliti.

Nel caso degli homeschooler, le cose si svolgono diversamente.

I docenti spesso non conoscono, se non per sentito dire (i genitori gliene hanno parlato), il processo di apprendimento del ragazzino in istruzione famigliare. Non sono informati sul punto di partenza, sulle condizioni esterne, sulle modalità con cui avviene l’apprendimento. Mancano le rilevazioni e le misurazioni periodiche della scuola tradizionale e dei criteri condivisi.
Il percorso si svolge in autonomia rispetto all’istituzione scolastica e al gruppo classe, con tempistiche, modalità, obiettivi, che spesso sono molto lontani da quelli tipici del mondo scolastico.

Un esempio: la storia.

In classe si impara tradizionalmente in ordine cronologico: i bambini piccoli si cimentano con la preistoria, le civiltà precristiane, poi via via si procede con il Medioevo e si arriva al Novecento soltanto a 13-14 anni, alla conclusione del primo ciclo d’istruzione.
Alle superiori, si ricomincia dall’inizio (dalla preistoria) per ritornare a studiare gli avvenimenti più recenti ancora una volta alla vigilia di un esame, quello di maturità.
In un approccio naturale, lo studio della storia avviene per sfere di interesse e segue l’iter personale del ragazzino: un monumento in centro città, una mostra, un avvenimento, una chiacchierata fra adulti, la lettura di un racconto o di un romanzo, un oggetto; possono essere tutti spunti per risvegliare la curiosità e dare inizio all’avventura dell’apprendimento di un determinato periodo storico, indipendentemente dall’ordine cronologico.
Accade non di rado che ragazzini in istruzione parentale si appassionino già verso gli 8 anni a tematiche come, per esempio, la guerra fredda, o la mafia, e che decidano quindi di approfondire e di studiarne gli aspetti salienti.

Poi, se la famiglia sceglie di far sostenere l’esame di idoneità, il ragazzino homeschooler deve fare un colloquio sugli Egizi, gli Assiri e i Babilonesi, perché il suo reale argomento di interesse e di studio (la guerra fredda) non è programma delle medie.

È chiaro che un approccio di questo tipo non è inclusivo perché non tiene conto delle diversità inevitabilmente sottese alla situazione.

Ma è anche un atteggiamento che sminuisce la qualità della “personalizzazione degli apprendimenti” e, ben lungi dalla valorizzazione della persona, tende all’appiattimento e alla standardizzazione.

La valutazione assume una preminente funzione formativa, di accompagnamento dei processi di apprendimento e di stimolo al miglioramento continuo, così hanno precisato le Indicazioni nazionali per il curriculum al capitolo Valutazione.
Il Decreto Legislativo 62 del 2017, all’articolo 1 (Principi; oggetto e finalità della valutazione), ribadisce: La valutazione ha per oggetto il processo formativo e i risultati dell’apprendimento ha finalità formativa ed educativa e concorre al miglioramento degli apprendimenti e al successo formativo degli stessi.

L’articolo 2 continua: La valutazione è coerente con la personalizzazione dei percorsi.
Sì, ma quando all’esame si fanno domande sul popolo degli Egizi, quando il ragazzo si è occupato principalmente di guerra fredda e mafia, è il bambino che non ha appreso sufficientemente o gli insegnanti che non hanno tenuto conto della personalizzazione dei percorsi?

Eppure si parla ormai da tempo della distinzione fra apprendimento formale, informale e non formale, e dell’impegno della scuola nel “riconoscere e a valorizzare apprendimenti diffusi che avvengono fuori dalle sue mura, nei molteplici ambienti di vita in cui i bambini e i ragazzi crescono e attraverso nuovi media, in costante evoluzione, ai quali essi pure partecipano in modi diversificati e creativi” (Indicazioni nazionali per il curriculum al capitolo Profilo dello studente). C’è quindi motivo di speranza…


di Nunzia Vezzola
Docente di scuola superiore, mamma homeschooler e socia fondatrice dell’Associazione Istruzione Famigliare – www.laifitalia.it

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