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papà o mammo

Sarà capitato a ognuno di voi, sfogliando riviste o leggendo qua e là sul web, di imbattersi nel termine “mammo”, per riferirsi al ruolo di mamma interpretato però dal papà.
Perché è ora di superare la visione secondo la quale i papà che si prendono cura dei figli, assolvendo quindi a quelle funzioni che, tradizionalmente, erano proprie delle madri, sono dei “mammi”? Ne parliamo con Silvana Parisi, puericultrice e psicomotricista, che si occupa di mamme e bambini da più di trent’anni.

Un’etichetta scomoda

Trovo alquanto deprimente che ancora oggi, in un tempo in cui la realtà genitoriale si è profondamente modificata, si possa utilizzare un termine tanto inutile quanto fastidioso. Grazie al mio lavoro di supporto alle neo-famiglie, sempre più spesso mi capita di confrontarmi innanzitutto con i papà a riguardo di questa etichetta e sono proprio loro i primi a risentirne perché è come se il ruolo paterno non esistesse, o non fosse così importante al pari di quello materno.
È vero, madre natura ha dotato la donna, nella maggioranza dei casi,  di un’anatomia che le consente di portare in grembo la creatura e di allattare, ma ciò non toglie che il ruolo paterno sia un perno fondamentale su cui si fonda e si forgia tutto il processo.
Perché allora continuare a utilizzare il termine “mammo” quando la natura ha previsto anche il ruolo paterno nella vita degli esseri umani?
E come si sentono realmente i papà a cui viene assegnata questa definizione?
Fuori posto, perché stanno interpretando un ruolo che non appartiene loro, un ruolo che viene relegato ad “attività di genere”.
Un padre che provvede all’accudimento e alla crescita dei propri figli non fa altro che svolgere il proprio ruolo genitoriale.
Il papà, infatti, non è (più) soltanto colui che pensa al mantenimento materiale della famiglia, ma è anche (finalmente) colui che vive e cresce i propri figli, sempre più implicato emotivamente in questo compito.

La responsabilità di fare il genitore

Vero è che c’è ancora molto lavoro da fare.
Non è raro sentire nei discorsi tra mamme frasi del tipo “mio marito mi aiuta con i bambini…”; perchè mai dovrebbe trattarsi di un aiuto? Si tratta di un dovere nei confronti dei propri figli!
Credere pertanto che sia semplicemente un aiuto accessorio nei confronti della mamma, non solo non riserva la giusta importanza a chi davvero vuole sentirsi padre, ma solleva dalle responsabilità quei papà che si nascondono dietro alla figura materna per non assolvere ai loro doveri di genitore (sono rari, ma ci sono purtroppo).

I papà nel mondo

Basta fare una piccola ricerca sul ruolo paterno negli altri Paesi nel mondo per capire come in Italia ci sia ancora molta strada da percorrere, in particolare nella legislazione che riguarda la sfera lavorativa e la possibilità di ottenere il congedo parentale per la paternità.
I Paesi del Nord Europa, come di solito accade, sono all’avanguardia sui diritti delle famiglie: in Norvegia, per esempio, i papà possono beneficiare di circa 46 settimane di congedo pagate al 100%; in Germania i papà hanno diritto a un congedo di 12 mesi.
È però la Spagna a detenere il primato, dove i giorni di congedo sono uguali per mamma e per papà.
E in Italia? 10 giorni di congedo, non dico altro. Anzi, aggiungo che sia alquanto imbarazzante pensare che questa elemosina sia in attivo solo dal 2013.
Non è che forse, nel nostro Paese, conviene chiamare “mammo” i papà? Probabilmente fa comodo pensare che ad assolvere il ruolo genitoriale sia soltanto la mamma, altrimenti sarebbe necessario rivedere alcuni diritti, non credete ?
Eppure i papà ambiscono e aspirano ad altro: svolgere il loro ruolo genitoriale in quanto padri, con annessi diritti e doveri che questa meravigliosa avventura riserva.


di Silvana Parisi
Puericultrice, psicomotricista, naturopata e sleep consultant certificata. Fondatrice del progetto Puericultrici italiane Newborn & Family care e del sito www.puericultricesilvana.it, si occupa di mamme e bambini dal 1989.

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