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La valutazione scolastica: un metodo solo in parte oggettivo

La valutazione scolastica, basata su una precisa scala di giudizi, si propone di essere un metodo oggettivo per classificare il risultato scolastico di uno studente. Eppure, spiega Giulia Manzi, autrice del libro La valutazione scolastica e figlia del maestro Alberto Manzi, finisce il più delle volte per essere riduttiva e limitata, se non addirittura controproducente.

L’importanza dell’ambiente scolastico

La scuola rappresenta senza dubbio uno degli ambienti più fondamentali nella vita di un bambino, in quanto è in questo luogo che si svolge la maggior parte della sua giornata, negli anni più formativi della sua infanzia.
A scuola impara non soltanto a interagire con i compagni, sviluppando la propria socialità, ma anche a relazionarsi con gli insegnanti e con le loro aspettative. In una parola, si responsabilizza, sottoponendosi quotidianamente a una valutazione delle proprie capacità.
Ma la valutazione scolastica si rivela, il più delle volte, un’arma a doppio taglio. Soprattutto quando non mira a valorizzare le qualità dello studente, ma a confinarle in ambiti ben specifici, minando pericolosamente la sua autostima e compromettendo la sua capacità di imparare e migliorarsi.

L’effetto alone all’interno del sistema scolastico

Il problema della valutazione scolastica è che, nonostante essa si proponga di essere un metodo oggettivo per quantificare i risultati ottenuti in una determinata materia (con scale di giudizi che possono andare dall’Insufficiente all’Ottimo, dall’1 al 10), essa non è mai realmente imparziale e obbiettiva. La colpa è dell’effetto alone, quel fenomeno per cui semplicemente passando da una classe all’altra, o da una scuola all’altra, lo studente porta già sulle spalle il peso del giudizio dei professori che si sono ritrovati a valutarlo.

“È intelligente ma non si applica”, “Non partecipa attivamente in classe”, “Dimostra di essere più portato per le materie scientifiche”: giudizi come questi abbondano sulle pagelle scolastiche, eppure finiscono per avere come effetto quello di generare, nel nuovo insegnante che si trova a seguire il bambino, una serie di aspettative e pregiudizi.
Certo, queste prime impressioni possono modificarsi nel corso dell’anno, ma lo studente resta vittima dell’effetto Rosenthal, anche definito effetto Pigmalione, per il quale se i docenti credono che uno studente sia meno dotato lo tratteranno, anche inconsciamente, in modo diverso dagli altri, con la conseguenza che il ragazzo interiorizzerà il giudizio e si comporterà di conseguenza.
Si tratta di una profezia che si auto-avvera: se ci assicurano che una cosa andrà male, il potere della nostra convinzione in merito ci porterà a sabotarci da soli.

Ed è così che il bambino diventa vittima dell’effetto alone, influenzando tutte le successive valutazioni a cui sarà sottoposto.
Se si ripete sempre a un bambino che è portato solo per una determinata materia, gli si preclude la possibilità di mettersi alla prova anche in altri ambiti disciplinari. Al contrario, se si evita di confinare le capacità del ragazzo a una sola cosa si aumentano anche le chance di assistere a un reale miglioramento nel suo rendimento scolastico: infatti, la volontà di soddisfare le aspettative di un insegnante che crede in lui rappresentano un forte sprone a migliorare.


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La valutazione scolastica come limitazione delle potenzialità del bambino

È stato dimostrato come gli studenti siano portati a ritenere “antipatici” i professori che prestano loro meno attenzione, che li ignorano, che non si preoccupano se hanno capito o meno la spiegazione, oppure ancora che assegnano voti più bassi rispetto a quelli che gli interrogati ritengono di meritare.
Al contrario, i professori percepiti come “simpatici” sono coloro che sorridono, che interpellano gli alunni mentre spiegano, che aiutano e pongono domande con gentilezza… in pratica coloro che rendono i propri allievi realmente partecipi della vita in classe.

Appare evidente che la chiave per ottenere una classe attiva interessata risieda proprio nel coinvolgimento: se l’insegnante è in grado di creare quella tensione cognitiva, cioè l’interesse che porta l’alunno a incuriosirsi della materia, stimolando la sua mente al ragionamento, lo studente andrà a scuola motivato e pronto a dare il massimo, sfruttando appieno il suo potenziale.

Se, all’opposto, il docente si concentra solo sulla memorizzazione, sull’apprendimento di elementi isolati e sul sistema d’attribuzione dei voti, magari affermando in continuazione che il lavoro degli alunni sarà soggetto a valutazione o che devono prepararsi per una verifica, lo studente sarà più portato a rispondere ad aspettative minime, nozionistiche, mnemoniche.
Infatti, nel momento stesso in cui un insegnante stabilisce dei criteri e decide quali compiti sono oggetto di valutazione, invia un messaggio: questo è importante, questo no. Crea in questo modo una scala di valori, stabilendo una gerarchia di conoscenze primarie e secondarie a cui lo studente risponderà dando importanza alle prime a discapito delle altre.
Per questo, nel momento non solo dello studio individuale, ma anche del lavoro fatto in classe, per il ragazzo non si verificherà, in sintesi, l’elaborazione di un concetto, ma si andrà solo ad alimentare il disinteresse verso la disciplina, quando non proprio il rifiuto verso la stessa.


di Giulia Manzi
Approfondisce tematiche legate alla pedagogia scolastica e tiene corsi di formazione per docenti.

Revisione di Beatrice Toscano

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