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contro la dad

La società dovrebbe prodigare ai bambini le cure più perfette e più sagge, per ricavarne maggior energia e maggiori possibilità per l’umanità futura.
Maria Montessori

Mentre imperversa di nuovo il dibattito sulla scuola e, per quanto riguarda quella superiore, la (finta) diatriba “DAD vs DIP” (dove DAD sta per “Didattica a distanza”, lo sapranno anche i muri, e DIP per “Didattica in presenza”), le frasi di Maria Montessori ci indicano un cammino che rimane ancora (quasi) tutto da intraprendere. Sì, perché, nel nostro paese, ma naturalmente non solo, sarebbe davvero azzardato dire che le istituzioni, che la società, tentino di assicurare quanto sosteneva la grande pedagogista, nei fatti e non solo nelle parole.

Federica Villa, insegnante e curatrice del blog Dontwasteasunnyday, in cui ragiona di maternità e genitorialità, educazione e vita outdoor, scrive “contro” la DAD e a favore del ritorno sui banchi, non come mera protesta o polemica, ma come tentativo di riflessione per trasformare davvero la scuola.

Contro la DAD, ma non solo per la “distanza”: il problema della “didattica”

Gli studenti sono giustamente scesi in piazza, le contestazioni continuano, appunto, da mesi e mesi, ma il tutto spero non porti in secondo piano un aspetto centrale, o forse quello principale: il problema della DAD non sta tanto, e non solo, nella “D” di “Distanza” (che ora appare il punto più problematico), ma nella “D” di “Didattica”.
Tutto questo fervore, di cui la scuola (o meglio l’educazione) non ha mai goduto, prima d’ora, non porti insomma a rimpiangere un “buon tempo antico” mai esistito.

Certo, chi dice che i ragazzi già stavano male da prima, che la scuola già non funzionava sia dal punto di vista dell’apprendimento che delle relazioni, e dunque “tanto vale la DAD”, è disonesto, o assai superficiale, ma, ribadisco: non perdiamo di vista il fatto che la distanza ha solo reso più evidenti, stridenti e insopportabili le contraddizioni, le assurdità, le costrizioni da sempre in essere nel sistema d’istruzione “tradizionale”, e che sono come esplose una volta che i ragazzi sono usciti dalle aule.
Nella maggior parte dei casi, per incapacità, inesperienza, inerzia o disinteresse, la Didattica a distanza si è tristemente rivelata una goffa e del tutto inefficiente riproposizione di una didattica “frontale” che già faceva acqua da tutte le parti, con esiti facilmente prevedibili, almeno per chi già aveva una certa visione delle cose.

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I problemi (“pre-DAD”) della didattica tradizionale

Senza alcuna pretesa di esaustività o oggettività, mi piacerebbe elencare e ragionare su alcune questioni, tutte inevitabilmente collegate tra loro (sottolineando che, personalmente, è da quasi un anno che non posso fare a meno di rifletterci ogni giorno, da docente e madre):

