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Quanto dura il travaglio? Ecco tutte le fasi

Quanto dura il travaglio? Quali sono le fasi del travaglio? Quando andare in ospedale?
Beatrice Sapori, referente certificata Il Parto Positivo e Babybrains, spiega quello che succede durante il travaglio e il parto, descrivendone le fasi e rispondendo a quelle che potrebbero essere le domande delle mamme.

Quanto dura il travaglio

Il nostro tempo e il tempo del neonato sono pressoché inconciliabili.
Il secondo è di una lentezza prossima all’immobilità. Il primo, il nostro, è di un’agitazione prossima alla frenesia.
Del resto noi non siamo mai “lì”. Siamo sempre altrove.
Nel passato, nei nostri ricordi.
Nel futuro, nei nostri progetti.
Siamo sempre prima e dopo.
“Adesso”, mai.
Per poter incontrare il neonato occorre uscire dal nostro tempo, che corre furiosamente.
Frèderick Leboyer

In questo articolo vorrei accompagnare le mamme alla scoperta di quello che succede durante il travaglio e il parto non soffermandomi però sui cambiamenti fisiologici che avvengono nel loro corpo, ma rispondendo agli interrogativi più comuni.
Queste, per lo meno, sono state le mie domande, quando ad aspettare ero io, ma anche quelle che le donne che accompagno solo solite porsi. Cosa mi succederà? Chi può aiutarmi? Quando sarà l’ora di andare in ospedale?
Prima di addentrarmi nella descrizione delle fasi, vi lascio una definizione chiara e concisa di Anita Regalia, ginecologa con esperienza trentennale e madre di quattro figli, che riassume molto concretamente un vissuto materno fisico ed emozionale, spesso così profondo da far fatica a sintetizzare: «Il travaglio è l’inizio della graduale apertura del grembo materno che ha dato sicurezza e protetto per nove mesi bambino. La mamma e suo figlio cominciano un lento processo di separazione in cui il bambino avverte l’imminenza di un cambiamento e la madre lo accompagna senza perdere il contatto. Il tempo varia da parto a parto, da figlio a figlio, da momento a momento della vita di ogni donna».
La dottoressa descrive, come piace a me, un processo di separazione, di cambiamento, non un traguardo. Non è l’arrivo, non è la fine della gravidanza, né l’inizio della maternità, ma un passaggio.
E quando inizia questo passaggio?

Le fasi del travaglio

Fase prodromica

Il primo grande segnale che comunica l’avvicinamento del parto è l’attività contrattile dell’utero della madre che nelle ultime settimane di gravidanza inizia a intensificarsi, assumendo un ritmo piuttosto irregolare nella durata e nell’intensità.
Non è facile, in particolare per chi aspetta il primo figlio, avere totale fiducia nelle proprie competenze e le domande, generalmente assillanti, di ogni mamma che si avvicina al parto sono proprio: ogni quanto devono essere le contrazioni? Quanto durano? Quando è ora di andare all’ospedale?
Ancora più difficile è dare una risposta. Spesso viene semplicemente spiegato che quando le contrazioni sono ravvicinate, una ogni 5 minuti, si può andare all’ospedale.
Seppur possa comprendere la necessità di dover dare un’indicazione precisa alle mamme che hanno optato per il parto ospedaliero permettendo loro di recarsi al punto nascita nel momento migliore, credo profondamente che il cambiamento all’assistenza al parto possa evolversi, iniziando proprio dall’ormai sempre citato empowerment, già nella risposta a questa domanda: lo sentirete, saprete che è ora, il vostro corpo è fatto per partorire, abbiate fiducia nelle vostre competenze. Una risposta così, unita all’invito agli incontri di accompagnamento alla nascita e al supporto emotivo, potrebbe essere più efficace di un “quando le contrazioni sono ogni tot, per tot ore”.
Credo sia importante conoscere, e quindi doveroso scrivere, della variabilità di questa fase, come di tutto il travaglio, che comprende una moltitudine di fattori:

  • Caratteristiche materne: morfologia del canale del parto, corporatura, variabilità delle contrazioni uterine, e vissuto materno (passato e presente).
  • Caratteristiche fetali: dimensione e posizione del feto.
  • Interferenza legata al luogo del parto e della cultura ostetrica del rischio, che modificano più o meno consapevolmente il momento dal quale si fa partire l’orologio.
  • Modalità di assistenza al travaglio diversa tra ospedali e luoghi del parto.

