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Se il bambino piange usiamo l'empatia.

Il nostro bambino piange e urla in risposta a un’imposizione o a un rifiuto?
Capita spesso che un bambino reagisca, anche con un pianto disperato, in questo modo, opponendosi alla volontà dei genitori. Come possiamo affrontare questi momenti?
La parola d’ordine, consiglia Giuditta Mastrototaro, pedagogista ed esperta nelle relazioni educative, è empatia.

Vincere la paura di non essere bravi genitori anche se il bambino piange

Davanti a un bambino che piange, a urla e strepiti, non spaventiamoci e non reagiamo a nostra volta: proviamo, invece, ad astenerci dal giudizio, osservando il nostro bambino senza giudicarlo e lasciamo passare quell’istante.
Dobbiamo sforzarci di tenere a mente che il comportamento del nostro piccolo non è pienamente consapevole: anche se dovesse arrivare a dire cose che ci colpiscono (per esempio: “Sei cattiva!”) impariamo a riconoscere quali emozioni si celano dietro poiché quando nostro figlio ci rivolge queste parole, non sta tanto parlando di noi, quanto più di se stesso e dei suoi bisogni frustrati.
Del resto capita anche a noi adulti di dire agli altri che sono o non sono in qualche modo, spinti dalla rabbia e non perché intendiamo veramente quanto stiamo dicendo.

Può essere interessante riflettere sul motivo per il quale la reazione del nostro bambino che piange evochi in noi sentimenti di tristezza, di dolore o di rabbia: è perché abbiamo il timore di non essere dei bravi genitori?
Forse inconsciamente stiamo cercando conferme che quanto stiamo facendo è giusto per il nostro bambino? Dopo tutto passiamo le nostre vite a cercare di essere accettati, approvati.
Ma proviamo a riflettere su questo: vogliamo davvero insegnare ai nostri figli che valiamo qualcosa solo se gli altri obbediscono ai nostri voleri e approvano le nostre decisioni? Vogliamo davvero crescerli con l’idea che bisogna rinunciare all’integrità con se stessi e cambiare in base a cosa dicono gli altri?

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Il fondamento dell’autostima

Spesso pretendiamo dai nostri figli che facciano ciò che desideriamo, ciò che sembra giusto al nostro modo di vedere le cose. Solo raramente proviamo invece a metterci al loro livello per capire perché scelgono di fare questo o quello, qual è il bisogno che sta dietro al comportamento che non ci piace.
Nessuno è al mondo per lasciarsi guidare dall’approvazione e dalla disapprovazione dagli altri, ma ognuno di noi, se riesce ad ascoltarsi, sente cosa è giusto per sé: si tratta del fondamento dell’autostima e noi genitori siamo chiamati a non ostacolare questa propensione umana.

Quando veniamo al mondo abbiamo una forte autostima, ma, in alcuni casi, essa si indebolisce negli anni della crescita: quanto più un figlio è piccolo, tanto più può imparare a rinunciare ad ascoltarsi per venire incontro ai propri genitori.
Per questo motivo alcuni bambini pian piano si spengono e si chiudono in se stessi, o al contrario si ribellano, manifestando difficoltà comportamentali ed ecco che si pensa di imporre in modo più ferreo la disciplina.
Ma siamo sicuri che la punizione serva a prevenire futuri comportamenti indesiderati? Più spesso capita invece che i bambini cerchino un modo di evitare il nostro controllo, imparando a mentire, a evitare i genitori, a non avere fiducia negli adulti.

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Quando il bambino piange rinforziamo i comportamenti positivi

“Non fare questo, non fare quello” quante volte abbiamo rivolto una frase simile ai nostri bambini?
Il nostro cervello è strutturato in modo tale da visualizzare prima l’azione oggetto del rimprovero e solo in seguito la negazione; per cui se, per esempio, diciamo a nostro figlio di non rovesciare il latte, la sua mente si focalizzerà prima sull’atto e solo in seguito sul fatto che si tratti di un’azione proibita.
Molto più efficace è invece comunicare chiaramente al bambino cosa desideriamo che faccia. Invece di dirgli “Non rovesciare il latte!” proviamo a domandargli di tenere la tazza del latte con tutte e due le mani: si tratta di chiedere di fare qualcosa, invece di proibire di fare qualcos’altro.

Una pedagogia basata sull’empatia

Ci è stato insegnato che se diamo attenzioni a un comportamento positivo il bambino certamente lo ripeterà; e che se ignoriamo un comportamento negativo questo si estinguerà. Ma è davvero così?
Lo psicologo Marshall B. Rosenberg chiama “persone gentili e morte” coloro che fanno sempre quello che piace agli altri senza curarsi di ciò di cui hanno bisogno. La psicologia comportamentista tende a trattare i bambini come creature che devono essere addestrate, mentre una pedagogia empatica vuole riavvicinarli al loro sentire, facendoli restare in contatto con loro stessi e i propri valori.

