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Emergenza scuola intervista

In occasione dell’uscita del loro libro Emergenza scuola, abbiamo intervistato Patrizia Scanu, docente liceale di Scienze umane e psicologa libera professionista, e Giuditta Fagnani, psicologa dell’età evolutiva e psicoterapeuta sistemico-relazionale. Le autrici si sono soffermate sul rischio di compromettere lo sviluppo delle generazioni più giovani penalizzando il sistema scolastico.

Intervista a Patrizia Scanu e Giuditta Fagnani

A chi si rivolge il vostro libro “Emergenza scuola”? Qual è stato il vostro obiettivo nello scriverlo?

Patrizia Scanu – Il libro si rivolge soprattutto a genitori e insegnanti e in generale a chi ha a cuore la crescita sana dei bambini e degli adolescenti. L’intenzione è quella di fornire un agile strumento per informarsi sull’aspetto più grave e trascurato delle misure sanitarie, ovvero i danni psicologici sui più giovani, e per avere indicazioni su come limitarne gli effetti.
L’idea è venuta all’editore dopo la conferenza stampa che Giuditta e io abbiamo tenuto il 9 settembre 2020 alla Camera dei Deputati sul tema Salute e benessere nella scuola dell’emergenza sanitaria, su invito dell’Onorevole Sara Cunial. Il libro tenta di colmare la grave lacuna informativa sull’argomento, che coinvolge la quasi totalità dei bambini e dei ragazzi italiani.

Giuditta Fagnani – Il libro è principalmente rivolto a operatori scolastici di ogni grado (insegnanti, dirigenti scolastici, operatori), genitori e professionisti dell’area salute (pediatri, psicologi, psichiatri, pedagogisti). Lo scopo nello scrivere questo libro era per me quello di sollevare dubbi, aprire la possibilità di una visione critica e più ampia della situazione scolastica attuale, stimolare una discussione tra le parti al fine di raggiungere il comune obiettivo di chiedere a gran voce una scuola degna di questo nome.
L’obiettivo è anche quello di tornare a guardare ai nostri bambini e ragazzi come patrimonio unico e prezioso, salvaguardando i loro diritti, primo tra tutti quello alla salute e all’istruzione. Altro obiettivo è quello di abbassare il livello di paura per recuperare le risorse di resilienza, ricordando l’importanza dei molteplici aspetti di cui la vita è composta.

Ritenete che vi sia una consapevolezza sufficiente nella popolazione scolastica (insegnanti e famiglie) di quello che sta avvenendo e dei danni che stiamo provocando ai bambini e ai ragazzi?

Patrizia Scanu – Francamente no. L’impatto psicologico di questa emergenza sanitaria, per un fenomeno di grave distorsione della realtà da parte dei media, è stato e continua a essere pressoché ignorato, come se si trattasse di un fenomeno secondario, poco rilevante rispetto all’obiettivo primario di evitare il contagio di uno solo dei numerosi virus che il nostro sistema immunitario incontra ogni giorno. Invece, è vero il contrario: come testimoniano i dati forniti dallo stesso CTS, il Covid-19 (se paragonato a sindromi influenzali simili) è una malattia pressoché irrilevante per bambini e ragazzi sia in termini di diffusione che di gravità, mentre i danni psicologici sono già gravi, diffusi e potenzialmente irreversibili, come attestano numerosi studi condotti in questi mesi.
In particolare, l’interruzione scolastica, che per un numero elevato di ragazzi si è tradotta in abbandono della scuola, rappresenta un danno irreparabile alla loro crescita. È un errore pensare che la loro capacità di adattamento sia un segno di salute. Quali effetti tutto questo avrà a lungo termine non lo sa nessuno, ma soprattutto non sembra importare quasi a nessuno.

Giuditta Fagnani – Ritengo che la criticità attuale sia percepita dai più, ma anche che venga accantonata per due motivi: chi ha i figli alla scuola primaria sa che per prima cosa i bambini vogliono andare a scuola e sono disposti a sopportare anche condizioni sfavorevoli pur di poter condividere tempo e spazio con i propri amici e con i propri insegnanti, questa ferrea volontà spinge i genitori ad accantonare dubbi e riflessioni.
Secondariamente abbiamo tutti tanti di quei problemi che preferiamo accomodarci, adeguarci, trovare il modo di andare avanti piuttosto che resistere, discutere, argomentare; siamo una popolazione stanca! Chi ha i figli a casa in didattica a distanza percepisce benissimo le criticità del momento e riesce anche a vederne altre (tra le tante l’induzione di dipendenza da web).

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In tutta Europa l’Italia pare l’unico Paese che ha chiuso le scuole.
Perché, secondo voi, un tale accanimento contro l’istituzione scolastica?

Patrizia Scanu – Confesso che, dopo aver visto smantellare la scuola italiana anno dopo anno per almeno due decenni e per comune volontà di tutti i governi, avevo già formulato tempo fa l’idea che l’ultima spallata potesse essere solo l’interruzione della scuola. Perciò devo dire che la decisione politica di tenerla chiusa per mesi (in Campania i bambini hanno frequentato solo per 14 giorni in sette mesi), nella sua folle irresponsabilità, non mi ha sorpresa. In effetti, essa è del tutto razionale se l’obiettivo è spazzare via quello che resta di buono della scuola italiana e di soddisfare gli appetiti di diverse lobby, prima fra tutte quelle delle aziende del digitale. Se invece l’obiettivo è preservare la salute di bambini e adolescenti, allora non c’è spiegazione alcuna. In Svezia, dove le scuole non hanno chiuso affatto e non c’è stato alcun confinamento coatto, la percentuale di ammalati di Covid-19 fra gli 0 e i 19 anni è stata dello 0,05%, la stessa della vicina Finlandia, che ha invece chiuso le scuole: non sono certo numeri sufficienti per imporre misure in grado di traumatizzare milioni di scolari.
Se si tenesse alla salute dei più giovani, occorrerebbero una comunicazione mediatica razionale e misurata, soprattutto obiettiva, un’attenzione ai bisogni di socialità, movimento, vita all’aria aperta, contatto fisico, sport, istruzione, stile di vita sano dei bambini e dei ragazzi. Finora si è visto esattamente l’opposto. Bisogna invece ricordare che il malessere psicologico è un fondamentale fattore che predispone alla malattia. Tutto quello che si sta facendo va nella direzione di generare paura, impotenza e rassegnazione, sospetto, isolamento sociale. È una situazione disumanizzante e pericolosa, specie per i ragazzini più fragili in termini di condizioni personali, familiari e sociali. La cosa più grave è che nemmeno i genitori e gli insegnanti sembrano percepire il rischio, che ai loro occhi pare lontano, molto meno concreto del virus. Eppure, basta parlare con i ragazzi per accorgersi di quanto ampio e profondo sia il loro disagio. Speriamo che il libro possa aiutarli a comprendere ciò che non si vede al primo sguardo.

Giuditta Fagnani – Non sono in grado di rispondere a questa domanda, ma credo che chiudere le scuole sia stata la soluzione più semplice, meno impegnativa, più snella. Ovviamente, a mio avviso, la più pericolosa dal punto di vista degli studenti.

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