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Movimento, resilienza e gioco libero: come non farseli mancare in pandemia

Sono (ancora) tempi difficili, in cui la resistenza e la capacità di gestire stress e cambiamenti continui (oltre al dolore per l’eventuale perdita dei propri cari, ma anche di un lavoro o la propria vita “di prima”) mettono a dura prova.
C’è però una dote che l’uomo ha sviluppato in maniera peculiare, nel mondo animale, e che, nei millenni della sua evoluzione, ha sempre dimostrato di padroneggiare alla perfezione: la resilienza.

Ne parliamo con Federica Villa, insegnante e curatrice del blog Dontwasteasunnyday, in cui ragiona di maternità, genitorialità ed educazione outdoor.

La resilienza in pandemia

Resilienza è letteralmente il “risalire sulla barca rovesciata”: la capacità di perseverare nonostante le difficoltà, attingendo alle proprie risorse interne e “ristrutturando” la realtà, facendo (come vuole il proverbio) “di necessità virtù”. Quale significato può assumere la parola, in tempi di pandemia?
Certo non inneggiare a una “nuova normalità” o “adattarsi” supinamente (come vuole una certa narrazione), tutt’altro: vuol dire piuttosto fare del proprio meglio per restare in salute, lucidi mentalmente e capaci di farsi “scuotere” dagli eventi avversi il meno possibile.
Continuare per la propria strada e stravolgere il meno possibile la vita nostra e dei nostri bambini, per non intaccare il loro sviluppo presente e futuro: proprio a loro dobbiamo infatti pensare, a quello che sarà il mondo dopo questo evento “epocale” e a quelli che diventeranno loro, dopo un periodo indefinitamente lungo che, in ogni caso, lascerà delle conseguenze.

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Le “buone abitudini”

Condurre una vita sana, da un anno a questa parte, è diventato urgente e più prioritario che mai: il Coronavirus ci ha messo davanti agli occhi le conseguenze di uno stile di vita (innaturale e antiecologico, per giunta) che indebolisce e infiamma il corpo.

La prima cosa è dunque stare il più possibile in salute, seguendo quelle che ormai vengono chiamate “buone abitudini”, e che sono invece dei bisogni fondamentali dell’essere umano: nutrirsi in maniera adeguata, muoversi, stare all’aria aperta, dormire il giusto numero di ore.
Ma l’uomo non è certo soltanto questo: ci sono la socialità, il contatto con altri esseri umani, la spiritualità, il senso del bello, lo svago, la realizzazione attraverso il proprio lavoro. Proprio ciò che da mesi è ormai minacciato, se non addirittura precluso: in nostro potere è però ancora moltissimo, e la pandemia può anzi essere un’occasione per comprenderne, una volta per tutte, l’importanza, invertendo o aggiustando la rotta, nel caso occorra.

Tra questi bisogni non procrastinabili (se non a costo di danni per il nostro benessere psicofisico) c’è il movimento: pensando alle origini dell’uomo, cacciatore-raccoglitore e non sedentario animale “in cattività”, possiamo ben capire che moltissimi dei cosiddetti “mali moderni” vengono proprio dalla sua mancanza: malattie dell’apparato cardiocircolatorio, ma anche problemi della psiche e del comportamento, obesità, disturbi endocrini, dell’apparato locomotore e neurodegenerativi. Non c’è patologia che non sia collegata all’abitudine del muoversi, possibilmente all’aria aperta, e che da questa pratica non possa trovare giovamento.
Il movimento non è opzionale, ma trova sempre meno spazio, nelle indaffarate giornate dell’uomo moderno, circondato da una serie di comodità piccole e grandi che lo ingabbiano e condannano, nel momento in cui gli “semplificano la vita”.

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Il bisogno di movimento per i bambini

Questo problema, sempre più allarmante (nonostante non sia stato ancora proclamato un vero e proprio “stato di emergenza”) è particolarmente urgente per i bambini: si pensa subito al problema del sovrappeso e dell’obesità, certo da non sottovalutare, con tutti i rischi loro collegati.
Si parla molto meno, invece, di altri danni, che eppure non sono meno evidenti: tanto per cominciare, le nuove generazioni sono sempre meno competenti, dal punto di vista psicomotorio, tanto che attività che prima si davano per scontate, per l’infanzia, come fare una capriola, correre o saltare senza infortuni, o ancora svolgere semplici esercizi di equilibrio o coordinazione, non sono più così ovvi.