Una cosa importante da tenere a mente è che durante i prodromi (cioè le prime contrazioni che porteranno al travaglio attivo) e nella successiva fase dilatante, si tende a valutare la progressione del travaglio considerando unicamente due elementi: l’attività contrattile (per mezzo del monitoraggio) e l’effetto che l’attività contrattile ha nella modificazione della cervice.
Anche tra le partorienti, infatti, è piuttosto comune aspettarsi una valutazione dello stadio del travaglio solo tramite esaminazioni vaginali volte a dare un numero, quasi a ricordare il voto di scuola: più è alto, più andate bene, più siete state brave.
In realtà, la progressione del travaglio comprende moltissime modificazioni non focalizzate unicamente sulla dilatazione cervicale che è appunto soltanto uno dei segnali della progressione del travaglio. L’andamento potrebbe essere invece valutato da moltissimi altri segnali: le reazioni della donna, i messaggi verbali e non verbali, le modalità di respirazione, le reazioni comportamentali ed emozionali.
Questo le ostetriche lo sanno, i protocolli a volte meno.
Tornando alla fase prodromica, è generalmente caratterizzata dall’incertezza della donna (ci siamo? Non ci siamo? Sarò in travaglio?) che può facilmente indurla alla tentazione di delegare ad altri il verdetto finale: “Signora, andiamo in sala parto” o, al contrario, “Signora, può tornare a casa, è un falso travaglio”, sentenza che ha un peso sostanzioso nella donna che attende con ansia e a volte ha paura dell’incontro con il suo bambino.
Raccontare alle donne che non esistono falsi travagli o contrazioni non buone è fondamentale se il fine è quello di promuovere la salute e garantire un’esperienza positiva di parto.
Ogni contrazione è buona, ogni contrazione lavora nella modificazione dell’utero; anche se la cervice non risulta ancora modificata o la contrazione non raggiunge il picco massimo non significa che non sia stata efficace e soprattutto che non sia stata dolorosa. Nessuno può permettersi di giudicare il dolore e le sensazioni della donna, che anzi dovrebbero essere un segnale che guida la donna stessa e gli operatori che l’assistono.
In questa fase può essere utile per la partoriente ridurre al minimo le interferenze esterne, cercare di non contare i giorni mancanti perché nessuno, se non il bambino, possono dire quando nascerà. Questa fase potrebbe durare poche ore o alcuni giorni e potrebbe iniziare o essere accompagnata dalla perdita del tappo mucoso.
L’ideale in questa fase, e in generale nelle ultime settimane di gravidanza, è cercare di fare attività che possano dare sollievo e buon umore alla mamma; tra queste vale anche concedersi di non fare niente o, se avete piacere, potete passeggiare, regalarvi un massaggio, un bagno caldo, una cena fuori. Potete dedicarvi alla respirazione, ai rilassamenti, riposare e comunicare con il bambino. Qualsiasi cosa che possa aiutare la naturale produzione di ossitocina, dimenticandovi metodi che possano facilitare l’avvio del travaglio: qualsiasi metodo, anche naturale, è un mezzo per indurre il corpo e il bambino a fare qualcosa per cui non sono ancora evidentemente pronti, e questo non può che portare a interferenze maggiori e stress evitabili per entrambi.
Non abbiate fretta, la pazienza in questo tempo è il primo atto di amore che una mamma può avere. Ricorda Elena Balsamo: «Dategli tempo, lui viene dall’eternità».
Riassumendo, dunque, la durata di questa fase è indefinita e molto variabile e vi accompagnerà dolcemente nella cosiddetta fase attiva.

