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mamma e bambino

Quando una donna si trova con un test di gravidanza positivo tra le mani viene inondata da emozioni intense, ma anche da un’infinità di domande. Una di queste è proprio: il mio bambino potrà sentirmi?
Sì! Esiste una forte connessione tra mamma e bambino che va oltre le parole. Si tratta di un altro tipo di linguaggio del corpo che non necessita di essere appreso se si segue l’istinto.
La pedagogista neonatale Morena Drago spiega come, nel momento in cui il bambino inizia a formarsi e a crescere nel corpo della mamma, ciò che accade all’una si riversa sull’altro e viceversa, non solo a livello biologico ma anche psico-emotivo. Avere la consapevolezza di queste conoscenze teoriche a proposito del legame unico tra mamma e bambino, farà sì che sarà più semplice sfatare alcuni falsi miti a proposito dell’alto contatto, per aprirsi verso una sempre più diffusa cultura basata sulla disponibilità fisica ed emotiva.

Risposte tattili ed emotive già dentro la pancia

Durante i nove mesi nel grembo materno il bambino farà plurime esperienze sensoriali e motorie e quando nascerà la sua mente non sarà sprovvista di ricordi: le esperienze che vivrà attraverso i sensi nella vita intrauterina saranno infatti propedeutiche a tutto ciò che gli accadrà dalla nascita in poi.
Dal punto di vista fisico, il primo senso a comparire è proprio il tatto, che si presenta già in fase embrionale. Si è osservato come il bambino sobbalzi toccandogli le labbra a sole 8 settimane di gestazione, mentre a 14 settimane tutto il corpo reagisce alle impressioni tattili. Dal quarto mese di gravidanza il feto risponde attraverso il movimento a lievi pressioni sull’utero. Proprio il ripetersi di questa stimolazione, a volte involontaria, altre volte più intenzionale, da parte dei genitori, stabilisce un attaccamento prenatale che prepara la base della relazione affettiva dopo la nascita.
Il tatto è il senso della reciprocità per eccellenza, in quanto toccare implica anche l’essere toccati e consente, già in fase fetale, di creare un engramma positivo, ossia una traccia mnemonica depositaria di un certo contenuto informativo, conservata nel tessuto nervoso. Nel grembo materno il bambino inizia a memorizzare questa comunicazione tattile, creando così le prime basi dell’apprendimento.
Dal punto di vista emotivo nel cervello del bambino, già durante la gravidanza, si produce una memoria con l’informazione di essere riconosciuti e accettati. Dunque, anche durante la vita prenatale il bambino è in grado di percepire il grado di accettazione che la sua mamma ha per lui.
Grazie a questi processi abbiamo un duplice risvolto che si traduce in apprendimento prenatale e attaccamento prenatale. La pelle e il cervello sono i due organi che si formano grazie allo stesso foglietto germinativo, l’ectoderma, entro i primi 15 giorni dal concepimento e avranno un affascinante rapporto di interrelazione per tutta la vita!
Dopo la nascita i cervelli di mamma e bebè continuano a danzare in una relazione intrecciata ed è meraviglioso quanto madre natura sia grande nel prendersi cura di tutto ciò, anche quando noi non ne siamo consapevoli.
Già durante il travaglio e con il parto la mamma inizia a secernere ossitocina, alleata dei mammiferi, che ha una duplice funzione: liberata nel flusso sanguigno dall’ipofisi funge da ormone, generata dall’ipotalamo nel sistema nervoso funge da neurotrasmettitore, influenzando alcune aree del cervello che, a loro volta, regolano l’attività del sistema nervoso autonomo.
Grazie all’ossitocina, chiamata anche “ormone dell’amore”, si avvia un circuito virtuoso che facilita le interazioni sociali, favorendo la creazione di legami emotivi stabili e di conseguenza la relazione di attaccamento con il figlio.

