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Giorgia Cozza | Gravidanza

Cosa succede dopo un aborto spontaneo?

15 Ottobre 2020

I tempi per la ripresa fisica dopo un aborto spontaneo sono sicuramente più brevi rispetto a quelli necessari per sanare le ferite della mente e del cuore.
Nel libro Quando l’attesa si interrompe, Giorgia Cozza raccoglie riflessioni e testimonianze sulla perdita prenatale e offre una risposta a quelli che sono gli interrogativi più comuni quando si perde un bambino in attesa o subito dopo la nascita.
In questo estratto l’autrice spiega cos’è l’aborto spontaneo, cosa accade nel corpo della donna, quali sono i tempi per la ripresa fisica e soprattutto psicologica e, infine, come reagire ai sensi di colpa.

Cos’è l’aborto spontaneo

L’aborto spontaneo è la più frequente complicazione della gravidanza. Con questo termine ci si riferisce comunemente all’interruzione spontanea dell’attesa che si verifica prima del sesto mese (180 giorni di gestazione).
La possibilità che una gravidanza si interrompa è più elevata di quanto si possa pensare. Si ritiene, infatti, che il 15-25% delle gravidanze si concluda con una perdita: nell’80% dei casi l’interruzione avviene nel primo trimestre, ovvero entro le prime dodici settimane di gestazione.
Molte sono, inoltre, le attese che si concludono in un’epoca precocissima (entro le prime cinque settimane), ancor prima che la donna stessa si accorga di essere incinta o che ne abbia avuto la conferma clinica. Si calcola che gli aborti spontanei in questa fase raggiungano il 60%.
Il rischio di perdere un bimbo diminuisce rapidamente con il procedere dell’età gestazionale: tanto più la gravidanza procede, tanto più è probabile che giunga a termine.

Cosa accade nel corpo della donna

Se la gravidanza si interrompe nel primo trimestre, nella maggior parte dei casi, sia che si verifichi un aborto spontaneo completo, sia che si renda necessario un intervento chirurgico, non si presentano complicazioni e l’organismo femminile torna alla normalità piuttosto rapidamente.
Nei giorni immediatamente successivi all’aborto, o alla revisione strumentale della cavità uterina, molte donne percepiscono dei crampi (simili ai dolori mestruali) che pian piano si riducono fino a cessare del tutto.
Le perdite ematiche possono continuare per una o due settimane. In questa fase sono necessari alcuni semplici accorgimenti, quali evitare rapporti sessuali, non praticare lavande vaginali, non utilizzare assorbenti interni. A circa un mese di distanza dall’aborto spontaneo, il ciclo mestruale si ripresenta normalmente.


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Dal punto di vista fisico la donna sta bene.
Non è raro, però, che lo stress dovuto all’esperienza traumatica vissuta e la fatica emotiva del processo di accettazione della perdita interferiscano con il benessere fisico della donna provocando stanchezza, insonnia, perdita dell’appetito.
Si tratta di reazioni normali destinate a risolversi pian piano, con il procedere dell’elaborazione del lutto stesso. Alcuni medici suggeriscono, per favorire il recupero del benessere psico-fisico, di seguire una dieta varia e bilanciata che includa proteine, vegetali, frutta, carboidrati e di iniziare un’attività fisica da praticare quotidianamente: anche una semplice passeggiata all’aria aperta può avere una funzione terapeutica.
Da non trascurare, infine, il riposo: nelle settimane successive a un’interruzione di gravidanza, c’è bisogno di momenti di relax, di coccolarsi un po’, di dedicarsi a qualche attività particolarmente piacevole e rilassante.

Sensi di colpa che non hanno ragione di essere

Quando si perde un bimbo all’inizio dell’attesa, alla delusione e all’amarezza, spesso, si accompagnano numerosi interrogativi. Si cerca una ragione, una spiegazione per quello che è accaduto. Per un evento che sappiamo essere frequente, ma che non si pensa mai possa davvero capitare proprio a noi.
In questa situazione l’insidia dei sensi di colpa è in agguato e può spingerci a passare in rassegna le nostre giornate cercando quel gesto, quello sforzo, quell’abitudine che potrebbe aver danneggiato la nostra gravidanza. Forse quel giorno in cui abbiamo portato fino a casa i sacchetti della spesa? O quando abbiamo pulito i vetri di tutte le finestre? O, ancora, il fatto di aver continuato ad allattare il nostro primogenito…
A questo proposito la psicologa Carole Méhan, scrive: «molte donne hanno sensi di colpa, rimproverano se stesse e si chiedono se la perdita del loro bambino sia imputabile a qualcosa di preciso che avrebbero dovuto o non dovuto fare»¹.
In realtà, questi dubbi non hanno ragione di essere, davvero. E rendono più difficile una situazione già dolorosa.
Gli esperti ci rassicurano in questo senso: non sono cause di aborto l’attività sessuale, una normale attività fisica, il lavoro fuori casa o le faccende domestiche.
Allattare nell’attesa, infine, non interferisce con il buon proseguimento della nuova gravidanza: le poppate devono essere sospese solo nei casi in cui l’attesa non sia fisiologica, ovvero in presenza di complicazioni per cui la gravidanza viene definita a rischio.
Non colpevolizziamoci. Noi non abbiamo sbagliato niente. Non è a causa di un nostro comportamento che abbiamo perso il nostro piccino. 


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di Giorgia Cozza
Giornalista e scrittrice.


¹ C. Méhan, Lutto perinatale, on-line nelle pagine di www.babyitalia.com.
È possibile scaricare il testo dell’articolo (in italiano) da digilander.libero.it/ildiariodellalinda/Il%20 lutto%20perinatale.doc

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