Coop: zuccheri e grassi nel 36% degli spot


Un bambino italiano che guarda una media di 3 ore di televisione al giorno subisce circa 32.850 pubblicità di alimenti nell’arco di un anno; in sostanza 1 ogni 5 minuti (1 ogni 10 nel resto d’Europa). Un massiccio bombardamento che Coop – catena leader della grande distribuzione organizzata nel nostro Paese e al tempo stesso una delle maggiori organizzazioni di consumatori – ha fatto monitorare nel corso di un’indagine “In bocca al lupo. La pubblicità e i comportamenti alimentari dei ragazzi” che ha analizzato in Italia 6 reti, le 3 reti Rai e le 3 Mediaset, nella fascia oraria 16.00-19.00. Nel comlesso sono state analizzate 24 reti televisive in 11 Paesi Europei.

L’indagine è stata presentata in occasione di un convegno – svoltosi a Roma lo scorso 7 giugno a Roma – al quale hanno partecipato Rosy Bindi, il Ministro delle politiche per la famiglia, Corrado Calabrò presidente Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Anna Maria Serafini presidente Commissione Parlamentare per l’Infanzia, Luigi Vimercati sottosegretario di stato Ministero delle Comunicazioni, Eugenio Del Toma, presidente onorario ADI (Ass. Italiana di Dietologia e Nutrizione Clinica) e Aldo Soldi, presidente COOP-Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori.

“E’ in assoluto – spiega Marina d’Amato, ordinario di sociologia all’Università di Roma Tre che ha condotto la ricerca in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia – la prima volta che in Italia si fa uno studio comparato di questa portata per capire il rapporto tra spot alimentari e bambini. E dallo studio la situazione italiana appare peggiore della media europea. Le differenze numeriche tra i paesi considerati sono enormi: la Svezia ad esempio trasmette solo un quindicesimo degli spot trasmessi in Polonia e circa un decimo di quelli trasmessi in Italia. Se poi entriamo nei contenuti dei messaggi trasmessi ci accorgiamo che in Italia gli spot che pubblicizzano alimenti ricchi di zuccheri, grassi e sali – quindi con elevata presenza di calorie – sono il 36% della pubblicità e ovviamente nessuna di queste avverte di consumare tali prodotti con moderazione. Al contrario l’idea di usare la pubblicità per insegnare a mangiare bene è una pratica utilizzata in Spagna, Gran Bretagna, Polonia e Portogallo”.

Entrando ancora più in profondità della ricerca (che ha monitorato tre ore al giorno per due settimane analizzando 5563 spot di cui 1256 in Italia) ci si accorge che l’induzione all’acquisto e al consumo di cibo si manifesta rappresentando situazioni di svago, divertimento, affettività (nel 64% degli spot italiani sono presenti elementi di divertimento, erotismo, felicità, entusiasmo) e che bambini e adolescenti sono protagonisti della narrazione nel 28% degli spot alimentari italiani, specialmente quando si ha a che fare con spot alimentari calorici. Un ruolo importante lo gioca anche la famiglia, ma non in termini di messaggio o giudizio consapevole e informato dei prodotti, ma semplicemente come presenza rassicurante. E’ una famiglia tradizionale, anche se sono mediamente più presenti le donne degli uomini (a differenza del Nord Europa dove è prevalente la presenza dei papà).

La ricerca contiene anche un approfondimento normativo. E qui si sfiora il paradosso perché l’Italia è tra i pochi Stati d’Europa che possiedono contemporaneamente regolamenti in materia di pubblicità, organismi per la tutela dei minori, Giurì di autotutela, fasce orarie pomeridiane protette, sistemi per l’indicazione audiovisiva della pubblicità, autoregolamentazioni di cui le stesse reti televisive si sono dotate. Ma evidentemente stando ai dati tutto questo non sembra bastare. La maggioranza dei Paesi oggetto dell’analisi gode di una disciplina generale in materia di pubblicità e tutela dei minori; inoltre quasi tutti gli Stati hanno organi preposti alla vigilanza della normativa (si tratta di Spagna, Polonia, Norvegia, Portogallo, Gran Bretagna, Germania, Italia, Francia,<


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