  • L’autoritarismo
    Una scuola che si basi su relazioni non solo, per forza, “asimmetriche”, ma in più condite dal finto senso di rispetto e autorevolezza che si deve a chi esercita la paura e semina persino terrore negli studenti, può “funzionare” al massimo finchè  vari attori siano almeno nella stessa stanza, rivolti l’uno di fronte agli altri.
    Tutti hanno in mente le scene in cui, non appena l’insegnante si volta, esce dall’aula o si allontana in qualche modo, “allentando la presa”, lo studente “se ne approfitta”, “si distrae”, “alza la voce”. Immaginiamo il tutto con il docente e i discenti dietro a degli schermi, con il primo impegnato, fra l’altro, a somministrare verifiche, test e interrogazioni a chi vede solo da un rettangolo di pixel.
  • La coercizione
    La scuola tradizionale si basa sulla coercizione in tutto e per tutto: studenti “obbligati” ad andarci, a stare seduti, a seguire, ad appassionarsi a comando, a eseguire compiti, verifiche, a stare in silenzio, a intervenire, a partecipare, a riflettere.
    Dove c’è coercizione non c’è libertà (libertà di scelta, per dirla con la Montessori, ma anche di essere, di esprimersi, di trovare il proprio “modo”) e la libertà è qualcosa che non può mancare in un apprendimento autentico. Imparare significa innanzitutto esercitare la propria libertà, praticare la scoperta, farsi guidare dalla curiosità, in un clima che non conosce obbligo: niente di più lontano da quanto già andava in scena ogni giorno nelle aule scolastiche.
    I docenti che, anche nel sistema tradizionale, lavorano in questo senso, con questi obiettivi, sono rari ma non inesistenti, e con ogni probabilità stanno portando avanti una didattica mediata dal computer più stimolante di quella in presenza di molti altri colleghi.
  • La valutazione
    Uno dei punti più grotteschi è sicuramente il sistema dei voti che, anche qui, si è mutuato quasi senza sostanziali modifiche dalla didattica in presenza a quella a distanza.
    Non può bastare, infatti, rivedere il numero delle valutazioni o qualche criterio per assegnarle: il contesto attuale mette in luce in maniera incontrovertibile quanto sia fallace il mito dell’oggettività, dell’utilità di una valutazione che induce alla competitività, allo studio “in vista di”, alla veloce rimozione di quanto “ingurgitato” in fretta e furia con lo spauracchio di un numero.
    È da decenni che la scuola si interroga sulla questione e la situazione è tanto grigia che, da una parte, c’è chi festeggia perché, alla primaria, i voti sono diventati “giudizi” (l’ennesima riforma che dà solo una mano di bianco anzichè ripensare l’edificio), mentre, dall’altra, alcuni invocano il ritorno degli esami fin dai primi anni di frequenza.
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  • I contenuti
    Un sapere frammentato, con uno spezzettamento a volte imbarazzante in materie, sottomaterie, argomenti, persino paragrafi dei libri di testo (“questo sì, questo no”) non può che essere labile, inconsistente, volatile.
    Una didattica che, ancora una volta, non parte dalla libertà, e dunque dal reale interesse, dall’esperienza, da ciò che lo studente sa, è e vuole diventare, non sarà che un mero esercizio di memoria, “disciplina”, o, nei casi più fortunati, un misurarsi con qualcosa che difficilmente lascerà però un segno.
    Anche qui, gli ultimi anni hanno visto l’avanzare del concetto di “competenza”, di “stile di apprendimento” e “personalizzazione della didattica”, ma senza un intervento decisivo sull’impianto generale, che di fatto ostacola queste pur buone iniziative.
    Per dirne una: come portare avanti un progetto di ampio respiro basato sull’acquisizione di competenze trasversali (alle diverse materie) quando l’orario dei docenti (e degli studenti) non lo permette? Sembra una banalità, ma i vincoli pratici e burocratici sono veri e propri ostacoli all’”innovazione” (se possiamo usare un termine come questo per indicare buone pratiche che le pedagogie cosiddette “alternative” promuovono da almeno un secolo e che gli stessi antichi proponevano!).
  • Gli spazi e i tempi
    Quanto appena affermato investe il piano degli spazi e dei tempi. Come proporre, per esempio, una didattica esperienziale, partecipativa e collaborativa, nello spazio angusto di un’aula stipata di banchi, sedie e, naturalmente, studenti?
    L’era del Covid ha portato alla ribalta la cosiddetta questione, tuttora irrisolta, delle “classi pollaio”. Un problema di lunga data, che ha pesanti ricadute in termini qualitativi sul benessere di tutti quelli che la scuola la frequentano e la vivono.
