Camminare nella parte soleggiata dell’empatia

Ogni problema relazionale ha in sé zone d’ombra e zone di luce. È come quando si percorre una strada d’estate sul finire della giornata: si incontra la parte soleggiata del nostro cammino e quella in ombra.

Ecco, l’empatia è restare ancorati alla parte soleggiata della nostra vita.

La parte soleggiata rappresenta quella parte di noi che racchiude le nostre potenzialità, le risorse che ognuno ha dentro di sé che ci permettono di uscire dai problemi che incontriamo.

Socrate diceva che il vero maestro non è colui che “mette dentro” qualcosa, ma colui che “tira fuori”. Infatti, si parla di maieutica socratica. Il maestro secondo Socrate non è colui che sa, ma colui che è capace di estrarre dall’animo come “un’ostetrica spirituale”, sa tirare fuori le qualità che caratterizzano ogni persona. “Tirare fuori” sta anche per creare un clima favorevole, per far sì che le risorse della persona possano germogliare e fare frutto.
Essere maestri di noi stessi vuol dire imparare a comunicare in modo che le zone di luce vengano fuori e questo possiamo farlo se ci parliamo con empatia.

Non riusciamo a vivere bene senza empatia perché significa mettere il nostro valore nelle mani degli altri o lasciarci giudicare dalla parte di noi stessi che ci critica, si lamenta o ci paragona. Quando percorriamo la parte d’ombra di noi stessi non ci stiamo ascoltando con empatia perché non stiamo dando sufficiente amore, comprensione e considerazione a noi stessi. Quando siamo in empatia, siamo invece in pace con noi stessi e tutto questo ha una risposta biologica. Le neuroscienze ci insegnano che c’è un collegamento tra sentimenti e ormoni: quando amiamo, produciamo un cocktail di ormoni dell’amore, ossitocina compresa; quando, al contrario, siamo spaventati o stressati, produciamo ormoni dello stress, primo fra tutti il cortisolo. Chi produce troppi ormoni dello stress si ammala fisicamente e psicologicamente.

Il nostro atteggiamento può rendere più serena la nostra vita e quella della nostra famiglia.

Il nostro comportamento può cambiare a seconda dell’atteggiamento che abbiamo verso noi stessi, perchè quando siamo amorevoli nei nostri confronti, sarà più facile trovare modi empatici di relazionarsi con i nostri figli e con gli altri.
Una branca della Pedagogia influenzata dagli studi della psicologia comportamentista sostiene che ogni persona che riceva una risposta positiva o negativa modificherà il suo comportamento. Sono noti gli esperimenti di Pavlov durante i quali il criceto impara un determinato percorso per non ricevere la scarica elettrica. Nella psicologia comportamentista alcuni sostenitori di questo approccio credono ancora oggi che quando i bambini esprimono il loro dissenso, facciano i capricci. Per capricci intendono anche quei comportamenti attraverso i quali i bambini esprimono un disagio: non dormire tutta la notte, non mangiare a sufficienza, piangere, rispondere male, non obbedire. Quindi, se sgridati, ignorati o puniti (come il topo da laboratorio che riceveva la scarica elettrica) questi comportamenti smetteranno. È davvero così?
Nell’approccio di una pedagogia fondata sull’empatia, punendo i comportamenti dei nostri figli o premiandoli non li aiuteremo a crescere. Sono persuasa invece dall’idea che l’empatia possa creare quel clima caldo e fertile capace di aiutare noi stessi e gli altri a tirare fuori il meglio, utile a farci scoprire che abbiamo tutti le competenze per crescere avendo fiducia in noi, necessario ad attivare quei discorsi interiori che ci fanno stare bene al fine di trovare l’equilibrio dentro le nostre relazioni.

Bisogna allora essere accondiscendenti?
No, empatia non vuol dire ingoiare i nostri sentimenti o i nostri bisogni, ma al contrario riconoscerli.

Riconoscerli significa non dare la colpa ai bambini che fanno arrabbiare e si meritano le punizioni, ma esprimere chiaramente come ci sentiamo di fronte a un comportamento che ci infastidisce e dire di cosa sentiamo il bisogno con un atteggiamento che non lede l’autostima di nessuno. Nel concreto, non dire all’altro cosa è o non è (“Sei il solito insensibile”; “Sei un maleducato”), ma parlare di noi e di come ci sentiamo (“Mi sento triste”; “Vorrei che tu…”).

Le punizioni producono effetti disfunzionali e ammalano le relazioni.

Anni fa, durante uno dei miei servizi come educatrce, conobbi un ragazzino che per punizione era stato sospeso dalle lezioni perché imparasse a comportarsi con rispetto a scuola. Sapete cosa fece questo ragazzino il giorno dopo? Andò verso sera davanti alla scuola e lanciò pietre contro i vetri. Quando gli chiesi perché l’avesse fatto, mi rispose: “Tanto non mi ha visto nessuno e poi mi hanno già sospeso”. Cosa produce una modalità educativa fatta di punizioni? Scatena un effetto boomerang in questo caso di ribellione: tanto più forte è il castigo, tanto più meditato sarà il sotterfugio e la vendetta. Inoltre il pensiero che sta sotto è “Sono orgoglioso di me e di quello che ho fatto. Sono riuscito a fargliela lo stesso”. Glielo hanno insegnato gli adulti a pensare che sia giusto dare una lezione a chi non si comporta come noi vorremmo. È praticamente un gioco a chi alza la posta.
Dove porterà tutto questo? A imparare a rispettare le regole? Ad avere rispetto?

Cosa possiamo fare, invece, per promuovere relazioni empatiche?

Entrare in relazione con i nostri bambini e ragazzi è come fare un viaggio durante il quale non ci si stanca mai di guardare con occhi sempre nuovi i nostri figli che sono continuamente in cambiamento e in crescita. Quando si entra in relazione con un altro mondo, lo si osserva con stupore riguardo a tutto ciò che è differente e si cerca di capirne i costumi locali, la lingua, i comportamenti, si cammina con più attenzione perché in quel posto non ci siamo mai stati. Ecco, allo stesso modo quando ci relazioniamo con un’altra persona, grande o piccola che sia, cercheremo di usare la stessa cura con cui si osserva qualcosa di sconosciuto. Cercheremo di capire come vede il mondo, solo così potremo scoprire che essere in relazione è arricchente, nutriente, e stimolante.


di Giuditta Mastrototaro
Pedagogista ed esperta nelle relazioni educative, curatrice del sito Pedagogia basata sull’empatia.

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