Riflessioni a partire dalle opere di John Holt: i materiali di apprendimento

“In generale, i bambini sono più interessati a ciò che gli adulti usano realmente, piuttosto che agli oggettini che compriamo appositamente per loro”. L’esempio che segue nel testo di Holt¹ è quello della cucina, in cui i piccoli si dilettano molto più volentieri con padelle e mestoli che non con giocattoli di marca. Certo, dovremo organizzare gli utensili con astuzia, ma è un’operazione fondamentale per chi svolge il ruolo di educatore.

Quindi, l’apprendimento passa attraverso il gioco del fare, l’imitazione dei grandi, l’uso degli stessi manufatti. “Ciò che gli adulti usano realmente” sono, ad esempio, gli oggetti della casa, gli attrezzi da giardino o del garage, gli utensili da cucina: le pentole, le bottiglie di plastica, l’annaffiatoio, la canna dell’acqua, la chiave inglese, lo straccio per la polvere.

Per i più piccoli, questi sono occasione di gioco, di esplorazione dei suoni, dei materiali, dei colori, di scoperta della resistenza e consistenza, di imitazione dei gesti dei grandi.

Con qualche anno di più, il bambino chiede poi di collaborare, di accedere alla dimensione attiva e vuole diventare protagonista, aiutante, apprendista. Non è un “capriccio”, ma un bisogno naturale, biologico. Anche qui vuole farlo, però, con le sue figure di riferimento: dal fare il pane al riordinare la stanza da letto al riparare un oggetto rotto, il bambino si aspetta di condividere queste esperienze con noi, di vedere il nostro entusiasmo, la nostra gioia di vivere con lui questi momenti di vita e di osservare i suoi progressi; vuole mostrarci che sta diventando grande e desidera che assistiamo alla sua crescita.

Coloro che scelgono l’apprendimento in famiglia, cioè senza far ricorso alla scuola (homeschooling o unschooling), creano così una condizione estremamente favorevole per questo tipo di approccio, in quanto il bambino ha più tempo e occasioni di condivisione di situazioni di vita reale con i “grandi” con cui intrattiene la relazione più forte: i suoi familiari. Ma, attenzione: il coinvolgimento del bambino nelle faccende domestiche non sarà un dovere da espletare a turno, da soli, bensì un percorso di apprendimento da vivere insieme, una scoperta comune del significato delle cose, un’occasione per imparare. Sinceramente, non c’è da stupirsi se il bambino/ragazzo sbuffa e fatica a rispettare i turni di lavoro settimanali per, diciamo, apparecchiare la tavola: da solo, vive questo compito come una punizione, fare queste cose insieme invece è divertente, rilassante e, soprattutto, si impara di più. Tuttavia, se il bambino chiede di fare da solo, non neghiamogli questo privilegio!

Il semplice principio della autenticità degli oggetti d’uso e di apprendimento vale anche per i materiali di lettura e studio quando il bambino/ragazzo è ulteriormente cresciuto. Il giovane non prova curiosità per i libri scritti appositamente per studenti, come ad esempio i testi scolastici. Innanzi tutto, lo fanno sentire un diverso, se non addirittura offendono la sua intelligenza e frustrano la sua curiosità. La semplificazione forzata del linguaggio e delle tematiche sono artificiali e poco credibili. L’innaturale densità, se non la sovrabbondanza, di concetti e termini nuovi lo scoraggiano. L’atteggiamento didattico risulta fastidioso, come sempre quando il nostro aiuto si fa più esplicito. Insomma, i bambini più grandicelli provano naturalmente un’irrefrenabile attrazione per i libri e le riviste dei genitori: che siano di argomento scientifico, tecnico, artistico o altro. E non è vero che non capiscono da soli. Anzi! Una scommessa così alta li sollecita maggiormente ed è in grado di attivare naturalmente, grazie a stimoli neurologici e psicologici, dei meccanismi di comprensione, deduzione, analisi, cui concorrono gli input derivanti dalle immagini, didascalie, titoli, sottotitoli, ecc. i quali consentono al ragazzino di completare la comprensione, almeno fino a rispondere al suo bisogno di sapere.

Persino i materiali in lingua straniera li affascinano, li attirano, li rapiscono, soprattutto se hanno molte immagini, che sostengono la comprensione, creando, grazie anche alle didascalie, una rete di relazioni immagini-testo. Ecco perché le famiglie in cui si fa apprendimento autoguidato (homeschool), non devono necessariamente acquistare testi scolastici o materiali per bambini, o iscriverli a laboratori (workshop) o a camp. Spesso è sufficiente consentire ai giovani(ssimi) l’accesso agli oggetti del mondo degli adulti per sostenere la loro crescita intellettuale, cognitiva e relazionale.

Come fare per sapere se ha veramente capito qualcosa? Sì, noi adulti talvolta sentiamo il bisogno di trovare conferme. È un bisogno nostro, però, non del bambino. Ricordiamocelo! Quando proprio non possiamo farne a meno…è semplice! Se il bambino/ragazzo continua a leggere, si diverte, è gratificato, mantiene la concentrazione su quello che fa, se non sbadiglia, non si innervosisce, significa che capisce.

Se non capisse, si stuferebbe e abbandonerebbe la lettura nel giro di pochissimo tempo.

di Nunzia Vezzola (docente di scuola superiore e socia fondatrice dell’Associazione Istruzione Famigliare – www.laifitalia.it)


¹ Tutte le parti tra virgolette in questo articolo sono citazioni tratte da: John Holt, Learning all the time, Da Capo Edizioni, 1989, pag. 127.

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