Prendersi cura del neonato non è “viziarlo”

Quando ci prendiamo cura dei bambini in modo caloroso e amorevole, attraverso la vicinanza e il contatto fisico, abbracciandoli, cullandoli, praticando il babywearing, non solo quando sono neonati, ma anche durante i primi anni di vita, aumenta reciprocamente il senso di sicurezza e fiducia che accompagnerà i più piccoli durante la crescita.
Bisogna però ammettere che veniamo da anni di consigli errati, dati spesso in buona fede, ma comunque fuorvianti. Quante volte una neomamma si sente dire “Non tenerlo troppo in braccio che altrimenti prende il vizio”.
Rispondere al bisogno di accudire è fisiologico per tutti i mammiferi e non dovrebbe essere travisato nella specie umana, perché ricordiamoci che anche noi siamo mammiferi e non dovremmo andare contro le leggi della natura. Prendersi cura attraverso il contatto fisico viene ancora erroneamente additato come uno sbaglio, ma la scienza sta venendo in nostro aiuto per dimostrare il funzionamento del cervello umano e la fisiologia della vicinanza fisica, del contatto e del contenimento.
Noi umani siamo la specie di mammiferi più lenta in assoluto a raggiungere autonomia fisica e cognitiva. Alcuni animali, come il vitello o il puledro, sono in grado di elevarsi sugli arti poco tempo dopo la nascita. Il cervello umano arriva a completamento dopo la maggiore età e rimane comunque un organo estremamente plastico, infatti siamo per esempio in grado di continuare ad apprendere durante tutto l’arco della vita.
Abbiamo anche la certezza, comprovata a livello scientifico, che il contatto fisico aumenta il rilascio di ossitocina e il benessere, mentre riduce lo stress e l’aggressività e consente il rafforzarsi delle interazioni interpersonali.
Il contatto è inoltre uno dei bisogni primari principali di ogni essere umano, necessario per la sopravvivenza: durante la vita intrauterina il bambino è avvolto dal corpo materno (endogestazione) e per la nostra specie è previsto che questo contenimento fisico persista a lungo (esogestazione) negli anni successivi alla nascita.
Pertanto ci verrà semplice comprendere come non sia un vizio per un bambino essere tenuto in braccio a lungo durante la giornata, coccolato, cullato e condividere il sonno con i genitori.

Il pianto del bambino che attiva le risposte giuste

È stato riscontrato che durante la gravidanza avvengono cambiamenti morfologici cerebrali in aree che guidano il comportamento sociale e che cercano di interpretare lo stato mentale dell’altro. Questa è una predisposizione biologica orientata a facilitare nella mamma l’interazione verso il proprio bambino.
Il pianto, per esempio, è una modalità comunicativa che il bambino attua per esternare bisogni e malesseri. Nella mamma, sentendo piangere il proprio bambino, si attiva una risposta valutativa automatica dello stimolo infantile che la induce alla regolazione dell’attenzione e a mettere in atto comportamenti volti alla soddisfazione dei bisogni del bambino ed al ripristino della situazione di equilibrio.
Dal punto di vista dell’attivazione neurale alcuni studi hanno dimostrato che il pianto dei bambini stimola nei genitori specifiche risposte, coinvolgendo aree quali:

  • l’insula, struttura del sistema limbico che svolge un ruolo fondamentale nel processo di integrazione delle informazioni emotive provenienti dalle diverse modalità sensoriali;
  • l’amigdala, che determina la salienza emotiva dei segnali infantili e i comportamenti di avvicinamento verso il bambino;
  • il circuito talamocingolato, che svolge l’attivazione di comportamenti di cura nei confronti del bambino.

I segnali infantili catturano l’attenzione degli adulti ponendosi come veri e propri stimoli. La natura non lascia niente al caso, se così non fosse, infatti, ci saremmo già estinti da molto tempo!
Siamo biologicamente programmati per nascere attraenti, per attirare l’attenzione degli adulti della nostra specie e per prenderci cura dei piccoli.
Mettendo insieme tutte queste informazioni, si può proprio affermare che il legame tra mamma e bambino inizia dal concepimento e prosegue per lungo tempo!
Avere la consapevolezza di queste conoscenze teoriche ci può portare ad abbandonare con maggiore serenità le vecchie credenze che suggeriscono il distacco fisico, a favore di una cultura basata sulla disponibilità fisica ed emotiva.


di Morena Drago
Pedagogista specializzata in Pedagogia neonatale e consulente per l’abbandono dolce del pannolino e del ciuccio.

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