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Luoghi comuni sulla dislessia

Il termine dislessia, soprattutto con il boom mediatico degli ultimi anni, è sempre più presente nei discorsi di specialisti o di persone comuni, eppure sono in pochi ad avere le idee chiare su questo argomento. Può essere quindi utile sfatare alcuni dei luoghi comuni più diffusi sulla dislessia.

Che cos’è la dislessia

Cercando questa parola su un dizionario o su Internet, veniamo rimandati immediatamente alla definizione “disturbo della lettura”, tuttavia si tratta di una spiegazione così vaga e così soggetta a variabili e sfumature che ognuno di noi può giungere a conclusioni diverse: c’è chi pensa sia una malattia e, sbagliando, suppone che sia curabile con dei farmaci; c’è chi pensa che interessi solo il linguaggio; e c’è chi è convinto che si possa intervenire unicamente nel periodo della scuola elementare.

Nonostante una diagnosi DSA (Disturbo Specifico dell’Apprendimento) debba essere richiesta al pediatra o all’insegnante del piccolo, è bene chiarire che alcuni dei luoghi comuni che più si sentono sul tema della dislessia sono del tutto privi di fondamento.

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Dislessia: falsi miti su questo DSA

La dislessia, in quanto disturbo specifico dell’apprendimento, riguarda la difficoltà del bambino di decodificare correttamente un testo e in Italia riguarda decine di migliaia di bambini, eppure sul tema c’è ancora molta confusione.
Vediamo di sfatare alcuni dei luoghi comuni più diffusi sulla dislessia.

Il bambino dislessico non è uno stupido”: la manifestazione di un disturbo specifico dell’apprendimento non ha nulla a che vedere con l’intelligenza del bambino. Eppure, è vero che una difficoltà legata all’ambiente scolastico potrebbe far sentire il piccolo frustrato e infelice. Per questo motivo, è importante lavorare sulla sua autostima, e non sommergerlo di critiche nel momento in cui manifesta una difficoltà.

• La presenza di un reale disagio deve essere monitorata da specialisti con precisi test, anche se non certificabile. Ci si può rivolgere al pediatra del bambino o anche ai suoi insegnanti.

• La dislessia non significa solo non saper leggere, ma non avere abbastanza risorse attentive da impiegare anche in altri ambiti. Inoltre, spesso, implica una difficoltà nell’organizzazione e nella gestione del tempo.

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Altri luoghi comuni sulla dislessia

Non esiste il dislessico tipo”, quindi non esiste una descrizione univoca e universale, né un unico modo di intervenire. Vi sono situazioni eterogenee con debolezze che possono riguardare il calcolo o la memoria uditiva, il linguaggio o la memoria visiva.
È bene ricordare che, nonostante vi siano ricerche che includono tra le cause la genetica e la familiarità, non tutti i soggetti dislessici rientrano in questo quadro. La dislessia, per come viene diagnosticata, è una sindrome dimensionale e non categoriale.

• Gli adolescenti non sono perduti, vi sono miglioramenti attraverso l’utilizzo di trattamenti “integrati” che portano benefici non solo a livello di velocità di lettura ma anche nel QI. D’altro canto, “centrando” l’attenzione si possono migliorare le prestazioni.

• L’attenzione è alla base di ogni apprendimento e di qualsiasi attività di tipo cognitivo; pertanto va sempre misurata almeno in alcuni dei suoi aspetti e trattata.


di Eva Benso
Psicologa e operatrice specializzata in abilitazione cognitiva con soggetti affetti da DSA e autrice del libro La dislessia.

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