L’homeschooling e la descolarizzazione degli adulti

Uno dei traguardi più difficili da raggiungere nella pratica dell’homeschooling è l'(auto)descolarizzazione degli adulti, che si attua giorno per giorno in un percorso lungo e talvolta faticoso, non immediato.

Qualunque sia il cammino attraverso il quale i genitori si avvicinino all’istruzione famigliare, essi stessi provengono comunque (nella quasi totalità dei casi) da una formazione all’interno di un contesto scolastico. Hanno quindi interiorizzato un modello educativo in cui l’adulto è in un certo senso “superiore” in conoscenze, esperienza, competenza, libertà, responsabilità, mentre il piccolo è un “minore”: il “grande” avrebbe il ruolo di condurre e vegliare su (o sorvegliare) i progressi del fanciullo. Quest’ultimo invece possederebbe una limitata capacità di discernimento e di apprendimento, avrebbe bisogno di essere guidato e “imboccato”.

Sto dando abbastanza?
Una delle preoccupazioni principali di molti adulti è quella di sapere se il bambino impari adeguatamente, o se non stia per caso perdendo tempo, se faccia abbastanza attività, se queste siano adatte alle sue esigenze educative, se siano destinate alla sua fascia di età, se lo stimolino abbastanza… Le mamme si chiedono se veramente stiano proponendo a sufficienza, se forse quel tal laboratorio potrebbe fare al caso loro anche se è a 150 k, o l’evento in biblioteca, la lezione alternativa di una qualche disciplina, e se non dovrebbero attrezzarsi con un’agenda dedicata per coordinare al meglio i vari impegni quotidiani e settimanali.
Alcune mamme confessano di soffrire di ansia da prestazione, perché sentono di non aver mai “proposto” in misura soddisfacente, temono di non essere all’altezza e soprattutto attendono con apprensione la prova di aver fatto un buon lavoro.

Sarà abbastanza preparato?
Il dubbio successivo che assale i genitori homeschooler, in agguato dietro a ogni scelta, è quello che nasce dal bisogno di sapere se il proprio bambino stia veramente progredendo nella conoscenza e nelle competenze. Non si può permettere che non sia almeno all’altezza dei suoi coetanei! Ecco quindi l’esigenza di sorvegliare gli apprendimenti, di quantificare i progressi, di conoscere e analizzare i risultati, di confrontarli e di trovare delle conferme del proprio operato.

In questo modo si attua una forma di apprendimento strutturato, organizzato dall’adulto, guidato dall’“esperto” e persino verificato e valutato,che altro non è se non una scuolina trasferita dentro alle mura domestiche (scuola a casa): l’insegnamento diretto dall’esterno del bambino, in cui il genitore è protagonista delle scelte ed il piccolo segue le indicazioni ed esegue i “compiti”, privato della soddisfazione della scoperta attiva.

È tutto normale: noi adulti abbiamo interiorizzato degli schemi che continuano a condizionare il nostro agire e pensare più o meno consapevolmente, a meno che non ci lavoriamo.
Quindi insegniamo anche se sappiamo che i bambini imparano da soli, con la stessa facilità e naturalezza con cui respirano, e anche se è risaputo che il ruolo dell’adulto è quello di non immischiarsi nel processo di apprendimento del bambino, perché ciò non fa che nuocere al fanciullo e alla sua crescita.
Ci illudiamo di “proporre”, sebbene questo sia di fatto alla stregua di un eufemismo per imporre, e nonostante siamo consapevoli di quanto i bambini abbiano le antenne vigili nel riconoscere i nostri atteggiamenti da insegnanti.
Organizziamo e partecipiamo a  laboratori anche se sappiamo che sono ancora attività dirette da un adulto in cui il fanciullo ha il ruolo dell’esecutore obbediente e non dello scopritore attivo.
Facciamo stare i nostri figli in gruppi della stessa età benché i pedagogisti cui ci ispiriamo abbiano ripetuto che non si impara stando con i coetanei, ma solo in gruppi eterogenei per età.
Ci dotiamo di planner, come i manager, anche se dentro di noi conosciamo il valore del tempo libero e della necessità di rispettarlo, siamo favorevoli al gioco libero e ne conosciamo gli infiniti pregi e sappiamo che i bambini imparano giocando.
Quantifichiamo, verifichiamo, valutiamo, confrontiamo anche se continuiamo a ripetere a noi stessi che sono tutte cose che interferiscono con l’apprendimento e lo bloccano.

Sappiamo anche troppo bene che questi atteggiamenti rispondono a un bisogno solo nostro e non servono al piccolo, ma è più forte di noi.

Il percorso di descolarizzazione dell’adulto è lungo, talvolta faticoso, non privo di contraddizioni, di dubbi e di sensi di colpa.

I nostri figli hanno molta pazienza: grazie all’aiuto di questi grandiosi maestri che sono i bambini, attraverso un lungo lavorio e una serie di scelte consapevoli e mature, si arriva però a dar sempre più spazio al gioco libero, all’apprendimento non strutturato ma autoguidato e naturale (senza schede, senza libri di testo, senza laboratori, senza “esperti” imposti, ma nella natura, nella vita quotidiana, nella società reale, nell’esperienza). Pian piano si riesce a lasciar spazio e a crearne (in senso fisico e anche nel senso traslato), a dar tempo, a liberar tempo, ad aver fiducia (nel fanciullo e anche nelle leggi della natura) e, lentamente, ci si riesce a liberare dall’ansia da prestazione e dal bisogno di conferme.

Perché l’apprendimento non dipende da quello che noi facciamo, ma è un bisogno innato, un risvolto dell’istinto di sopravvivenza e si realizza anche nonostante i nostri tentativi di controllarlo o di gestirlo.

E la scelta dell’homeschooling non è un punto di arrivo, ma l’inizio di un lungo cammino da percorrere insieme ai nostri figli.


di Nunzia Vezzola
Docente di scuola superiore e socia fondatrice dell’Associazione Istruzione Famigliare – www.laifitalia.it.

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