Fase attiva

In questa fase le doglie sempre più intense e ravvicinate, ormai regolari, porteranno la cervice a una modificazione totale (dai 4 ai 10 cm circa). Vale la pena ricordare che le esaminazioni vaginali non sono accurate e dovrebbero essere ridotte al minimo (nessuna evidenza tra l’altro ne supporta l’utilizzo per routine!).
Anche in questa fase si possono osservare cambiamenti oggettivi nella donna senza il bisogno di interferire tramite esaminazioni vaginali: la donna spesso entra in una specie di trance, molte donne riescono a sfruttare le pause per respirare profondamente, spesso anche dormendo.
In questa fase la madre è portata a concentrarsi su se stessa e sul suo bambino, in una dimensione di ascolto interiore dove il mondo fuori non conta più. Il dolore è più intenso, la donna respira più profondamente a volte emettendo anche dei vocalizzi. Spesso sente necessità di muoversi per gestire il dolore, ma allo stesso tempo cerca posizione comode e ben sostenute per recuperare nei momenti di pausa. Molte donne in questo momento sentono la necessità di isolarsi, sole o con la persona di fiducia, preferiscono stare al buio ed è estremamente necessario non interferire.
Questo è il momento ideale per chiamare le ostetriche, la doula o per recarsi in ospedale se è il luogo che avete scelto, tenendo chiaramente conto di tutte le variabili: la distanza dal luogo pianificato, se è il primo parto o se avete altri figli, se ci sono fattori di rischio e così via.
Il passaggio dal proprio nido all’ospedale non può che modificare il sentire della donna e quindi l’assetto ormonale che determina il parto: è infatti comune assistere a rallentamenti di questa fase quando la donna non può permettersi di vivere questo stato di trance perché obbligata a percorsi standard, compilazione di moduli, visite e domande all’ingresso del pronto soccorso.
Un aiuto valido potrebbe essere delegare al papà o a chi vi assisterà quante più cose possibili: lasciare che sia lui a rispondere ai dati anagrafici, a presentare i documenti, il piano del parto. Anche un piccolo gesto può fare molto per la mamma che si trova a vivere questa fase.
E così prosegue il travaglio, questo processo involontario che, come ci ricorda Michel Odent, nessuno può aiutare, si può solo non disturbare!
Giunte a dilatazione completa è piuttosto comune che, prima di iniziare la fase espulsiva, sentirete come un piccolo arresto del travaglio. Spesso viene definita fase di transizione, sempre nell’ottica di voler suddividere, catalogare, etichettare ogni dettaglio.

Fase di transizione

In questa fase le donne avvertono il desiderio di riposare profondamente prima di sentire una ripresa rapida e potente del ritmo delle doglie.
Capita che la mamma abbia timore di non riuscire a giungere alla fine del parto, potete sentirvi esauste, al limite della sopportazione, potreste aver paura di morire e implorare per un cesareo o un aiuto esterno. Questo momento è importante da conoscere proprio per evitare inutili interferenze o procedure volte ad accelerare il parto. Sono segnali di arrivo, subito seguiti dalla sensazione di premito: ci siamo, il bambino vuole nascere, non resta che lasciarlo fare.
In questa fase potrebbe anche rompersi il sacco amniotico (a meno che non ci sia stata una rottura pretermine delle membrane).

Fase espulsiva

È il passaggio finale, con un nome che non rende minimamente giustizia al vissuto. Espulsiva significa letteralmente “Mandare via, allontanare, di solito per provvedimento disciplinare”.
Durante i miei laboratori parliamo di “respirare fuori il bambino”, lasciare che nasca, perché di questo si tratta: lasciarlo andare prima di ricongiungerci in un abbraccio e nei corpi nudi. Lasciarlo andare, la prima separazione di una lunga serie che ci attende nella vita. Vai figlio mio, ma quando vuoi torna, sono qui per te. Ti lascio fare, ma ci sono.
Dal punto di vista fisiologico le doglie tornano a essere regolari e intense; la donna avverte una sensazione di forte pressione che genera come una spinta involontaria. Può capitare che vengano rilasciate delle feci, significa che il bambino è vicino. In questa fase il bambino compie un movimento a stantuffo: un passo avanti, un poco indietro, un altro avanti e un poco indietro. Autonomamente il bambino compie un movimento di rotazione all’interno del bacino e collabora con la mamma: vuole venire al mondo!
Alcune donne in questa fase si sentono meglio, più coinvolte attivamente e motivate all’idea di essere quasi arrivate; alcune avvertono più o meno bruciore. La durata è di nuovo estremamente variabile: potrebbe durare mezzora, ma anche due ore. Come per tutto il resto del travaglio, la fretta è una delle più grandi nemiche e quello che spero sempre che le mamme sappiano è che nessuno può dire loro quando sarà il momento di spingere. Lo sentirete, sarà una sensazione così intensa da non potere fare altro che assecondarla. E quando arriva, può essere più utile pensare che il bambino sa e voi potrete sostenerlo con il respiro o con la voce, avendo ben chiaro che nel parto, come in gravidanza, non siete mai sole: il bambino è competente anche quando è ancora nell’utero materno, anche quando sta passando nel canale del parto sa e collabora, punta i piedi e nasce, con il vostro respiro, insieme.