Ma il movimento è fondamentale anche per lo sviluppo cerebrale: per un feto, un neonato, un lattante e così via, lungo l’intero arco di sviluppo dell’essere umano, l’attività motoria è vitale e condiziona la costruzione della mente, come le neuroscienze indagano ormai da tempo, anche se la cosa suona ancora come “provocatoria”, confermando le intuizioni di alcuni pedagogisti ormai “di vecchia data” come Maria Montessori.
«Un aspetto fondamentale dello sviluppo riguarda il controllo motorio e il coinvolgimento diretto del bambino: esso ha importanti ricadute sulle funzioni cognitive e pone l’accento sullo stretto intreccio che esiste tra mente e corpo in ogni età della vita” scrive Alberto Oliverio, biologo ed esperto di psicobiologia e neuroscienze.

Esiste, poi, per esempio una correlazione diretta fra sviluppo motorio e del linguaggio, come si era resa conto il grande medico e poi pedagogista marchigiana.
Muovendosi, giocando (ma di gioco libero, sempre meno frequente e possibile, rispetto a una volta) i bambini sviluppano anche le loro competenze sociali ed emotive, non meno importanti di quelle cognitive. Eppure si continua a privilegiare quest’ultimo aspetto, fin dalla scuola dell’infanzia, mirando più ai traguardi dell’”intelletto”, secondo una concezione che ancora scinde le due cose, tipicamente occidentale.

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Tornando ai tempi che corrono, muoversi, sperimentare il proprio corpo e misurarsi in attività fisiche e pratiche è anche un fondamentale modo per aumentare la resilienza, la propria autostima, il senso di autoefficacia e la propria felicità, dato che a livello ormonale si attivano meccanismi legati a endorfine e serotonina che ci rendono di buon umore e ci consentono di affrontare con più lucidità e ottimismo la vita e le sue sfide, a 360 gradi.
A essere resilienti e ottimisti, infatti, si impara, non si nasce: come per la forza o la resistenza e altre qualità motorie, si tratta di doti allenabili, non di talenti che solo alcuni avrebbero.
E così, pensando ai bambini, praticare uno sport, ma anche, semplicemente, muoversi all’aria aperta, rappresenta una formidabile occasione per accrescere la propria capacità di perseverare, rialzarsi dopo le cadute (in senso metaforico e non) e ristrutturare positivamente gli eventi.
I bambini che si muovono e assecondano questo fondamentale bisogno dell’essere umano sono insomma più solidi anche dal punto di vista psicologico, più consapevoli di sé e dell’altro.

Non solo sport, però, si diceva: in un periodo in cui le attività sportive sono precluse o fortemente limitate, fare di necessità virtù, per i genitori e gli educatori in generale, può significare riscoprire il valore del gioco libero, il più possibile in natura.
Questo viene infatti sempre più sacrificato a favore di attività “preconfezionate”, fra cui quelle sportive, che non sempre si rivelano ottimali per lo sviluppo dei piccoli.

Bambini e natura: la lezione di Maria Montessori

«Nel nostro tempo e nell’ambiente civile della nostra società, i bambini  vivono molto lontani dalla natura e hanno poche occasioni di entrare in intimo contatto con essa o di averne diretta esperienza», scriveva Maria Montessori, a metà del secolo scorso, parlando poi della paura che gli adulti hanno della natura, nelle sue molteplici manifestazioni.

Di quanto è cambiata la situazione?
Purtroppo di poco, troppo poco, se non è peggiorata, tra tecnologia e nuove comodità, la fretta della modernità e i “pericoli del mondo” che si sono nel frattempo ingigantiti.
Cerchiamo però di cogliere l’occasione offertaci dalla pandemia, da questo tempo per molti versi ancora sospeso, e affidiamoci proprio a loro, ai bambini, per recuperare anche noi un po’ di slancio, stando di più in natura in loro compagnia.
E non serve insegnare gran che, ci consola ancora Maria Montessori: «Noi dobbiamo ai bambini una riparazione più che una lezione. Dobbiamo guarire le ferite inconsce, le malattie spirituali, che già si trovano in questi piccoli graziosi figli dei prigionieri dell’ambiente artefatto».


di Federica Villa
Insegnante di scuola superiore di primo grado, mamma alla pari in allattamento e curatrice del blog Dontwasteasunnyday, in cui ragiona di maternità e genitorialità, educazione e vita outdoor.


Bibliografia

M. Montessori, La scoperta del bambino, Garzanti, 1999.
A. Oliverio, Le età della vita: dal movimento al linguaggio, Università Sapienza di Roma, disponibile qui

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