I nostri figli imparano ad ascoltarsi se per primi diamo l’esempio noi adulti: se impariamo a sospendere il giudizio, lasceremo il nostro bambino libero di esprimere i propri sentimenti. In questo modo, potrà riflettere su cosa prova e cercare di esplorare le proprie soluzioni.
I bambini sono molto più autentici degli adulti perché hanno avuto meno tempo per costruirsi schermi e difese e quindi sono più vicini alla propria guida interiore.
Può capitare che i genitori, anche agendo con le migliori intenzioni, vogliano far credere al bambino che deve ignorare quello che prova, addirittura che ciò che sente è sbagliato e che dovrebbe adeguarsi a ciò che è convenzionalmente ritenuto giusto. Il bambino avvertirà un grande divario tra i suoi sentimenti e ciò che il mondo adulto gli sta chiedendo, per cui c’è il rischio che questo approccio inneschi ribellioni, conflitti e rabbia. L’empatia è un antidoto a tutto questo.

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Passare da una relazione di controllo a una di fiducia

Alla base della comunicazione con il nostro bambino ci deve essere un rapporto di chiarezza, empatia e fiducia. “Io mi fido di te e di quello che provi, sono al tuo fianco per capire e non per giudicare”: questo deve essere il messaggio da far capire a nostro figlio. Possiamo non essere d’accordo con ciò che fa, ma allo stesso tempo possiamo comprendere perché lo fa.

Per esempio possiamo sentirci irritati perché nostro figlio ha buttato la tazza per terra, ma allo stesso tempo possiamo comprenderne le sue motivazioni. Se diciamo “Sei proprio dispettoso”, “Non stai mai attento!”, “Lo fai apposta?”, le nostre reazioni implicano un giudizio e molto probabilmente scateneranno una reazione di rabbia.

Se, invece, per un momento sospendiamo il giudizio e ci sforziamo di comprendere il motivo alla base del gesto potremo capire cosa voleva comunicarci il bambino. Provando a metterci nei suoi panni, possiamo scoprire che dietro ai suoi comportamenti ci sono i suoi bisogni insoddisfatti. Potremmo chiedergli: “Se non ti piacciono i cereali, puoi ridarmi la tazza, per favore?”. Se ci mettiamo dalla parte di cosa sente il bambino, cambiamo prospettiva e s’innesta un atteggiamento di comprensione, accettazione e cura per una relazione empatica.

L’empatia e il pensiero positivo

Impariamo ad accettare la responsabilità dei nostri sentimenti e non diamo la colpa agli altri per ciò che proviamo. Non è il nostro bambino a farci arrabbiare, bensì l’interpretazione che noi diamo al suo comportamento. Comprendendo questo, ci libereremo delle pretese, delle accuse, delle lamentele che facciamo agli altri. La responsabilità di come ci sentiamo dipende da noi e dai nostri pensieri, per cui spetta solo a noi trovare il modo di sentirci meglio.

Se ci abituiamo a cercare gli aspetti positivi di ogni situazione, non soltanto li troveremo, ma ci verrà facile anche scoprirli negli altri; se invece guardiamo solo gli aspetti negativi, li vedremo in noi stessi e negli altri.
Quando riusciamo a trovare dentro di noi pensieri che si armonizzano con i nostri desideri e ci prendiamo cura di ciò che proviamo, raggiungiamo un equilibrio personale e siamo in grado di offrire il nostro ascolto alle persone che amiamo. Smettiamo di voler convincere l’altro a fare a modo nostro ed esercitiamoci invece a un profondo senso di rispetto, di fiducia e di accettazione: ogni cosa ha un senso e ci sta insegnando qualcosa. La consapevolezza che ognuno di noi fa del proprio meglio ci consente di ascoltare e accogliere quell’anima luminosa che siamo e quell’anima altrettanto luminosa che sono gli altri, all’interno di un rapporto di rispetto reciproco ed empatia.


di Giuditta Mastrototaro
Pedagogista ed esperta nelle relazioni educative, curatrice del sito Pedagogia basata sull’empatia.


Bibliografia

J. Bowlby, Una base sicura, Cortina, 1989.
E. Hicks e J. Hicks, La legge dell’attrazione e le relazioni affettive, Tea, 2001.
G. Thomas. Relazioni efficaci. Come costruirle, come non pregiudicarle, La meridiana, 2001
G. Thomas, Genitori efficaci. Educare figli responsabili, La meridiana, 1997.
G. Mastrototaro, Nascere e crescere alla luce dell’educazione empatica, Streetlib, 2005.
M. B. Rosenberg, Comunicazione empatica, Edizioni Esserci, 2011.
M. B. Rosenberg, Le sorprendenti funzioni della rabbia. Come gestirla e scoprirne il dono, Edizioni Esserci, 2003.
W. Ury, Il no positivo, Tea, 2013.

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