• 0 Elementi - 0,00
    • Il carrello è vuoto.

federica.mazzoli | Pedagogia

Le difficoltà attentive e i Disturbi Specifici dell’Apprendimento
I parte

18 Ottobre 2009

bambino-dislessiaE quante volte le avete pensate ed espresse in prima persona? Con rassegnazione, colpevolizzazione e rabbia.

E se vi dicessero che non sempre gli atteggiamenti dei vostri ragazzi sono il frutto di una scelta consapevole?

Partiamo con l’affermare che qualsiasi Disturbo Specifico dell’Apprendimento mostra sempre una sottostante difficoltà attentiva (Posner e Di Girolamo, 2000; Benso, Usai, Alcetti, Berriolo, 2005) la quale influenza la prestazione ed il comportamento dei nostri bambini nella vita scolastica e quotidiana.

Quando in ambito clinico ci si accinge a misurare una debolezza del Sistema Attentivo Supervisore (SAS; Shallice, 1988), definito anche Sistema Esecutivo Centrale (SEC; Baddeley, 1986) e Processore Centrale (Moscovitch e Umiltà, 1990) possiamo comprendere gli ostacoli, le battaglie e le sconfitte che, a volte, i nostri ragazzi si ritrovano ad affrontare nella loro quotidianità. Il sistema in questione è implicato in numerosi processi cognitivi che ci permettono di agire efficacemente nell’ambiente. Il SAS è deputato ad organizzare e a pianificare; a fornire “il carburante” per molte delle nostre funzioni cognitive; a controllare le fonti di distrazione esterne ed interne (inibire l’interferenza dei distrattori) e a gestire la frustrazione sul compito, il senso di noia e la stanchezza che portano i nostri ragazzi con una debolezza esecutiva a non sottostare a richieste di attenzione prolungata nel tempo.

Ma, certa di riprendere questi discorsi più volte in altri lavori che seguiranno, ci terrei ora a passare dalla teoria alla pratica, guardando la situazione più da vicino tramite qualche esempio concreto.

Pensiamo a Mario un bambino di 10 anni con una debolezza al Sistema Esecutivo Centrale ed un’intelligenza superiore alla norma (dati misurati attraverso test standardizzati); immaginiamolo a scuola alle prese con una verifica di storia.

Cosa potrebbe accadere? Mario potrebbe distrarsi ripetutamente provocando la reazione della maestra; potrebbe non riuscire a stare sul compito quanto gli altri mostrando “svogliatezza” e “scarso impegno”. Potrebbe mostrare difficoltà ad organizzare le informazioni che ha immagazzinato ed ancora, potrebbe non portare a termine la prova.

Il risultato probabilmente sarà un brutto voto che, sommato ad altri, contribuirà ad abbassare l’autostima di Mario ed attiverà risposte emotive e comportamentali di difesa.

Tutto questo trova spiegazione nella debolezza del Sistema Esecutivo che impedisce ad un bambino intelligente come Mario di ottenere soddisfazioni e votazioni congruenti alla sua preparazione.

Con quest’ultima premessa eccoci pronti ad un nuovo approccio…

…da questo punto di vista non è Mario che potrebbe rendere di più se solo si impegnasse; quel che accade, in situazioni come queste, è indipendente dalla volontà e dall’impegno profuso. La debolezza del Sistema non consente ai ragazzi che vivono questi disagi di concentrarsi a lungo su una prova, di mantenere la soglia attentiva costante nel tempo e di organizzare il materiale. Tutto ciò si verifica a prescindere dall’intelligenza (che per definizione nei Disturbi Specifici dell’Apprendimento è nella norma) e dalla volontà.

Conoscere questo aspetto e capirne l’importanza impedirà di utilizzare frasi come quelle citate all’inizio dell’articolo e che rappresentano una vera e propria “violenza” per ogni bambino con difficoltà specifiche poiché a nulla valgono le imposizioni, le grida, la rabbia e gli occhi al cielo se non a far precipitare l’autostima ed il senso di autoefficacia ancor più di quanto loro stessi fanno con le proprie interpretazioni del problema.

Capire che gli atteggiamenti in classe e a casa non sono frutto di uno scarso impegno bensì di una difficoltà attentiva che si manifesta indipendentemente dalla volontà è il primo passo da compiere per aiutare i ragazzi e rafforzarli. Svolgere con costanza, coerenza ed impegno i training cognitivi, privilegiandoli rispetto ai compiti scolastici, rappresenta l’altra faccia della medaglia senza la quale sarà estremamente arduo risollevare la situazione.

Infine eccomi ancora una volta ad insistere su questo punto: quando non ci sono risorse non c’è volontà e se vogliamo sviluppare la volontà è necessario allenare le risorse attentive.

Quello sopra descritto è un circuito chiuso, un circolo vizioso che si può spezzare solo attraverso training cognitivi adeguati ed un ambiente propenso all’utilizzo di approcci pacati, delicati, ma fermi e coerenti.

In questo articolo ho cercato di trasmettere un messaggio che ritengo fondamentale per tutelare i bambini e i ragazzi che vivono questi disagi; ma il discorso, come spero abbiate colto, non è completamente esaurito. Ho lasciato diversi punti in sospeso e so che dubbi e perplessità si sono formati in voi; per questo concludo dicendo che siamo solo al primo step di un percorso che affronteremo insieme e che ha come unico obiettivo il benessere dei nostri bambini.

Federica Mazzoli