    Per non parlare poi degli edifici che ospitano le scuole, simili a caserme e ospedali, degli spazi esterni spesso carenti o del tutto inutilizzati, anche quando presenti. Un ambiente specchio di una scuola logora, più che “vecchia”, insomma, che forse sembrava funzionare prima, ma che ora ha mostrato ampiamente i suoi limiti.
    Per quanto riguarda i tempi, anche qui vediamo l’estendersi del “tempo scuola” senza che vi siano ricadute positive in termini di benessere e serenità dello studente, e nemmeno di apprendimento, semmai il contrario!
    I migliori sistemi scolastici del mondo non costringono bambini e ragazzi a stare sui banchi e sui libri per 8-10 ore al giorno (contando i compiti e lo studio a casa). Less is more, dovrebbe essere la regola, ma nella scuola italiana la realtà è ancora una volta un’altra, e lo stesso vale ovviamente per la didattica a distanza, se questa replica supinamente quanto non si può fare nelle aule.
  • Le relazioni
    I ragazzi devono tornare a scuola soprattutto per socializzare. Certo, l’ultimo anno o quasi che li ha visti reclusi davanti agli schermi impone ora un urgente ritorno “in presenza”, per non peggiorare i già presenti danni psicofisici, di cui si pagherà il conto a lungo; il mito della scuola come luogo di socialità, amicizie ed esperienze di vita non può offuscare tuttavia una realtà fatta sempre di più di bullismo, assenteismo (di studenti e personale scolastico), relazioni tossiche (fra studenti e con i docenti).
    Si torna al fatto numerico: se ci riferiamo alla fisiologia, l’uomo è sì un animale sociale, ma non in un contesto così “allargato”. Nel giro di un intero ciclo scolastico, come si può pensare di conoscere abbastanza bene i propri compagni di classe, dal momento che questi sono 20, 25 o anche 29, quando la scuola non pone grande attenzione proprio a questo aspetto fondamentale?
    Educazione emozionale, empatia, gestione dei conflitti, team building, life skills sono parole che pur sono presenti da qualche anno nei corsi di formazione degli insegnanti, ma che non trovano poi effettiva cittadinanza nell’ordinaria routine scolastica.
  • La formazione degli insegnanti
    Altro nodo cruciale, senza cui, come disse anche l’ultima allieva della Montessori, Grazia Honneger Fresco, non si può sperare in un reale cambiamento. Gli insegnanti italiani soffrono di un vero e proprio deficit di preparazione pedagogica, psicologica, emozionale, neuroscientifica.
    Possono approdare all’insegnamento nei più svariati modi, anche in virtù di uno sbiadito diploma o di una vecchia laurea, entrando nella scuola dalla porta principale senza essersi mai chiesti cosa significhi educare, replicando quanto vissuto da studenti sui banchi di scuola; non sanno come “funzionino” il cervello e il corpo di un bambino o di un adolescente, nè come avvenga la magia dell’apprendimento. Altri studiano, si formano in maniera anche specifica, ma secondo paradigmi obsoleti che non contemplano appunto una preparazione pedagogica, psicologica e neuroscientifica, ma solo nozionistica e cognitivista.
    Investire miliardi di euro su uno “svecchiamento” che contempli la formazione tecnologica del corpo docente, senza porre la massima attenzione a tutto ciò, non può che portare all’ennesimo spreco di tempo, risorse ed energie.
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Torniamo a scuola, ma per cambiarla

Il discorso potrebbe essere ben più lungo e non soffre di banalizzazioni o generalizzazioni. Quel che mi preme è ribadire ancora una volta la necessità di un ritorno a scuola, data la completa inadeguatezza e dannosità, soprattutto sulla lunga distanza, dell’alternativa (era davvero la sola possibile?) che si è voluta propinare, la DAD, anche di quella “di qualità”.

Torniamoci però per cominciare a cambiarla, la scuola, a ripensarla dalle fondamenta, una volta per tutte. Ristabiliamo le priorità, almeno al suo interno, in un paese che ha definitivamente dimostrato di non averla fra le sue. Altrimenti, temo che la situazione non potrà che peggiorare ulteriormente, viste le tendenze sdoganate dalla DAD e da un non così recente modo “aziendalistico” di intendere la scuola.


di Federica Villa
Insegnante di scuola superiore di primo grado, mamma alla pari in allattamento e curatrice del blog Dontwasteasunnyday, in cui ragiona di maternità e genitorialità, educazione e vita outdoor.

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