E poi è un attimo e il bambino è fuori, tenero e umido come un mollusco sgusciato fuori dal ventre materno che sul ventre fa ritorno. Eccolo, è lì. Silenzio. Non disturbate. Non interferite. Avvicinatevi in punta di piedi come i pastori di Betlemme. Questo grumo di carne è un miracolo vivente. Dategli tempo per aprirsi alla vita. Nessun tocco è abbastanza delicato per lui in questo momento. Nessun suono abbastanza lieve se non il soffio della voce paterna. Dategli tempo. Lui viene dall’eternità.
Elena Balsamo

Il secondamento: la fuoriuscita della placenta

Il bambino ora è lì, pelle contro pelle, osserva la mamma, la riconosce e forse ha già iniziato a poppare. Ma bisogna partorire anche la placenta. Un ultimo sforzo, spesso quasi non percepito e ricordato grazie alla scarica di endorfine che vi lasceranno completamente assorbite dalla nuova vita che poggia sul vostro petto.
A livello fisiologico, la placenta per nascere ha bisogno degli stessi ormoni che hanno fatto nascere il bambino; necessita quindi di ossitocina, amore, calma. Ha bisogno che la mamma stia bene, che si senta al sicuro e protetta.
Il bambino, in particolare se posto sul ventre della mamma, potrebbe iniziare la sua arrampicata verso il seno (il cosiddetto Breast Crawling) e, arrampicandosi, potrebbe tirare dei piccoli calcetti sull’addome della mamma, stimolando così le ultime contrazioni uterine e la fuoriuscita della placenta. Un organo incredibile, completamente nuovo, che è stato creato e ha nutrito per nove mesi il bambino in utero.

Il clampaggio del cordone ombelicale

Tra la nascita del bambino e la nascita della placenta, se la nascita è avvenuta in ospedale, è piuttosto frequente che venga clampato e tagliato il cordone ombelicale.
Decisione che, è sempre bene ricordare, può essere discussa dai genitori prima della nascita affinché la scelta sia davvero consapevole. Tagliare precocemente il cordone, infatti, può influire negativamente sulla salute neonatale e sull’adattamento alla vita extrauterina e questo vale anche quando il cordone viene clampato per donare il sangue (sangue neonatale e non sangue cordonale).

Il periodo sensibile per un buon attaccamento

Nata anche la placenta, il parto può considerarsi concluso, ma ancora una volta questa divisione in fasi non riflette necessariamente il vissuto della donna che vive invece questi passaggi come un continuum.
Mamma e figlio dovrebbero ora essere lasciati indisturbati, in intimità, magari in penombra o alla luce di una candela. Queste ore, durante le quali i due corpi che per un attimo si sono separati, tornano in un’unica simbiosi, vengono definite come periodo sensibile per l’instaurarsi di un buon attaccamento.
Ancora una volta, i due hanno solo bisogno di essere lasciati in pace. Il bambino in questo momento crea il suo imprinting batteriologico, ma soprattutto inizia la formazione di un legame che segnerà il bambino per tutta la vita. Ogni procedura non strettamente necessaria può essere ritardata (mi riferisco alla pesata o al bagnetto).
Con la speranza che questo articolo vi aiuti a immaginare il travaglio come un passaggio talmente iniziatico da non poter essere in nessun modo classificato e suddiviso secondo tempi o etichette standardizzate, concludo ricordandovi che ogni donna, ogni bambino e ogni travaglio sono unici e non possono essere classificati.

Lasciatelo stare. Lasciatelo fare. Lasciategli il tempo. Il sole si alza forse di colpo? Tra il giorno e la notte non indugia forse l’alba incerta e lenta, maestosa gloria dell’aurora? Lasciate alla nascita la sua lentezza e la sua gravità.
Frèderick Leboyer


di Beatrice Sapori
Referente certificata Il Parto Positivo e Babybrains, cura il sito Venire al mondo, dare alla luce.

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